IL PERSONAGGIO IN VETRINA

Bertone è il pioniere dell’acqua pulita
«Bio e robot, Sant’Anna batte i grandi»

Andrea Bonzi

CUNEO

«IO E I MIEI collaboratori siamo entrati nel mercato delle acque minerali da profani, direi quasi da ignoranti. L’ignoranza è una cosa bella, se significa voglia di conoscere, di scoprire il mondo senza pregiudizi e, quindi, senza porsi limiti». Alberto Bertone usa un paradosso per raccontare la nascita della sua azienda, il gruppo Sant’Anna (Fonti di Vinadio Spa), che, in vent’anni, ha sfidato le grandi multinazionali del beverage e ha scalato un mercato con oltre 300 marchi, arrivando in vetta. In dieci anni, il fatturato del gruppo dell’acqua Sant’Anna è più che triplicato, toccando i 300 milioni di euro.

Bertone, perché ha scelto il business delle acque minerali?

«Vengo da una famiglia di costruttori, ma volevamo diversificare e cercavamo aziende da acquisire nel ramo alimentare. Ci dissero che a Vinadio c’era una fonte di acqua buona che veniva dispersa in alta montagna, nel cuore delle Alpi Marittime. Ci siamo innamorati, bevendola così come sgorgava».

Il settore non è dei più facili, dominato da multinazionali come Nestlé…

«Allora non lo sapevamo, ci siamo buttati. Abbiamo realizzato lo stabilimento in pianura, pensando subito alla crescita, nonostante fossero necessari 190 chilometri di tubazioni sotto terra. In un anno – era il 1996 – siamo arrivati alla prima bottiglia. Oggi siamo leader nazionali come singolo marchio e in quasi tutte le regioni e secondo produttore nazionale. Nel the freddo siamo il terzo produttore nazionale».

Gli inizi, però, non sono stati facili…

«I primi due anni sono stati pazzescamente duri, la società esterna a cui avevamo affidato l’aspetto commerciale non riusciva a vendere. Così abbiamo preso in mano tutto, affrontando il mercato in modo completamente diverso. Molti dei miei collaboratori erano al primo lavoro nel campo, come me: tante volte, avere poca conoscenza di un settore consente di applicarsi senza pregiudizi. Questo ha voluto dire non porsi dei limiti, c’è una strada per fare tutto. Non è facile, se no la troverebbero tutti, ma alla fine si trova. Con noi ha funzionato».

Ma come avete battuto colossi del comparto?

«Il merito principale è del prodotto, uno dei più leggeri al mondo. Abbiamo puntato molto sulla pubblicità comparativa mentre, a livello di distribuzione, utilizzando navi treni, siamo arrivati anche in Sicilia, un pallet di bottiglie alla volta. E abbiamo investito molto sulla robotizzazione dell’azienda».

Il vostro stabilimento ha delle caratteristiche da Industria 4.0?

«Sì, ma l’abbiamo fatto con quasi 20 anni di anticipo, riceviamo visite da tutte le parti del mondo. Gli ampliamenti li abbiamo fatti in legno, la luce entra in modo naturale e come riscaldamento utilizziamo il calore sviluppato dai macchinari. Siamo attenti a pulirlo senza detersivi inquinanti, usiamo il laser al posto dell’inchiostro».

Quanto conta l’ecosostenibilità per un’azienda oggi?

«Molto. Anche nei trasporti abbiamo usato da subito navi e treni, poi ai camion a gas stiamo sostituendo quelli a metano, che inquinano meno e fanno meno rumore. Il futuro sarà dei camion elettrici, saranno come treni su strada».

Tutto è partito dalla biobottiglia…

«L’abbiamo inventata 15 anni fa, anticipando anche troppo i tempi. Successe anche all’auto elettrica: i primi prototipi c’erano negli anni ’70, ma hanno ristagnato per lungo tempo. Adesso, però, il futuro è loro. Così la biobottiglia: in questo momento, dove i consumatori sono più attenti all’ecosostenibilità, la grande distribuzione ce la chiede moltissimo. Nei prossimi 5 anni il boom sarà completo, la stanno inserendo nei capitolati di appalto, come nelle mense dell’esercito. La gente è pronta e preparata al cambiamento»

Si potrebbe fare di più per avere prodotti meno inquinanti e più compostabili?

«Sì, certo. Lo Stato, senza spendere in contributi, potrebbe semplicemente modificare alcuni regolamenti, ad esempio obbligando la grande distribuzione ad avere una percentuale di prodotti – tra il 5 e il 10% in ogni comparto – con confezioni compostabili. Si può lasciar fare al mercato, ma ci si mette più tempo. Io credo che l’era delle auto a benzina e a gasolio sia agli sgoccioli, ma se poi non mi fai le colonnine pubbliche per ricaricare la corrente, faccio fatica a imporre l’auto elettrica».

Da pioniere dell’Industria 4.0 pensa che i robot sostituiranno l’uomo? O invece il progresso tecnologico creerà nuovi posti di lavoro?

«Noi siamo un’azienda 4.0 per necessità: dovevamo diminuire al massimo i costi delle bottiglie, e l’unico era robotizzare la produzione. Detto ciò, in quasi tutti i settori la robotica è l’unico modo per non delocalizzare in Cina. Questi tipi di robot sgravano l’uomo dai ruoli ripetitivi o pesanti: abbiamo pallet di una tonnellata confezionati in automatico, sarebbe impensabile lo facesse un uomo. Dunque, il lavoro cambia, c’è un upgrade delle professionalità che cercano le aziende: per il lavoratore che non ha nessuna specializzazione è dura, mentre molto ricercate sono le competenze specifiche del mondo tecnologico, da chi progetta e gestisce i robot ai disegnatori di App. È un mondo che non possiamo fermare: tutte le volte che c’è stato una trasformazione industriale l’uomo si è adattato, cercando di migliorare la propria posizione».

 

Di | 2018-05-14T13:14:09+00:00 28/02/2018|Primo piano|