IL PERSONAGGIO IN VETRINA

«Granarolo, il mondo come mercato
Facciamo shopping senza la Borsa»

Pino Di Blasio  BOLOGNA

A MODO SUO lo aveva annunciato prima della fine del 2017. «Abbiamo ancora qualcosa nella canna del fucile» era stata la frase di Gianpiero Calzolari su possibili acquisizioni per il gruppo Granarolo. «Siamo sempre soliti prima realizzare poi annunciare» aveva aggiunto, ricordando l’obiettivo di 1,6 miliardi di euro di fatturato da raggiungere entro il 2020. Una cifra più vicina dopo il colpo della Midland in Gran Bretagna, che ha spalancato le porte di un mercato promettente. Nel quale, dopo il voto sulla Brexit, non è affatto facile entrare. «E’ difficile entrare in modo significativo in tutti i mercati – si affretta a precisare Calzolari -. Granarolo ha fatto una scelta che ha messo in pratica in tutti i Paesi. Comprare distributori, invece di stabilimenti produttivi».  Midland sarà un hub per i vostri prodotti?  «Esattamente, una piattaforma logistica di distribuzione per crescere la quota di mercato dei prodotti lattiero caseari italiani. Oggi è molto bassa, ma i consumatori apprezzano la qualità. Midland è focalizzata su una distribuzione specializzata, imprese, piccoli negozi, posto dove il mix con una marca italiana può essere una soluzione originale».  Perché non comprate siti produttivi all’estero? In fin dei conti ne avete già 6…  «La nostra mission è valorizzare il latte prodotto dai nostri soci, attraverso una società che investe in iniziative industriali e commerciali. Non dimentichiamoci che la nostra holding è una cooperativa. All’estero abbiamo comprato aziende con una forte vocazione commerciale, e quel po’ di industriale che non impatta con le produzioni tipiche italiane. Vogliamo usare la rete per vendere il made in Italy nel mondo»  La capacità produttiva italiana è sufficiente per supportare le vostre ambizioni di export?  «Il problema italiano non è quanto produrre, ma dove vendere. I consumi alimentari domestici sono ancora in crisi. C’è a molta più attenzione a ridurre gli sprechi e a diversificare i consumi. Per questo noi di Granarolo cerchiamo di intercettare nuovi consumi».  Con nuovi prodotti?  «Ovviamente: caseari senza sale, latte senza zucchero, biologico, snack a base formaggio. Ci sono consumatori che hanno esigenze alimentari particolari, seguono diete o fanno scelte di consumo alternative. All’estero vendiamole eccellenze italiane, dal parmigiano ai formaggi dop e alle mozzarelle. Grazie a questo mix di eccellenze e novità, riusciamo a valorizzare il latte prodotto dai nostri soci».  Quanto vale il mercato del latte in Italia? E quanto ha perso?  «Negli ultimi anni il consumo di latte è calato del 35%, scendendo ogni anno al ritmo del 5%. Nel 2017 la flessione è stata più contenuta, -3.5%. Le ragioni sono molteplici: il tramonto del rito della colazione mattutina in famiglia, il calo della natalità, l’aumento delle allergie, vere o presunte, i nuovi italiani che hanno abitudini alimentari diverse. E poi il crescente rifiuto di proteine animali, l’attenersi a discipline più o meno rigorose, dal vegano al vegetariano. Tutto questo deve fronteggiare una produzione complessiva di 11,9 milioni di tonnellate di latte in Italia».  È in crisi anche il formaggio, oltre al latte fresco?  «Il mercato italiano è più orientato verso la trasformazione e l’export. Tra Parmigiano, Grana Padano e mozzarelle dop, si riesce a compensare la diminuzione di consumi in Italia. Ad esempio, la quota di export di Granarolo è salita da 4% del 2011 al 28% di oggi».  A proposito di export, qual è la vostra strategia per entrare nel mercato cinese?  «In Cina c’è un problema serio di sicurezza alimentare, i consumatori cinesi apprezzano il latte europeo perché molto più sicuro di quello cinese. Ma non saremmo competitivi con i prezzi del latte italiano. Per questo abbiamo il latte liquido per bambini, che giustifica un prezzo più interessante e compete con il latte in polvere».  E gli Stati Uniti? Potreste allearvi con Saputo, visti gli ottimi rapporti che avete con l’imprenditore canadese per il Bologna calcio…  «Anche negli Usa l’ambizione è quella di avere una nostra realtà. I mercati vanno presidiati con persone del gruppo, anche se quello americano è un mercato estremamente impegnativo. Saputo è il più grande produttore mondiale di mozzarelle, è un colosso da 8 miliardi di dollari. Il rapporto con il Bologna è di amicizia e simpatia, ma non genererà nessuna relazione economica. In Canada vendiamo Grana padano e Parmigiano, credo che con Saputo non ci sia reciprocamente interesse commerciale».  Teme i dazi di Trump?  «Tutto quello che chiude le frontiere genera problemi nei mercati. La politica dovrebbe costruire ponti, non alzare muri. Non ha senso che sia più facile spostare le persone che i formaggi».  Tra le tante acquisizioni che ha fatto, le è sfuggita la preda più grossa, quell’elefante bianco chiamato Parmalat…  «L’operazione con Parmalat aveva dimensioni talmente grandi e non potevamo riuscirci da soli. Non sei tu a sceglierti i concorrenti, ci sono. Il rammarico è per l’occasione persa dal sistema Paese, l’Italia non ha più un’azienda importante. Prima l’ha risanata con i soldi dei pensionati e grazie alla legge Marcora, poi ha lasciato che se la comprassero i francesi. L’hanno pagata, è vero. Potevamo comprarla noi, ma all’epoca eravamo più piccoli. Oggi avremmo lanciato un’offerta migliore».  Pensate ancora a quotarvi?  «Siamo passati da 750 a 1.300 milioni di fatturato in pochi anni, con risorse nostre. Non c’è necessità di aprire al mercato dei capitali. La matrice cooperativa connota tutta la filiera del latte. E la Borsa non è una priorità».  Niente Piazza Affari nel 2018?  «Lo escludo categoricamente».  

 

Di |2018-10-02T09:24:40+00:0027/03/2018|Primo piano|