Nasce il Monte dei Paschi di Stato
Il Tesoro nuovo padrone della Rocca
E la Borsa regala rialzi inaspettati

Francesco Meucci

SIENA

INIZIA DOMANI il futuro del Monte dei Paschi. Il cda di Rocca Salimbeni si riunisce per approvare i conti del trimestre – saranno ancora in chiaroscuro con un risultato operativo positivo gravato ancora dalla contabilizzazione delle partite necessarie al salvataggio della banca – ma soprattutto per fissare la data dell’assemblea dei soci che dovrà prendere atto della nuova composizione sociale e del nuovo statuto. L’appuntamento sarà per la seconda metà di dicembre, tra il 15 e il 20, e da qui a quella data prenderà vita il duello per un posto al sole fra i soci della banca senese. A seguito della ricapitalizzazione precauzionale grazie alla quale è stato evitato il dissesto, adesso è lo Stato il principale azionista di Mps (alla data dell’assemblea potrebbe possedere fino al 70 per cento delle azioni, in base a come andrà l’acquisto dei titoli convertiti dalle obbligazioni vendute ai risparmiatori). Per ordine di peso il secondo azionista è Generali al 4,3 che ha fatto già sapere di «voler contare» ed è pronto a reclamare almeno due posti nel nuovo board. Strategia lecita, ma che deve fare i conti con gli interessi dei fondi divenuti azionisti con la conversione dei subordinati e soprattutto con Axa.

LE ASSICURAZIONI francesi erano un socio forte di Mps (prima dell’intervento dello Stato avevano il 3 per cento, oggi, come ha detto il cfo Gerald Harlin hanno «pochissimi titoli») ma rappresentano un partner storico nella bancassurance, per la quale è tuttora in essere una joint venture. Sempre Harlin ha parlato di «totale convergenza di interessi» con Rocca Salimbeni, a ribadire la tenuta dell’asse Siena-Parigi anche dopo l’intervento dello Stato. A Torino, sponda Generali, se ne dovranno fare una ragione oppure prendere contromosse se davvero vogliono far fruttare il proprio investimento a Siena anche da un punto vista del business. E’ un equilibrio tutto da costruire, insomma, e nel quale va inserito il ruolo degli investitori istituzionali. Assogestioni sta raccogliendo le deleghe per costruire un patto in vista dell’assemblea e stilare una lista per il cda; solo una volta terminata la ricognizione si capirà se il peso dei fondi sarà superiore a quello di Generali.

LA PARTE DEL LEONE del nuovo board, ovviamente, è appannaggio dello Stato. E qui la partita è più complessa perché entra in gioco la poltica. Primo nome sul tavolo è quello del presidente, Alessandro Falciai. L’imprenditore livornese gode della stima incondizionata da parte del management e del governo, rappresenta quella quota di investitori privati rimasti a fianco del Monte e ha guidato il consiglio in una fase così critica. Basteranno questi tre elementi a farli conservare la poltrona? Difficile dirlo, perché ci sono non poche pressioni su Padoan e Gentiloni affinché diano un segnale di discontinuità con il passato e facciano valere l’intervento dello Stato anche nel cda. Chi invece non rischia il posto è il capoazienda Marco Morelli. Sacrificarlo adesso significherebbe mandare un segnale equivoco all’Europa, visto che l’ad ha trattato in prima persona e garantito sulla riuscita del piano di salvataggio concordato con la vigilanza.


La storia Dal Banco di Sicilia ai giorni nostri, le crisi si assomigliano

Antonio Patuelli*

LE CRISI bancarie sono sempre esistite fin dalle epoche medievale e rinascimentale, come per le illustri e allora molto innovative banche delle storiche famiglie fiorentine, a partire dai Medici. Vi sono state diverse crisi bancarie nell’Ottocento, ma con esse non deve essere confuso lo scandalo della Banca Romana di fine secolo, poiché quello fu un gravissimo caso di falsificazione addirittura delle serie delle banconote di un Istituto di emissione. Anche nel Novecento vi sono state numerose crisi di banche private e pubbliche: queste ultime venivano spesso ricapitalizzate precauzionalmente dallo Stato, che cercava di nascondere questi finanziamenti con la definizione di «fondi di dotazione». Sono andate in difficoltà nel Novecento anche banche plurisecolari come emerge dalla «Storia del Banco di Sicilia» (di Pier Francesco Asso, Donzelli editore) che ne è dimostrazione emblematica.

L’ANTICO istituto di credito siciliano divenne italiano nel giugno del 1860, durante la spedizione dei Mille, per iniziativa di Francesco Crispi in rappresentanza di Giuseppe Garibaldi. Ma le fasi eroiche dell’inizio dell’unità italiana lasciarono presto spazio a talune caratteristiche di operatività deteriore che sono la premessa frequente delle crisi bancarie: innanzitutto i conflitti di interesse che, per il Banco di Sicilia, riguardavano in particolare i rapporti con gli enti locali e la stessa Regione, che influivano sulle nomine stesse dei vertici del Banco. Negli anni Settanta del Novecento, il Banco di Sicilia fu oggetto di ispezioni molto approfondite della Banca d’Italia, sotto la guida di Vincenzo Desario (che, poi, divenne Direttore generale della Banca centrale). Emersero, fra l’altro, elementi di cattiva gestione delle partecipazioni del Banco in società legate alla Sicilia, diffuse irregolarità nell’erogazione del credito, perfino molte lacune nell’anagrafe della clientela, un elevatissimo numero di operazioni per le quali non vi era una scheda di rischio globale sull’intera esposizione dell’Istituto verso il cliente, la concessione di fidi non garantiti o con istruttorie approssimative, spesso sulla base di informazioni che, in taluni casi, risalivano a cinque anni prima, ulteriori fidi a favore di clienti già oggetto di contenzioso.

NELLA CRISI del Banco di Sicilia furono fatti emergere anche i nominativi delle società e delle persone titolari dei più grandi prestiti insolventi. Nella prefazione, Carlo Trigilia sottolinea alcune altre cause della crisi del Banco di Sicilia, quali distorsioni nella selezione del credito dovute a pressioni politiche, interventi frequenti di sostegno alla carenza di liquidità degli enti locali, assunzioni e carriere di personale influenzate dalla politica: insomma, disfunzioni che portarono a un uso scorretto e inefficiente del risparmio di quella Regione.

NEL NOVECENTO vi furono certamente anche lodevoli iniziative di risanamento e di rilancio del Banco di Sicilia, ma non sufficienti a correggere strutturalmente e definitivamente le cause profonde di una crisi che veniva da lontano e che portò quell’istituto bancario ad essere salvato e a confluire in un altro più solido gruppo creditizio. Insomma, le crisi bancarie sono tutte diverse fra loro, ma hanno in comune diversi aspetti non trascurabili di carenza di austera, sana, lungimirante, indipendente e prudente gestione, caratteristiche indispensabili per la crescita solida di imprese così complesse come sono gli organismi bancari.

* Presidente Abi