IL PRESIDENTE CLAUDIO LEVORATO

Manutencoop cambia nome e stile
«Bisogna evolversi, ora siamo Rekeep»

Matteo Naccari

BOLOGNA

COMPIE 80 anni e dà il via a una mini rivoluzione: Manutencoop Facility Management cambia nome in Rekeep. Svolta storica per la società bolognese specializzata nell’integrated facility management (la gestione di servizi in settori che spaziano dalla manutenzione degli immobili all’ambiente, alla sanità) e controllata al 100% dalla cooperativa Manutencoop, presieduta dal 1984 da Claudio Levorato.

Presidente Levorato, perché cambiare nome?

«Rekeep non è soltanto un inizio, ma il punto di arrivo di un cambiamento in atto da tempo in Manutencoop Facility Management, a livello societario e di strategie industriali».

Siete stata una delle prime grandi cooperative a trasformarsi in Spa, poi avete aperto la vostra compagine societaria a fondi di private equity, infine avete emesso bond. Tutte novità per le coop.

«Abbiamo innovato, e continueremo a farlo, in un mondo che non è aperto al cambiamento e anzi guarda più alla conservazione».

Avete cancellato il nome coop dal nome: è una rottura forte.

«Nel 1938 siamo nati come Cooperativa per le Manovalanze Ferroviarie, poi siamo diventati Manutencoop e adesso Rekeep. Le cose cambiano e anche noi siamo evoluti con il digitale e l’informatica che sono alla base dei nostri servizi, compresi quelli più semplici all’apparenza come le pulizie. Sia chiaro: noi così non tagliamo i ponti con la cooperazione, i cui valori restano alla base del nostro lavoro, con prima di tutto le persone, i dipendenti, che sono un valore».

Lo strappo resta.

«Non mi stancherò mai di ricordare i 16 ‘probi pionieri’ che a Rochdale, in Inghilterra, fondarono la cooperazione, come non dimentico che fino a 40 anni fa sono stato un militante comunista, però mi ritengo sia un innovatore sia uno sperimentatore ed è per questo che abbiamo intrapreso nuovi percorsi sul mercato».

Non senza critiche…

«La Lega delle cooperative ci ha attaccato per molte novità, però le cose non restano uguali per sempre, gli scenari cambiano. Anche il Partito Comunista degli anni Settanta non esiste più… bisogna guardare avanti».

Come lo farete?

«Puntando sull’estero. Stiamo lavorando da tempo fuori dai confini italiani e alcuni risultati li abbiamo già avuti, in Francia e in Turchia».

Partiamo dalla Francia.

«Abbiamo vinto un appalto della durata di cinque anni dalle ferrovie francesi per il servizio di pulizie sui treni nell’area di Montrouge, che si estende dal quartiere Montparnasse di Parigi verso sud-est».

E in Turchia?

«È un Paese che sta investendo moltissimo nella sanità, sta nascendo una nuova rete di ospedali, una ventina, tutti dai 2mila ai 3mila posti letto. Abbiamo acquisto il controllo diretto di Eos, società che si occupa di ‘lavanolo’ e sterilizzazione di biancheria e strumentario chirurgico a supporto dell’attività sanitaria. E comunque ci sarà la possibilità di fornire altri servizi a tutto il comparto ospedaliero».

Oltre a questi, su quali Paesi avete messo lo sguardo?

«Pensiamo che l’area dell’Est Europa offra diverse opportunità sempre nel campo della salute e del welfare: ci sono investimenti. Si può crescere con partnership sia private che pubbliche. Altre operazioni, comunque, sono in dirittura d’arrivo: le annunceremo appena concluse».

In Italia non c’è possibilità di allargarsi?

«Diciamo che la torta nazionale, per quanto riguardale nostre attività, non si allargherà: si possono però sicuramente conquistare altre quote, perché in campo ci sono tante microimprese. Il problema semmai è questa frammentazione esagerata, che offre pochi vantaggi, difesa spesso da norme nazionali. Capisco la lotta ai processi di concentrazione delle grandi imprese, ma non capisco la difesa delle piccole dimensioni aziendali. Crescere significa evolversi e offrire servizi migliori».

Un altro passo sarà la Borsa? In passato non soltanto avete accarezzato l’idea, anzi eravate a un passo da Piazza Affari.

«Non è una prospettiva di breve periodo, ma resta un dossier aperto. Sì, avevamo avuto il ‘sì’ di Consob, ma poi la crisi dei mutui bancari in America e le sue conseguenze ci hanno spinto a sospendere tutto. Successivamente ci siamo riaperti ai fondi di private equity e abbiamo collocato bond al 2022 anche per finanziarne l’uscita».

Il cambiamento, come ha detto, passa anche dalle persone. Voi avete 17mila dipendenti e in questi anni siete intervenuti a fondo per valorizzarli, formando i giovani, dando ruoli di rilievo alle donne, riservando alle risorse interne i ruoli più importanti. Continuerete cosi?

«Abbiamo un gruppo dirigente capace che è cresciuto con noi e con noi ha imparato a confrontarsi col mercato, manager che altre aziende hanno provato a ingaggiare. La strategia è proprio questa: puntare su chi è cresciuto qui».

Levorato, torniamo al cambio del nome: Manutencoop è stata tirato in ballo in alcune vicende giudiziarie, questo cambio potrebbe sembrare una mossa per presentarsi sotto altre vesti sul mercato. Non crede?

«Intanto, il nome nuovo, ribadisco, è la punta dell’iceberg di un profondo cambiamento interno. Detto questo, rivendico la nostra totale pulizia in tutti i casi dove siamo stati coinvolti, sia sotto il profilo giudiziario che di regole di mercato. Credo ci sia stato soprattutto un tentativo di screditarci».

Avete avuto ripercussioni?

«Certo, pesanti. Prima su tutte una crisi reputazionale generata dal riverbero mediatico di quelle vicende, che abbiamo pagato pesantemente».

Come?

«Un esempio: il tasso che paghiamo per i bond. Sicuramente più alto rispetto alla solidità, alla qualità e ai risultati che esprime Manutencoop»

Di |2018-10-02T09:24:33+00:0015/05/2018|Primo piano|