IL FUTURO INDUSTRIALE DEL PAESE

Cassa depositi e prestiti,
lo Stato torna capitalista
Il forziere del risparmio
soccorre i big strategici

Alessia Gozzi

ROMA

RACCONTANO che esista un passaggio sotterraneo che unisce il palazzo della Cassa depositi e prestiti e quello del Ministero dell’Economia a Roma. Di recente, i pochimetri che separano via Goito da via XX Settembre sono tornati ad essere parecchio battuti dai tecnici delle due istituzioni. Il vento della politica è tornato a soffiare verso un nuovo capitalismo di Stato, tanto che in molti osservatori hanno iniziato a vedere nella Cdp targata Gallia-Costamagna parecchie somiglianze con la vecchia Iri. L’ente creato dal regime fascista nel 1933 e liquidato dal centrosinistra nel 2000 è stato un crocevia tra mondo della finanza, dell’industria e della politica. Aveva in pancia reti in monopolio come la telefonia e le autostrade, industrie strategiche nel settore siderurgico, pezzi di alimentare, meccanica, cantieristica e molto altro. La storia insegna, però, che dopo aver svolto un ruolo di volano per lo sviluppo del Paese, l’Iri finì schiacciata dalle perdite. Certo, i tempi sono cambiati. Alcuni monopoli non ci sono più, la stagione delle privatizzazioni ha portato frutti più o meno buoni, molte grandi imprese sono quasi del tutto scomparse o passate in mano straniera, mentre il tessuto italiano è composto soprattutto da piccole e medie aziende, con molte eccellenze. In questo quadro, la presenza pubblica ha ormai poco senso come partecipazione totalitaria nelle aziende. Il modello sembra essere quello messo in campo con il blitz a sorpresa nel capitale di Telecom. Sì, proprio lei, il prodotto della ‘madre di tutte le privatizzazioni’.

A POCHE SETTIMANE dall’assemblea decisiva per il controllo del gruppo di tlc, divorato dalla guerra tra i soci di maggioranza francesi e il fondo Usa Elliott, il cda della società ha deliberato l’ingresso in Tim fino al 5%, stanziando una cifra massima di 750 milioni di euro. Operazione che si lega a un altro asset partecipato dalla Cassa, Open Fiber, la società della fibra ottica fortissimamente voluta dal governo Renzi, che ha come azionisti Enel e la stessa Cdp. La quale non sarà un socio transitorio di Telecom Italia e della rete societarizzata perché – come ha sottolineato il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda – «lo Stato dovrà avere una presenza ma non necessariamente il controllo». Sul tavolo della Cdp transitano tutti i dossier delle crisi nazionali. Non può accollarsi industrie in perdita, ma «se sono di rilevante interesse nazionale» e hanno «adeguate prospettive di liquidità», allora sì. Alitalia, ad esempio. E, infatti, il presidente Claudio Costamagna non ne ha fatto mistero: «Siamo disponibili come partner finanziario di minoranza nel quadro di un piano industriale sostenibile». Oppure Ilva. Per salvare l’acciaio italiano, la Cdp era scesa in campo con un’offerta in partnership col socio industriale Arvedi, quello finanziario Del Vecchio, cordata a cui si sono aggiunti gli indiani di JWS Steel. Ma il Ministero dello Sviluppo preferì assegnare l’azienda al colosso Arcelor Mittal, che correva insieme al gruppo Marcegaglia. La mission di Cdp è esplicitata sul sito web: «Investiamo in progetti di utilità collettiva utilizzando il risparmio postale e capitali raccolti sul mercato». Nel corso del 2017, come gruppo, ha mobilitato risorse per circa 34 miliardi, superiori del 20% rispetto al 2016, attivando investimenti per 58 miliardi nel sistema economico. La potenza di fuoco è stata indirizzata verso quattro obiettivi: il 47% all’internazionalizzazione, il 33% alle imprese, il 19% a infrastrutture e Pubblica amministrazione e il restante 1% alla valorizzazione del patrimonio immobiliare. «Sostenere l’economia», certo, ma anche «fare utili per garantire un rendimento agli investitori», considerando che è il risparmio degli italiani ad essere gestito. Lo scorso anno il bilancio si è chiuso con 4,5 miliardi di utile netto di gruppo e 35,9 miliardi di patrimonio.

NEL PERIMETRO del forziere Cdp c’è un po’ di tutto. La rete elettrica (Terna), quella del gas (Snam) e dei pagamenti bancari (Sia), Saipem, Eni e sono tornate le Poste, la cui partecipazione ha garantito una cedola da 180 milioni. Meno redditizio l’investimento nel fondo Atlante che tentò di scongiurare il default di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza, poi finite comunque in liquidazione: 400 milioni in due anni la svalutazione messa, nero su bianco, nell’ultimo bilancio. Scongiurato, invece, l’ingresso nell’operazione Mps, di cui pure si parlò. Il raggio d’azione si è allargato negli ultimi anni, Cdp ha iniziato a prendere quote in capitale di imprese medio-piccole, concedere prestiti o garanzie, finanziare fondi come F2i o il Fondo italiano di investimento. Un passo verso quella «banca pubblica degli investimenti» evocata dal Movimento 5Stelle e anche dalla Lega. Si vedrà di che colore sarà il prossimo governo, al quale toccherà la partita del rinnovo dei vertici della Cdp, in scadenza a giugno. Il Tesoro la controlla con l’82,77%, mentre le fondazioni bancarie hanno una quota del 15,93%. Mentre Gallia non sembra puntare al rinnovo, Costamagna – che gode dell’appoggio delle fondazioni – laddove dovesse esserci una condivisione di obiettivi con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi, potrebbe fare il bis.

Di | 2018-05-02T11:22:49+00:00 02/05/2018|Primo piano|