Carige cerca l’ancora di salvezza
La Bce fissa il tetto a 600 milioni
Genova gioca le sue ultime carte

Camilla Cresci

GENOVA

LA SITUAZIONE ricorda per certi aspetti quella dell’agosto 2013 quando, consigliere dopo consigliere, il cda di Carige si sfaldò per disarcionare lo storico padre padrone Giovanni Berneschi. In molti hanno temuto un esito simile la scorsa settimana, quando cinque amministratori della cassa genovese si sono dimessi in aperto contrasto con il vicepresidente e azionista di maggioranza Vittorio Malacalza. La crisi al momento sembra rientrata e il board potrebbe essere reintegrato in tempi rapidi per consentire lo svolgimento dell’attività ordinaria. Apparentemente insomma Malacalza ha vinto la sua partita non solo contro l’ex amministratore delegato Guido Bastianini, ma anche contro gli elementi meno docili del cda, riprendendo saldamente in mano le redini della banca. Sennonché il ribaltone è avvenuto poche settimane prima della presentazione di quel piano finanziario da cui dipende il futuro di Carige.

BCE ha infatti chiesto alla cassa genovese di presentare la strategia sulle sofferenze e sul capitale entro venerdì 23 giugno, riservandosi il ricorso a tutti gli strumenti disponibili permettere in sicurezza l’istituto. Francoforte ha anche quantificato con precisione il fabbisogno minimo di capitale, fissandolo a 600 milioni rispetto ai 450 preventivati dalla banca nel piano di febbraio. Di fronte a una richiesta tanto precisa gli amministratori di Carige possono scegliere o la rischiosissima strada dello scontro frontale o una convergenza non molto dissimile da quella programmata dal defenestrato Bastianini. Secondo quanto trapelala scelta dovrebbe ricadere su questa seconda opzione, ferma restandola possibilità di rinegoziare alcuni punti del piano dell’ex amministratore delegato. Carige ad esempio potrebbe tenere nel cassetto la proposta di conversione dei bond subordinati (che oggi ammontano a circa 500 milioni) e cercare di colmare il fabbisogno patrimoniale con un’emissione di diritti.

VADA SÉ che una soluzione di questo genere limiterebbe gli effetti diluitivi dell’operazione e, di conseguenza, potrebbe preservare inalterati gli attuali equilibri nell’azionariato. Non bisogna dimenticare infatti che finora i Malacalza hanno bruciato quasi il 90% dei 250 milioni investiti nel 2015. L’unica possibilità per recuperare almeno parte del valore bruciato negli ultimi due anni è insomma mantenere la presa sulla governance, sperando nella clemenza della Bce e nel recupero della redditività. La scommessa assomiglia molto a un azzardo, anche perché l’esito dell’aumento di capitale appare oggi tutt’altro che scontato. Appena sei mesi fa ha fatto flop la ricapitalizzazione del Montepaschi che, sebbene molto più cospicuo come importo, si inseriva in un piano finanziario non molto diverso da quello di Carige. Esattamente un anno fa il mercato si è tirato indietro di fronte alla quotazione delle due banche venete, costringendo il sistema bancario a inventarsi in fretta e furia il fondo Atlante. Siena, Vicenza e Montebelluna sono insomma un monito poco rassicurante per Genova e i salti nel vuoto sono pericolosi in finanza.

ECCO PERCHÉ qualcuno sta cominciando a immaginare soluzioni alternative. E non occorre certamente una dose eccessiva di fantasia per arrivare ai 20 miliardi stanziati dallo Stato nel decreto salva risparmio di fine dicembre. Che anche Genova possa prenotare una quota di risorse pubbliche è una possibilità. Resta da capire se, dopo le estenuanti trattative su Mps, Bpvi e Veneto Banca, l’Europa sarebbe disponibile a salvare l’ennesima banca italiana.


Il ritratto La scommessa di Malacalza diventata un azzardo

GENOVA

NEL 2015 Vittorio Malacalza archiviò l’affare più redditizio e si imbarcò in quello più rischioso. Da un lato l’uscita dalla Pirelli dopo l’accordo tra ChemChina e Camfin fruttò alla Malacalza Investimenti un incasso di circa 500 milioni di euro e una plusvalenza intorno ai 300 milioni. Un colpaccio per certi aspetti analogo a quello messo a segno nel 2007 con la cessione della Trametal al colosso ucraino Metinvest. Dall’altro lato, sempre nel 2015, iniziava la scommessa su Carige con un investimento da 263,5 milioni. La fama da Re Mida che ha sempre accompagnato la dinastia piacentina (ma genovese d’adozione) suggeriva che anche l’avventura bancaria avrebbe potuto diventare una storia di successo malgrado le incertezze di partenza.

COSÌ PERÒ non è stato. In primo luogo perché Malacalza ereditò tutte le criticità di una piccola banca retail, profondamente segnata nell’immagine e nei bilanci dalle disinvolte condotte dell’ex padre padrone Giovanni Berneschi. La debole posizione patrimoniale e il peso dei crediti deteriorati erano costati una bocciatura agli stress test dell’autunno del 2014 e la strada per il risanamento partiva decisamente in salita. Dopo aver comprato il 10,5% della banca dalla Fondazione Carige e aver fatto incetta di diritti nel corso dell’aumento di capitale da 850 milioni, l’imprenditore si attestò saldamento al 17,59%, quota che gli conferiva la qualifica di primo azionista della banca. Nei due anni successivi Malacalza (nominato nel frattempo vice presidente) ha cercato di rompere i ponti con le passate gestioni, facendo fioccare azioni di responsabilità contro Berneschi e gli amministratori successivi, come l’ex presidente Cesare Castelbarco Albani e l’ex amministratore delegato Piero Montani. C’è poi stato lo scontro senza esclusione di colpi con Apollo, il fondo americano che aveva rilevato le compagnie assicurative e tentato senza successo di scalare l’istituto. Ma soprattutto, nell’ultimo anno, il motivo conduttore è stato il confronto serrato con la Bce. I problemi finanziari di Carige sono ancora tutti sul tavolo: un cost/income all’83,1%, un roe negativo (-2%), un rapporto sofferenze su impieghi al 7,8% e uno stock di sofferenze a quota 3,8 miliardi. Francoforte chiede una terapia d’urto non molto diversa da quella imposta a Mps e alle banche venete. Malacalza finora ha tirato il freno, ma ormai la scommessa rischia di trasformarsi in un azzardo.

Camilla Cresci