L’acqua è un buon affare per cinque grandi aziende
Una rete con troppe perdite
Miliardi per tappare i buchi

ROMA
SE NE SPRECA molta, se ne perde moltissima in condutture antiquate e colabrodo. Ma l’acqua continua a essere oggetto di un business miliardario, su cui hanno le mani società totalmente pubbliche, a maggioranza partecipate, solo in una estrema minoranza totalmente private; anche se l’effetto reale del referendum, stravinto dai fautori dell’acqua pubblica, ha prodotto solo piccole variazioni nelle governance delle società. L’acqua, anche se spesso lo dimentichiamo, è potere. Chi la detiene ha un enorme potere sulla vita dei singoli cittadini e su moltissime attività produttive. Per questo ad aver messo le mani sull’acqua sono società, quotate in Borsa, che si occupano anche di altro e che con l’acqua diversificano le loro attività sempre legate ai servizi ai cittadini, come gas ed elettricità: da Hera, A2A, Acea, Publiacqua, Iren. Ma l’acqua in un Paese a tradizione comunale è in mano a società anche molto piccole. Forse non tutti sanno che il consumo maggiore non è nell’uso quotidiano. Anzi, anche se consumiamo 245 litri di acqua al giorno a persona, solo a dirlo sembra un’enormità e infatti lo è, il grosso dei consumi invece è nell’irrigazione, il 51%. A seguire il settore industriale (21%), il civile (20%), per produrre energia (5%), e infine per la zootecnia (3%), per un consumo totale di 34,2 miliardi di metri cubi.
È EVIDENTE da questi dati quanto sia decisivo avere il controllo dell’acqua. Eppure le reti presentano un elevato grado di vetustà, tanto che il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani); il 25% di queste supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi centri urbani). Le perdite delle reti acquedottistiche hanno percentuali differenziate: al Nord ci si attesta al 26%, al Centro al 46% e al Sud al 45%. «La logica in questo settore deve guardare alla qualità del servizio offerto all’utente finale – ha detto in occasione della presentazione del Blue Book, il presidente di Utilitalia, Giovanni Valotti –. Questo dipende dalla qualità delle infrastrutture che a sua volta dipende dagli investimenti. Dopo un periodo di forte flessione che ha avuto il suo picco nel 2012, dal 2014 hanno ripreso a partire, almeno un po’. Questo è tanto più vero quanto più i gestori dei vari ambiti sono costituiti a livello industriale ed è tantomeno vero dove le gestioni sono ancora in economia. Nel Paese ce ne sono in oltre 2.000Comuni. Possiamo essere contenti del fatto che si sia ripartiti – ha aggiunto Valotti – ma non è sufficiente. Servono investimenti per 5 miliardi all’anno, cifra che sarebbe il minimo necessario per coprire il fabbisogno di infrastrutture del nostro Paese. Siamo a meno della metà. Se vogliamo cambiare marcia e modernizzare il settore, credo dovremmo pensare ad un adeguamento graduale della tariffa facendo attenzione a tutelare le fasce deboli della popolazione».
AL PASSO ATTUALE di ammodernamento delle reti sarebbero necessari per rinnovarle integralmente circa 250 anni. Dei cinque miliardi di cui parla Valotti uno andrebbe speso per recuperare il gap infrastrutturale in tema di depurazione di reflui urbani; tra i 2,5-3,5 miliardi per le opere e la manutenzione straordinaria; un altro miliardo per il raggiungimento del buono stato ecologico dei corpi idrici superficiali. Le perdite medie sono nella percentuale del 39%, che detto così fa anche poca impressione, ma se diciamo che su 100 litri d’acqua 39 litri se ne vanno inesorabilmente, forse una stretta al cuore un po’ ci viene. Tutto si lega: consumi, fonti di approvvigionamento, ecosistema e business. Le imprese che si occupano del sistema idrico sono più di duemila. Le fonti sono: 86,5% acque sotterranee, 14,3% acque superficiali (corsi d’acqua, laghi e invasi artificiali), 0,1% acque marine o salmastre. Con l’acqua hanno trovato lavoro 40mila persone.
EPPURE… Un bene così prezioso lo paghiamo pochissimo. L’Italia resta ancora uno dei Paesi con livelli tariffari più bassi. Nei confronti internazionali riportati dal Blue Book, lo stesso metro cubo di acqua che a Berlino costa 6,03 dollari, ad Oslo 5,06 dollari, a Parigi 3,91 e a Londra 3,66 dollari, a Roma si paga soltanto 1 dollaro e 35 centesimi. Nel livello tariffario idrico l’Italia è seconda soltanto ad Atene e a Mosca Ancora troppo elevato, infine, il numero delle gestioni in economia. Nonostante le aggregazioni e la razionalizzazione avviata fin dagli anni ’90 conla Legge Galli e nonostante la nascita di soggetti industriali solidi, operanti in più regioni, resta il dato che oltre 10,5 milioni di abitanti sono serviti da 2.098 gestioni. Il che significa che ciascuno supera di poco i 4700 abitanti serviti, con evidenti ripercussioni in termini di economie di scala e capacità di investimenti e di programmazione. Difficile – senza una gestione di tipo industriale e dimensioni adeguate – verificare fenomeni di abusivismo e morosità ed adottare misure di tutela delle fasce deboli della popolazione.
f.l.