IL FUTURO DELLE TLC

Il Paese della rete lenta
Ma la rincorsa su 5G e fibra
si scontra con la politica
In ballo il futuro tecnologico

Elena Comelli
MILANO

AUTOMOBILI in grado di dialogare con altre auto o con la strada, delicate operazioni chirurgiche eseguite a distanza, applicazioni in realtà aumentata per il lavoro e il tempo libero: sono scenari aperti dalla rete mobile di quinta generazione, le cui frequenze sono appena andate all’asta e che consentirà maggiore velocità di connessione, con minori tempi di latenza. Della facilità di utilizzo di ologrammi potrà per esempio avvalersi il retail, come nel caso di Amazon, che ha recentemente brevettato uno «specchio a realtà miscelata», chiamato così perché l’immagine che restituisce è a metà tra la realtà tangibile e quella virtuale.

IL 5G MOBILE, però, avrà bisogno di reti in fibra ottica nelle case, dove poggiarsi per offrire i servizi promessi in banda ultralarga (oltre i 30 Mbps), un’infrastruttura su cui l’Italia è ancora molto indietro. La velocità media di Internet in Italia è di 15 Mbps, il che ci posiziona al 43° posto nel mondo per la velocità di connessione, ben lontani dai campioni mondiali Singapore (60 mega), Svezia (46) e Danimarca (44), ma anche dalla Spagna, che si è piazzata al 16° posto con una velocità media di oltre 27 mega (quasi il doppio di quella italiana), in base agli ultimi dati di M-Lab.

A QUESTO risultato siamo arrivati dopo dieci anni di piani, comitati e risorse pubbliche – 4 miliardi complessivi – che non sono bastati a staccarci dalle retrovie europee e mondiali. Il Comitato interministeriale per la banda larga nacque infatti nel 2007 e l’anno dopo furono inseriti nella finanziaria i primi fondi per realizzare infrastrutture e favorire la domanda. Lo sforzo non sembra però essere stato ripagato in termini di risultati.

ABBIAMO una delle migliori reti in rame del mondo, ma cosa ce ne facciamo quando le performance più efficaci viaggiano su fibra? La causa principale dei ritardi risale a una privatizzazione mal gestita, che nel ‘97 ha concesso la proprietà della rete fissa all’ex monopolista Telecom. Il mancato scorporo della rete tlc e la scelta di Telecom di utilizzare la tecnologia Adsl con il doppino in rame – più economico della fibra ottica –- ha condizionato per vent’anni il modello italiano di sviluppo della banda larga, appesantendo gli altri operatori, i fornitori di servizi digitali e tutte le imprese italiane con una velocità non competitiva.

TELECOM, anche per l’enorme debito accumulato, non ha mai investito nelle nuove tecnologie. Perché farlo, è l’ovvio ragionamento, se così si svaluta la propria rete? L’Italia è caduta così nella ‘trappola del rame’, dalla quale faticosamente il governo Renzi ha tentato di uscire con la Strategia italiana per la banda ultralarga approvata nel 2015. Renzi ha avuto buon gioco a scaricare su chi lo ha preceduto le responsabilità del disastroso ‘digital divide’ e non ha nascosto una certa ostilità nei confronti di Telecom, affidando a Enel il compito di portare la fibra nelle case degli italiani per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda europea 2020. La sua strategia, che punta a coprire entro il 2020 il 100% del territorio con una connessione ad almeno 30 mega e l’85% della popolazione ad almeno 100 mega, si integra con quella di Bruxelles (EU 2020), la quale richiede anche che entro il 2020 il 5G sia disponibile in almeno una città principale di ciascuno Stato membro.

LA DISCESA in campo di Open Fiber, controllata da Enel e Cdp, con all’attivo 3,5 miliardi di finanziamento da un pool di 13 banche, Cdp e Bei, ha dato una forte accelerata al piano di diffusione della fibra: l’obiettivo della società guidata da Elisabetta Ripa è di raggiungere 19,5 milioni di unità immobiliari nelle aree urbane. Nel frattempo sul cammino della fibra si stanno inserendo i tardivi tentativi del governo in carica di scorporare la rete da Telecom, creando un’unica società, che sarebbe inevitabilmente appesantita dagli organici in esubero dall’ex monopolista (si parla di almeno 20mila trasferimenti da Telecom alla rete unica).

UN’INTERFERENZA che lo stesso capo dell’Enel, Francesco Starace, ha definito con fastidio un «accrocco societario”. Il rischio è di far deragliare anche quest’ultimo treno verso la banda ultralarga.

Di |2018-11-27T08:50:14+00:0027/11/2018|Primo piano|