IL MERCATO PRINCIPALE DELLE PMI

Messe Frankfurt parla italiano
«Apriamo le porte della Germania
alle eccellenze del nostro Paese»

Francesco Gerardi

MILANO

IL VECCHIO detto «I tedeschi amano gli italiani, ma non listimano e gli italiani stimano i tedeschi, ma non li amano» avrà anche un fondo di verità, ma di certo non vale per l’industria e il commercio, a giudicare dai brillantissimi dati nell’interscambio fra i due Paesi. Nel 2017, infatti, i volumi sono cresciuti del 7% in entrambe le direzioni, raggiungendo la cifra monstre di 121 miliardi di euro, tra esportazioni italiane in Germania e importazioni tedesche in Italia (dati Istat 2018). Numeri enormi, che rendono la Germania il nostro primo partner commerciale, sia nell’import che nell’export. Insomma, i tedeschi, almeno nell’industria, stimano gli italiani più che mai, con un apparato produttivo che è sempre più legato a doppio filo al tessuto delle pmi del Belpaese.

MA cos’hanno di speciale le nostre aziende agli occhi di investitori e clienti teutonici? «Siamo davvero bravissimi nel customizzare i prodotti», spiega Francesca Selva, vice presidente marketing ed eventi di Messe Frankfurt Italia, la società italiana del gigante tedesco delle fiere, una realtà con 661 milioni di fatturato e che opera da 20 anni qui da noi con l’obiettivo di offrire nuove opportunità di business alle aziende, facilitandone l’accesso al mercato tedesco. «Nessuno, cioè, è capace come noi italiani ad adeguare i prodotti alle esigenze del cliente. Pensi al comparto automobilistico: tutte le grandi case tedesche si appoggiano ad aziende manifatturiere italiane per la componentistica e gli interni, al punto che quando ci si siede in una Bmw, una Volkswagen o una Mercedes si è circondati di manufatti tricolori. Sono, come si dice, delle automobili made in Italy inside».

SEMPRE più attiva nel cercare un’integrazione, in particolare con le regioni del nostro centro-nord, la Germania ha da tempo scommesso sul made in Italy, ma negli ultimi anni la maggiore accelerazione si è avuta nella corsa alla nuova frontiera dell’Industria 4.0 e dell’automazione, dove Messe Frankfurt è protagonista mondiale indiscussa con Sps Ipc Drives, la mostra di Norimberga leader nel campo dell’innovazione. «Noi italiani siamo i maggiori produttori di macchinari – prosegue Selva –, subito dopo i tedeschi. Ma non è soltanto il settore meccatronico a richiamare capitali dalla Germania. C’è anche il food, il packaging, la plastica, il ceramico. E in ogni caso, dove c’è una catena produttiva, oggi c’è automazione. La robotica nelle fabbriche è il business più attuale».

L’ENTE fieristico più grande al mondo è infatti impegnato ogni anno ad organizzare in Italia lo spinoff nazionale della fiera dell’automazione tedesca: è Sps Ipc Drives Italia, giunta all’ottava edizione e in procinto di aprire i battenti al polo fieristico di Parma (dal 22 al 24 maggio). «È l’evento più importante in Italia per quanto concerne digitalizzazione della fabbrica e innovazione – racconta Selva –, e si rivolge al mondo manifatturiero italiano come momento imprescindibile per integrarsi in questo nuovo modo di produrre, su cui in Germania si punta forte e che rappresenta la sfida di questi anni».

L’EDIZIONE passata aveva visto una crescita del 20%, ma l’espansione non accenna ad arrestarsi: «Dopo otto edizioni la crescita è anche quest’anno in doppia cifra, con oltre800 espositori. Abbiamo identificato un percorso di digital transformation con due padiglioni in più rispetto all’anno scorso, focus sucyber security e altre novità. Uno dei punti di forza è la collaborazione con il Dipartimento di Elettronica del Politecnico di Milano: diamo infatti molta importanza alla formazione 4.0, e ci saranno anche incubatori, startup e l’ordine degli ingegneri che parteciperanno a incontri, convegni e seminari», chiosa la dirigente.

 

Contro corrente di ERNESTO PREATONI

ITALIA-ARGENTINA GLI STESSI ERRORI

IN QUESTI GIORNI è in corso un nuovo derby fra Italia e Argentina. Solo che non si gioca sui campi di calcio ma su giornali e notiziari tv. A dare il fischio d’inizio è stato il presidente Mauricio Macrì, chiedendo al Fmi un prestito di 30 miliardi di dollari per evitare un nuovo collasso dell’economia del suo Paese. Il Peso, infatti, continua a svalutarsi nonostante la difesa della banca centrale di Buenos Aires. Secondo molti osservatori la situazione dell’Argentina rappresenta la prova generale di quanto accadrebbe all’Italia in caso di uscita dall’euro. A ben vedere ci sono, in effetti, dei punti di contatto fra l’Italia e l’Argentina. Ma non quelli individuati dagli eurofanatici. La prima osservazione: l’Argentina si è dissanguata per difendere un cambio irrealistico. Non diversamente da come fece l’Italia nel 1992 quando Carlo Azeglio Ciampi, ancora Governatore della Banca d’Italia bruciò 14mila miliardi di lire per sostenere la parità della nostra moneta. Un gesto sconsiderato. Dopo l’inutile sacrificio, la lira venne svalutata ugualmente e fu un beneficio per tutti. Dall’anno successivo, la bilancia commerciale tornò in attivo e anche l’inflazione, a dispetto del catastrofismo prevalente, rimase sotto controllo.

LO STESSO ERRORE è stato fatto dalla Banca centrale argentina per sostenere il Peso. Perché non lasciare scivolare il cambio? La nuova parità sarà il punto da cui ricominciare. L’attivo della bilancia con l’estero darà respiro all’export riducendo l’import. Considerazioni semplici che, tuttavia, confliggono con le ragioni politiche che scambiano la moneta nazionale come una bandiera che deve sempre essere tenuta alta per non dare l’impressione di una resa. I destini di Italia e Argentina hanno molto in comune: la crisi del Paese sudamericano è cominciata quando il valore del Peso fu agganciato al dollaro. L’esperimento fu abbandonato dopo 10 anni ma i danni sono stati irreparabili. L’Italia sta soffrendo dal 1996. Da quando è stata aperta la strada per agganciare la lira al marco travestito da euro. Nessuno impara mai dal passato.

Di |2018-10-02T09:24:33+00:0015/05/2018|Dossier Economia & Finanza|