«Vogliamo crescere ancora. Stiamo guardando all’Europa e siamo pronti a fare acquisizioni
Il made in Italy è fortissimo, ma ha bisogno di aziende grandi»

I numeri di Mattioli: l’85% del fatturato è frutto dell’export
Nel mirino i nuovi mercati del lusso: dalla Cina ai paesi arabi

TORINO

Anche nella vita delle aziende vale il motto non è tutto oro quello che luccica. Se non ci fossero i numeri dei bilanci e dei piani strategici a dare lustro alle storie d’impresa. I numeri di Mattioli sono questi: oltre 260 dipendenti, un fatturato 2019 che sarà di oltre 65 milioni di euro realizzati per l’85% all’estero, investimenti doppi rispetto agli ammortamenti. Cifre alle quali si aggiunge la scelta di autofinanziarsi crescita e sviluppo. «Ci finanziamo con mezzi nostri – spiega Licia Mattioli, l’imprenditrice che guida in prima persona l’azienda –. Investiamo continuamente perché senza ricerca e innovazione non ci può essere sviluppo». Non basta il fascino del Made in Italy, che pur gioca un ruolo potente in un settore come quello del lusso nel quale Mattioli opera. «Bisogna anche innovare. Piccolo non è più bello da tanto tempo. Se si è troppo piccoli è difficile resistere e competere sui mercati mondiali. E’ anche per questo motivo che stiamo valutando acquisizioni all’estero». L’orrizzonte è quello del vecchio Continente, mentre quello commerciale è globale con un occhio, in particolare, per il Far East e per la Cina. «Stiamo guardando ad alcune realtà produttive in Europa – continua Mattioli –, fondamentalmente in Europa. Quanto all’espansione commerciale siamo presenti in 30 paesi e stiamo guardando con interesse ai mercati arabi, per esempio con l’apertura a Gedda e in Giappone a Sapporo». Mercati ormai consolidati per il lusso e non solo, ma non facili o scontati da affrontare. «La Cina, in particolare – ragiona Licia Mattioli – non è un mercato da affrontare a cuor leggero. Per noi, per il nostro tipo di prodotto, il momento giusto è ora». L’identikit di imprese come la Mattioli somiglia, per molti versi, a quello che attira l’attenzione degli investitori internazionali: dentro c’è il made in Italy nella sua miglior accezione di artigianato e industria, il gusto del bello e l’eleganza che ci è riconosciuta nel mondo («Anche le nostre fabbriche, le fabbriche italiane – dice LIcia Mattiorli –, sono più belle di quelle che vedo all’estero») e i numeri che consentono il finanziamento con mezzi propri. Se si facesse vivo un fondo, cosa risponderebbe? «Si sono gia fatti vivi – risponde l’imprenditrice –, ma in generale direi che non sarei interessata a un intervento che fosse solo, diciamo così, di carattere finanziario. Sarebbe più intrigante, semmai, una collaborazione con un fundo che ci portasse come valore aggiunto un managament che faccia la differenza sul piano dell’innovazione, dello sviluppo dell’azienda».

Paolo Giacomin


«Il timore più forte delle imprese?
Fa paura l’incertezza»

«Una politica industriale contro la crisi di credibiiltà»

TORINO

Licia Mattioli è vice presidente nazionale di Confindustria. Per viale dell’Astronomia si occupa di internazionalizzazione e attrazione degli investitori esteri per le imprese italiane. Tenere separati i due ruoli – quello di imprenditrice e quella di rappresentante di categoria – più che difficile non è detto sia utile. Tanto più che le sfide e i problemi dell’Azienda Italia sono gli stessi che qualunque imprenditore si trova ad affrontare quotidianamente all’interno della propria impresa. Cosa teme Licia Mattioli? «Temo l’incertezza – risponde –. Per la vita delle imprese l’incertezza è lo scenario peggiore. Abbiamo di fronte la Brexit, ci sono il rallentamento della Germania e la guerra commerciale tra Usa e Cina che coinvolge anche l’Europa. All’estero ci sono paesi importanti che stanno subendo crisi molto forti e vivendo periodi di grave instabilità. In Italia viviamo di export e questo contesto e molto pericoloso. Abbiamo bisogno di sapere cosa intendiamo fare nei prossimi anni e invece…». E’ una domanda che fa agli imprenditori, a se stessa o alla politica? «La faccio a chi deve stabilire gli indirizzi di politica industriale. Però c’è una cosa…». Quale? «Tutti dovremmo farci una domanda: come fa un’investitore a credere in un paese che può cambiare le carte in tavola?» Il riferimento, affatto vago, è aIl’ex Ilva, ma consente di fare il conto delle potenziali occasioni perdute. Il Piemonte, d’altra parte, è terra dal cuore industriale ma anche scenario di trasformazioni. «Esiste un modo piemontese di fare impresa? Sì, credo di sì – chiude l’imprenditrice –. Credo esista un modo particolare, sabaudo, di affrontare le situazioni, che è quello di riconoscere le istituzioni. Sarà perché abbiamo avuto Cavour e Einaudi. Certo, oggi di Einaudi purtroppo non se ne vedono».

p. g.