Lotta all’emergenza climatica
Stop al carbone entro il 2030
per dimezzare le emissioni

Elena Comelli
MILANO

LA consapevolezza dell’emergenza climatica aumenta nel mondo, ma le emissioni globali di gas serra invece che calare stanno aumentando: nel 2018 del 2,7%. Solo il 15% delle 500 aziende più grandi è sulla buona strada per tagliarle, in base al consenso degli analisti. Lo stesso si può dire dei 194 Paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi, compresi i 185 che l’hanno ratificato: solo 16 di questi Paesi hanno legiferato in maniera coerente con il target di contenere ben al di sotto dei 2°C il surriscaldamento globale del pianeta, meglio se entro 1,5°C. Eppure le tecnologie per rispettarlo non mancano e sono ormai mature. In base alla Exponential Roadmap, presentata al Climate Summit di New York, le emissioni di gas a effetto serra potrebbero essere dimezzate nel prossimo decennio, se solo un piccolo numero delle attuali tecnologie e politiche verdi fossero adottate più ampiamente. Gli esperti hanno identificato 36 soluzioni che possono produrre fin da oggi gli effetti necessari per procedere speditamente verso un mondo a basse emissioni di carbonio.

L’ENERGIA solare ed eolica, ora più economiche dei combustibili fossili in molte regioni del mondo, dovrebbero essere rapidamente adottate in sostituzione del carbone per la generazione elettrica: questa misura da sola basterebbe per dimezzare le emissioni della produzione elettrica entro il 2030, secondo il rapporto. Invece ci sono ancora sussidi tali ai combustibili fossili, che in molti Paesi si continuano a costruire nuove centrali a carbone, come in Cina, dove ce n’è una settantina in via di realizzazione, o in India (50), ma anche in Turchia e in Polonia, tutti Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi. Promuovendo poi una rapida diffusione dei veicoli elettrici in alcune parti del mondo, soprattutto in Asia, questi potrebbero costituire il 90% del mercato entro il 2030, con una notevole riduzione delle emissioni nei trasporti. Bloccare la deforestazione e cambiare radicalmente la gestione del territorio sono altre due misure che potrebbero tagliare circa 9 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, ma sussidi contraddittori, cattiva pianificazione e interessi acquisiti impediscono che siano applicate. Il rapporto non ha esaminato gli aspetti economici, ma Owen Gaffney, primo autore e direttore della strategia dello Stockholm Resilience Center, ha rimandato ai risultati di uno studio dell’anno scorso sulla New Climate Economy, che ha stimato il beneficio economico di un futuro a basse emissioni sui 26mila miliardi di dollari entro il 2030. In base ai calcoli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, gli investimenti nelle fonti rinnovabili, che l’anno scorso sono arrivati a 620 miliardi di dollari, dovrebbero più che raddoppiare per centrare i target di Parigi.

IL RAPPORTO sostiene che agire subito in settori come la produzione di energia, le costruzioni, i trasporti, l’agricoltura e le abitudini alimentari potrebbe ancora farci rientrare nei parametri dell’Accordo. Rimandare queste politiche comporterà invece costi più elevati e interventi precipitosi, sotto la pressione dell’emergenza. «Ci muoveremo verso un mondo a basse emissioni in ogni caso, forzati dalla natura o guidati dalla politica. Se però aspetteremo di essere costretti dalla natura per agire, i costi saranno astronomici», ha commentato Christiana Figueres, ex capo della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite e promotrice del rapporto. Quindi non resta che darsi da fare, le tecnologie ci sono già tutte.