«Rischiamo di perdere tutto»
Gozzi difende Mittal e liquida Rebrab

Luca Zorloni

MILANO

L’ ULTIMO colpo di scena porta la firma di Michele Emiliano. Il ricorso al Tar di Lecce del governatore della Puglia scompagina le carte di un piano che sembrava scritto. Quello dell’Ilva di Taranto, il gigante dell’acciaio nazionale che dovrebbe passare nelle mani di Arcelor Mittal. È il condizionale è d’obbligo in una partita che ora finisce nel congelatore, come ha deciso il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. «Nessuno se l’aspettava su un piano ambientale avanzato, che può essere realizzato con il miliardo dei Riva affidato all’amministrazione straordinaria», commenta Antonio Gozzi, presidente di Federacciai. In una partita delicatissima, in cui il Mise sta negoziando le condizioni contrattuali e gli esuberi, Am Invest Co, la cordata di imprese, guidata da Arcelor Mittal, che si è aggiudicata il gigante di Taranto, ha proposto quattromila licenziamenti tra gli attuali 14mila lavoratori e l’azzeramento dei contratti in essere. E così, in una trattativa al calor bianco, che non ha mai accennato a raffreddarsi, ora entra a gamba tesa l’iniziativa di Emiliano e del sindaco di Taranto. Anche Maurizio Landini della Fiom ha criticato il ricorso. «Facciamo una brutta figura internazionale, come pensa che reagisca un interlocutore, se i poteri locali impugnano una decisione nazionale?» commenta Gozzi.

«C’È IL RISCHIO di un ulteriore allungamento dei tempi. La commissaria Vestager (commissaria europea alla concorrenza, ndr) a Milano ha detto che avrebbe chiuso l’indagine prima del termine legale del 23 marzo», aggiunge il numero uno dei siderurgici. «Che il primo gruppo siderurgico al mondo venga in Italia per acquistare Ilva è un fatto di livello globale. Che il primo gruppo siderurgico al mondo metta a disposizione finanza e management per gestire questo impianto è un’occasione da non farsi scappare», ha detto Gozzi all’assemblea dell’acciaio della Cgil. «Chiuderemo l’anno in modo positivo nel settore, se non ci fosse il calo dell’Ilva, che è ancora più preoccupante in un momento di mercato buono», spiega Gozzi. E incalza: «Il calo dell’Ilva è forte rispetto al 2016, perché non ce la fanno più a gestire gli impianti. A ottobre perdono 700mila tonnellate rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, senza il calo l’aumento della produzione sarebbe del 6,5% rispetto al 2016, mentre con l’andamento dell’Ilva l’aumento è del 3,5%. Il resto della siderurgia produce». Senza la produzione di Taranto, specifica il numero uno del settore, «5-6 milioni di tonnellate di prodotti piani scompaiono dal mercato nazionale».

GOZZI È UN difensore dell’operazione Ilva. «Gli uomini di Mittal stanno facendo sul serio, per loro è un’operazione strategica. A fronte di incertezze di questo tipo che segnano tutta la vicenda dell’Ilva». Taranto e Piombino. «Gli italiani cacciati con un esproprio senza indennizzo» e «quelli falliti» e finiti in mano «a un signore a cui non doveva essere data fiducia», come li descrive Gozzi. «Sono un pezzo del nostro acciaio ma non tutto, la siderurgia del nord è fatta di imprese private sane, che stanno guadagnando soldi». In Italia «crescono tutti gli acciai di qualità per automotive, oil & gas, trattoristica e invece sono fermi al palo quelli per le costruzioni, che però sono un terzo della produzione italiana. Ormai c’è stato spostamento verso gli acciai di qualità». Analizzando i bilanci delle imprese dell’acciaio dello scorso anno, l’ufficio studi di Siderweb ha evidenziato che nel 2016 il fatturato della filiera siderurgica (produzione di acciaio, centri servizio, distribuzione, commercio di rottame e ferroleghe) presenta segnali negativi, comuni a tutti i comparti. Nel 2016 è sceso a 33,93 miliardi di euro, in calo annuale del 5,9% (erano 36,07 miliardi nel 2015).