IL MERCATO ITTICO

I pescatori italiani si ribellano
«Paletti normativi e multe salate
La Ue affonda le nostre attività»

Antonio Fulvi
LIVORNO

LA NOTIZIA VIENE da Bruxelles: ed è che i pianificatori europei propongono per il prossimo piano di sostegno alla pesca professionale (Feamp) una riduzione progressiva dei fondi dal 2021 al 2027. Un taglio che costerebbe all’Italia circa 19 milioni, il 5% in meno rispetto al piano in corso, che è di 537 milioni. Le linee generali del nuovo piano – si legge nel documento – propongono progetti di sviluppo della piccola pesca costiera, rottamazione ulteriore dei vecchi pescherecci, formazione ambientalista e sviluppo del pesca- turismo. Il Feamp è comunque un documento di indirizzo generale, che ciascun Paese europeo deve poi adottare con appositi decreti, liberi di scegliere norme più restrittive (ma non più elastiche). E qui entra in gioco la politica nazionale sulle risorse pesca che, anche nella pianificazione attuale, ha creato e crea parecchi malumori. Sono il regime sanzionatorio italiano, considerato pesante e poco realistico, e l’eccesso di obblighi burocratici su ogni singolo peschereccio i due punti più contestati nei decreti e nei relativi regolamenti italiani. Poi si contesta il principio, stabilito da Bruxelles, secondo cui nei prossimi anni le giornate di pesca permesse devono diminuire dal 5% al 10% all’anno, sulla base di quante giornate sono state fatte nel 2018.

«UNA NORMATIVA RIGIDA, inventata da burocrati che non sono mai saliti su un peschereccio – attacca Roberto Manai, dirigente nazionale di Federpesca – perché non tiene conto di eventi straordinari. Se ho tenuto ferma la barca per due mesi, causa un guasto al motore o un carenaggio, questo periodo non mi viene scorporato e mi taglia ulteriormente le giornate permesse nel futuro». Oggi, ricorda ancora Federpesca, un peschereccio in piena attività opera in media 200 giornate all’anno, considerando festività, maltempo e riparazioni. I tagli futuri incideranno non di poco. Che la pesca professionale soffra, lo testimoniano anche i singoli operatori. «Siamo ormai a meno di 50 mila tonnellate all’anno di prodotto, contro 19mila degli allevamenti. Ma non sono questi ultimi a farci concorrenza – continua Manai –, mentre in Adriatico c’è la pressione della Croazia, con fermo pesca diverso dai nostri, e nel sud la Tunisia ». Tanto che in alcune aree costiere, sia in Adriatico che sul Tirreno, si cerca di supplire con iniziative di pesca-turismo, imbarcando gli appassionati per una giornata ‘dimostrativa’. Ma siamo solo ad attività marginali. «Può aiutare a sostenere qualche spesa in stagione – dice Giorgio Romano, giovane pescatore di Capraia isola – ma non è certo un business».

ANCHE SUI CRITERI di demolizione delle barche più vecchie, che spingono per una flotta più aggiornata e quindi più rispettosa dell’ambiente (scarichi) e più efficiente, una cosa sono le intenzioni, l’altra i fatti. Nell’attuale Feamp sono stati stanziati 62 milioni di euro per demolire vecchi catorci, ma la norma italiana è stata fatta – contestano i pescatori – in termini tali che le barche sotto i 18 metri, le più diffuse, ne hanno usufruito solo in parte minoritaria; e sono state demolite barche di mezz’età, mentre non ci sarebbero rientrate quelle davvero vecchie.

I TEMI di discussione sono infiniti. C’è il regime sanzionatorio, per esempio. Mentre a Roma si sta discutendo con il neo sottosegretario sull’imminente nuovo decreto per il fermo pesca – c’è chi lo vorrebbe ad agosto, chi a settembre, chi mai – si chiede di rivedere il regime punitivo sulle misure. «Se nella rete mi rimane un singolo nasello di 19 cm, cioè un centimetro sotto la misura ammessa – dice Giovannino Di Megli – vengo sanzionato anche di 4 punti sulla licenza, più oltre 2mila euro». Se poi in un palamito rimane un tonno sotto o sopra misura, se è ancora vivo va ributtato, e pazienza: ma se è ormai morto non si sa che fare, perché portarlo a terra è proibito (multa e punti in meno sulla licenza) e ributtarlo a mare è uno spreco. «Non alleviamo zucchini, che si possono controllare nella crescita – concludono i pescatori – le norme per il mare andrebbero fatte con chi veramente ci lavora. E qualcuno con reminiscenze letterarie ironizza. «Baudelaire diceva: uomo libero, amerai sempre il mare: ma qui sembra che chi fa le leggi lo odi e odi anche noi».

Slow food A Bruxelles per un consumo più consapevole

BRUXELLES

APPLICAZIONE RIGOROSA dell’obbligo di sbarco delle catture accidentali, che entrerà pienamente in vigore a livello Ue nel 2019, e valorizzazione delle specie ittiche sottoutilizzate per ridurre la dipendenza dalle importazioni di pesce. Sono alcune delle richieste di esperti, associazioni di pescatori e della società civile della rete Slow Food (nella foto il fondatore, Carlo Petrini), che si sono riuniti a Bruxelles per una tavola rotonda sulle sfide che l’attuazione della Politica comune della pesca (Pcp) pone alle imprese e cooperative di piccola scala e su come rendere i consumatori più consapevoli delle loro scelte di acquisto. L’incontro, cui hanno partecipato anche funzionari della Commissione Ue, si è tenuto nella giornata europea della ‘dipendenza da pesce’ (Fish dependence day), data del calendario in cui le scorte domestiche si esauriscono e si inizia a dipendere dalle importazioni da paesi extra-Ue.

SECONDO SLOW FOOD, però, per alcune specie ittiche sovra-sfruttate la data arriva il 1° gennaio di ogni anno, mentre per molte specie sottoutilizzate l’anno passa senza superare la soglia. Molti interventi hanno quindi insistito sulla necessità di cambiare i modelli di consumo orientandoli verso specie ittiche maggiormente diversificate, stagionali e locali.

Di | 2018-07-16T15:45:08+00:00 16/07/2018|Focus Agroalimentare|