IL MADE IN ITALY È ARTIGIANO

La pelletteria fa gola ai big stranieri Arrivano Burberry e i francesi di LVHM
L’obiettivo è produrre in Toscana

Eva Desiderio
FIRENZE

CONTINUA a ritmo sostenuto lo shopping delle aziende del lusso internazionale sulle piccole e medie aziende di pelletteria e calzature del distretto fiorentino, il più importante d’Italia per l’alta qualità dei manufatti, la capacità degli artigiani, la lunga tradizione di contoterzismo ai massimi livelli. L’ultimo colpo lo ha assestato Burberry, mitico marchio basato a Londra che ha, da marzo, come direttore creativo l’italiano Riccardo Tisci e come amministratore delegato un altro italiano, Marco Gobbetti (entrambi ex Givenchy).

È RECENTE la notizia dell’acquisizione di una pelletteria di lusso a Scandicci, alle porte di Firenze, che diventerà un centro di eccellenza per il marchio inglese celebre per i suoi impermeabili. Si tratta della CF&P di Carmen Paroni che produce borse (tra cui le Belt Bag di Burberry) e accessori in pelle pregiati. I dipendenti passeranno in blocco alla società inglese, e sono circa 170. La CF&P intanto cambierà sito produttivo e continuerà a lavorare separatamente per altri brand. «L’acquisizione a Scandicci – dice l’ad di Burberry Gobbetti – ci permette di avere un maggio controllo su prototipa e qualità, sui costi e sulle consegne». La discesa in campo degli inglesi conferma una volta di più la centralità del nostro Paese per le produzioni di lusso. Da poco è aperto, sempre nel Comune di Scandicci, il Gucci ArtLab, un centro di eccellenza per i prototipi di calzature e borse dove lavorano già 800 persone per la maggioranza giovani sotto i 30 anni. Sempre Gucci ha creato un hashtag ‘diventafornitoregucci’ per reclutare manodopera superspecializzata e incontrare aziende da acquisire. L’hashtag ha superato in poco tempo i 1.000 contatti. «La filiera artigianale è a rischio», tuonano i sindacati di settore che temono la concentrazione della produzione solo nelle mani dei grandi poli del fashion, quasi tutti in mano straniere. Le organizzazioni degli artigiani temono che tutto si appiattisca, che si perda la capacità e la voglia di fare impresa (anche piccola, ma di valore), inaridendo di fatto il sistema manifatturiero. E se poi portassero via tutto all’estero, magari dove il costo del lavoro è più basso? Se continuassero nello shopping di professionisti? Riflessioni che coinvolgono le 4.000 imprese di pelletteria dell’area fiorentina.

INTANTO, mentre Prada prepara un centro di eccellenza sempre a Scandicci dopo l’acquisto di una vecchia fabbrica di addobbi natalizi, nella cintura intorno a Firenze sbocciano nuovi insediamenti. Nel comune di Bagno a Ripoli sta riqualificando un’ex fornace Fendi, un luogo finora degradato che implementerà la quella fashion valley: 9 ettari acquistati dal gruppo LVMH (che detiene Fendi) per 3 milioni di euro: vi sorgerà un centro di produzione di pelletteria interna, con tanto di formazione. «Per noi si tratta di una grande opportunità», dice il sindaco di Bagno a Ripoli Francesco Casini. Sempre in Toscana, ma a Radda in Chianti dove finora non c’era nessun insediamento industriale ma solo magnifiche vigne, scende in campo Céline, marchio sempre del Gruppo LVMH di Bérnard Arnault: nel sito produttivo per le borse troveranno impiego 280 persone, con una manifattura di 3.000 metri quadrati con un investimento di 20 milioni di euro. L’apertura è prevista per marzo 2019.

Findomestic Boom dei finanziamenti: erogati quasi 9 miliardi nel 2017

FIRENZE

NON È ‘SOLTANTO’ in testa. Riesce anche a distanziare gli avversari, con performance doppie rispetto a quelle del mercato. La corsa di Findomestic procede senza rallentamenti: la banca con radici toscane, parte del gruppo Bnp Paribas, è leader nel settore del credito al consumo e vanta una crescita della produzione del 18,2% (2017) che ha portato il totale erogato a 8,8 miliardi di euro. Risultati raggiunti in un contesto di aumento dei prestiti, che però si attesta al +9,6% (per un totale di 60 miliardi di euro, fonte Assofin). La metà di Findomestic, appunto. E ancora: l’utile netto consolidato è di 256 milioni, con un +9,6% in un anno e +100% negli ultimi quattro anni, mentre nei primi tre mesi del 2018 la crescita è del 16% a fronte di un incremento del mercato che secondo stime della società non supera il 6%.

«I MOTIVI del successo? Partnership importanti, capacità di acquisire nuovi clienti e fidelizzare il portafoglio, una politica di sviluppo sempre orientata all’innovazione» sintetizza l’amministratore delegato Chiaffredo Salomone (nella foto). «Findomestic – continua – è impegnata in tutti i settori del credito al consumo: prestiti personali, cessione del quinto, credito finalizzato per elettrodomestici o mobili, credito per l’acquisto di autovetture. E abbiamo una gamma di prodotti ampia che comprende diversi tipi di carte di credito». La produzione Findomestic – che ha una quota di mercato del 15% – è costituita per il 53,7% da prestiti personali, seguono carte di credito (16,7%) e finanziamenti per comprare auto o moto (13,1%). La banca è leader in Italia per l’erogazione online: il prestito chiesto e ottenuto sul web pesa il 15%, mentre vale appena l’8% per il mercato. «Notiamo un aumento del ricorso al credito online e la tipologia di cliente non è costituita soltanto da giovani».

LA PERCENTUALE di crediti a rischio del portafoglio Findomestic è dell’1,19% (2017). «Cerchiamo di mantenere gli indicatori di rischio sotto controllo, la politica di lotta contro il sovraindebitamento è da sempre alla base del nostro successo. Ma la situazione sta migliorando anche a livello di mercato». Il 99% degli italiani conosce almeno una forma di credito al consumo, uno su due ha fatto ricorso a un finanziamento. «Il 68% delle persone – continua Salomone – avrebbe rinunciato a un acquisto programmato se non avesse potuto disporre di un finanziamento. Nel 2017, in Italia, 6 auto su 10 sono state acquistate tramite finanziamento. Il credito al consumo è ormai una prassi». Anche per i lavoratori che non hanno un posto fisso. «Il contesto economico e socio-demografico è cambiato. Per questo abbiamo rivisto i criteri: un tempo si concedeva un finanziamento solo a chi aveva un reddito fisso garantito, oggi anche a chi ha contratti a tempo determinato. C’è un allargamento della platea».

Giuseppe Catapano

Di |2018-06-05T15:02:11+00:0005/06/2018|Imprese|