Il giro di valzer delle grandi compagnie
Nelle banche cresce la voglia di polizze
Generali e Unipol hanno altri progetti

Camilla Cresci

MILANO

PER ENRICO Cuccia le assicurazioni erano come i fiabeschi scrigni de Le Mille e una Notte. Il loro tesoro, le riserve tecniche, andava difeso da ogni incursione nemica e tenuto possibilmente sotto l’ala vigile di Mediobanca e dei suoi vassalli. I tempi sono cambiati e oggi più prosaicamente i banchieri ritengono le polizze un’utile fonte di ricavi. Del resto negli ultimi anni la marginalità degli istituti italiani è calata a picco, non solo perché prestare denaro rende pochissimo, ma anche perché la pressione regolamentare sul rischio di credito va crescendo. Ragion per cui si vanno cercando fonti alternative, con un occhio particolarmente attento al mondo dei servizi finanziari. Tra i comparti più promettenti c’è quello assicurativo, come dimostrano alcune recenti iniziative. Grande interesse sta suscitando ad esempio l’alleanza bancassicurativa che Banco Bpm intende stringere. A un anno esatto dalla fusione tra la Popolare di Milano e il Banco Popolare il gruppo oggi guidato da Giuseppe Castagna ha vagliato con attenzione le offerte arrivate nelle scorse settimane e ha deciso di trattare in esclusiva con Cattolica Assicurazioni forte di un progetto industriale che è stato preferito a quello dei francesi di Covéa. Altro indizio sono state le parole dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che ha recentemente definito il settore assicurativo uno dei fulcri del piano industriale in fase di preparazione. Le parole del banchiere non stupiscono visto che oggi la Ca’ de Sass (che possiede diverse compagnie di proprietà) è uno dei maggiori player nel ramo vita. Il 2017 del resto era iniziato con il timido flirt con le Generali, un’operazione abortita nel giro di qualche settimana forse perché il balzo era industrialmente e politicamente prematuro. Eppure proprio quel tentativo dimostra quanto interesse le banche italiane abbiano per il mondo assicurativo.

I NUMERI del resto sono lì a dimostrare che il settore è molto profittevole: negli ultimi cinque anni le commissioni per il collocamento di prodotti assicurativi sono cresciute a due cifre per quasi tutte le banche italiane, compensando la caduta del margine di interesse, la tradizionale fonte di ricavi degli istituti. E la crescita non sembra destinata a fermarsi: se sul ramo vita il mercato appare quasi saturo, il danni si mostra promettente e, per altro, ancora in gran parte inesplorato dalle banche. Non a caso un navigato investitore come Warren Buffet ha scelto proprio il mercato assicurativo per la sua prima incursione in grande stile nella finanza italiana. Nelle scorse settimane infatti la Berkshire Hathaway dell’oracolo di Omaha ha comprato il 9,047% di Cattolica, una compagnia di medie dimensioni alle prese con una delicata transizione industriale. Altri investitori internazionali potrebbero seguire l’esempio di Buffett. Del resto già nel 2014 il fondo Apollo ha conquistato le assicurazioni di Banca Carige (oggi Amissima) e, smentita infinite volte nelle sedi ufficiali, l’ipotesi di un interesse di Axa per le Generali resta tra i gossip preferiti di Piazza Affari, così come quella di una manovra difensiva sotto il coordinamento di Mediobanca. Se insomma le banche hanno tutto l’interesse a stringere alleanze assicurative, le compagnie si guardano bene dall’entrare nell’intermediazione creditizia. Unipol ad esempio potrebbe cedere in tempi rapidi la sfortunata Unipol Banca, dopo una drastica pulizia degli attivi. Il compratore, si dice, potrebbe essere Bper, di cui il gruppo di via Stalingrado ha rilevato quasi il 10% del capitale, guardandosi però dall’andare oltre. I legami tra le due realtà sono forti, ma una fusione è fuori discussione soprattutto perché non converrebbe a Unipol. Dopo la nuova stretta della Bce sui crediti deteriorati, fare banca sarà ancora più difficile e costoso. Un rischio che nessuna assicurazione vuole correre.


ChiantiBanca Addio a Trento, via alle nozze con Iccrea

Stefano Vetusti

FIRENZE

CHIANTIBANCA saluta Trento e aderisce al gruppo bancario cooperativo romano Iccrea. La svolta del consiglio di amministrazione passerà ora dall’assemblea dei soci, a novembre. Si tratta di una inversione di rotta maturata nel giro di pochi mesi, dopo che a maggio scorso l’assemblea dei soci di Chiantibanca aveva deciso di abbracciare la trentina Cassa centrale banca (Ccb).

DAI VERTICI di Iccrea soddisfazione per l’adesione di Chiantibanca. «Una forza ineguagliabile in Toscana, siamo pronti ad allargare le braccia» ha sottolineato il direttore generale della holding romana, Leonardo Rubattu. Con l’ingresso dei toscani Iccrea – cui aderiscono 154 Bcc – diventa il terzo gruppo bancario italiano con 2539 sportelli e 20600 collaboratori, il quarto per attivi, con 148,4 miliardi e un patrimonio di 12 miliardi, una raccolta di 131,2 miliardi e impieghi per 91. I crediti deteriorati netti complessivi, al 30 giugno scorso, ammontavano 9,7 miliardi. Chiantibanca contribuisce a gonfiare i muscoli della holding romana con un patrimonio di 220 milioni, 105 mila clienti, 27mila soci, oltre 450 dipendenti e 45 filiali concentrate in sei province del territorio toscano. E porta in dote risultati positivi nei primi sei mesi di quest’anno: «Abbiamo approvato un buon bilancio semestrale, chiuso con un utile di oltre due milioni, con decisi rafforzamenti patrimoniali e un aumento sensibile della percentuale di copertura dei crediti deteriorati» osserva il presidente di Chiantibanca, Cristiano Iacopozzi, aggiungendo che «il trend positivo è confermato anche nella seconda parte dell’anno».

LA DECISIONE di ‘sposare’ Iccrea viene motivata col fatto che «questo gruppo è quello più vicino alla tradizione di Chiantibanca e più rispondente al suo modello di impresa bancaria». Nessuna inversione di rotta ma una «scelta coerente» dunque, «logica conseguenza di quanto abbiamo sempre affermato» osserva Iacopozzi, che da maggio ha preso il posto di Lorenzo Bini Smaghi, uscito sconfitto dall’assemblea per il rinnovo del Cda. Da allora, oltre al presidente, al vertice di Chiantibanca è cambiato anche il direttore generale (da Andrea Bianchi a Mauro Focardi Olmi) e il consiglio di amministrazione è rinnovato per dieci tredicesimi.