Barrese e la crescita delle Pmi
«Il sistema Italia è sano
Diamo forza alle imprese
che guardano all’estero

Alessia Gozzi
MILANO

SOSTENIBILITÀ, innovazione, formazione. Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, è ottimista: il sistema produttivo italiano ha più luci che ombre. La Divisione dedica quasi 3.300 filiali a 11,5 milioni di clienti Retail e Personal, gestisce oltre 1 milione di imprese, di cui oltre 200.000 pmi.

Lei ha il polso del Paese: quali settori tirano di più?

«Tutta la parte dei distretti collegata al mondo dell’auto ha sofferto. Il mondo del food è andato bene e anche il settore delle costruzioni ha ricominciato a contribuire alla crescita. Su tutti ha pesato il contesto internazionale, che ha reso più difficile in modo trasversale la ripresa dell’economia, mentre l’andamento dei cambi non ci ha penalizzato, anzi ha spinto l’export. Più che di settori, penso però che vadano focalizzati i mercati esteri, verso cui le imprese dovrebbero sempre più orientarsi. Il vero punto per la nostra economia è riuscire a dare supporto a quella fascia produttiva ancora molto concentrata sul mercato domestico».

Attivando quali leve?

«Puntare a processi di internazionalizzazione, vera chiave di volta del-la crescita delle imprese. A livello interno, dobbiamo riuscire a dare adeguata spinta all’industria del turismo, sia dal punto di vista infrastrutturale che della qualità, anche con incentivi legati alla formazione. La crescita dell’impresa passa anche da processi di digitalizzazione e investimenti sostenibili, l’Italia ha molte opportunità, purché anche il contesto generale sia favorevole. Auspico ad esempio una rapida ricomposizione della guerra dei dazi a livello internazionale».

La liquidità non è mai stata così abbondante, la Bce lancerà nuovi Tltro (prestiti finalizzati al credito per famiglie imprese): è uno strumento che userete?

«Sono strumenti che prenderemo in considerazione e che comunque abbiamo già utilizzato in passato. Per quanto ci riguarda, non abbiamo mai avuto problemi di liquidità, lo dimostrano i 90 miliardi di credito per le pmi dell’accordo triennale con Confindustria, già saturati e portati a 100. Il punto sul quale stiamo ragionando con gli imprenditori è quali saranno le soluzioni aggiuntive. In questi anni siamo riusciti a migliorare il profilo di rating di 33mila aziende con il modello qualitativo e abbiamo 660 accordi di filiera ».

Industria 4.0: la prima fase si è fermata alla sostituzione dei macchinari. Cosa serve adesso?

«C’è un tema più generale di rivoluzione tecnologica: supportare investimenti tangibili e intangibili. E torniamo ai temi formativi per stimolare le aziende a cercare capitale umano altamente qualificato. Statistici, matematici, ingegneri: le competenze del futuro. Il gap che abbiamo rispetto agli altri Paesi rende più difficile la rincorsa».

Resta forte il divario Nord-Sud. Che risposte avete dal Mezzogiorno?

«Il 20% del plafond da 100 miliardi per le pmi è destinato al Sud. Vedo una vitalità e una creatività anche nel Mezzogiorno, la vera chiave è la sburocratizzazione per attirare gli investimenti, pubblici e privati. Ho visitato recentemente un’azienda pugliese dove per fare un piano in più di un capannone hanno dovuto attendere 12 anni».

La sostenibilità è la sfida del futuro, non solo per le banche.

«La sostenibilità assieme all’attenzione sociale saranno gli elementi che distingueranno sempre più le imprese vincenti. Come banca, le aiuteremo con soluzioni innovative e con il rating qualitativo. L’investimento nel mondo Esg è già il trend dei grandi investitori internazionali, ma ci sono anche tante piccole aziende all’avanguardia su questi temi. Veri e propri mecenati sul territorio».

Dopo il grande successo al debutto, i Pir si sono arenati: sono ancora uno strumento su cui puntare per la crescita delle pmi?

«I Pir hanno movimentato ben 15 miliardi, ma oggi il loro mercato è ingessato, sebbene le performance da inizio anno viaggino a due cifre nella maggior parte dei casi. Sono segnali di un’appetibilità di questi strumenti, che hanno avuto successo nel convogliare risparmio verso le imprese italiane. Restano validi sia per risparmiatori che per pmi, purché si torni alla loro versione originale».

Il ‘piccolo è bello’ non va più: la dimensione delle imprese italiane è un ostacolo?

«La crisi economica e la competitività internazionale ci hanno insegnato che non esistono regole valide in assoluto, ogni impresa deve analizzare le proprie peculiarità ed investire sulle proprie leve strategiche. Che può certamente essere la crescita dimensionale, anche attraverso filiere. In questi mesi abbiamo incontrato 120 imprese vincenti – così le abbiamo definite e valorizzate attraverso un programma di iniziative condiviso con Elite, Bain e Gambero Rosso – che hanno storie straordinarie e dimostrano di avere successo pur essendo pmi non di grandi dimensioni. Perché investono in ricerca, esportano, sono radicate nel territorio, hanno conti in equilibrio e riservano una particolare attenzione alla sostenibilità e al personale».

Il Paese crescerà zero quest’anno e dello zerovirgola il prossimo: come se ne esce?

«L’Italia ha punti di forza che non immaginiamo, come la creatività e la resilienza delle nostre imprese, la loro capacità di affrontare e superare le difficoltà dello scenario economico, la ricchezza dei diversi territori. Abbiamo distretti industriali di eccellenza che esportano il made in Italy e sanno coniugare tradizione e innovazione. Dobbiamo collaborare con le nostre imprese, agevolandole e supportandole nei loro piani di sviluppo ».