IL DENARO NON DORME MAI

Ultima fermata la West cost americana
I tedeschi sfidano il mito Greyhound

MILANO

UN PAESAGGIO sconfinato ferito da un lunghissimo nastro d’asfalto che corre a perdita d’occhio, mentre la sagoma di un bus scompare nel sole calante dietro l’orizzonte. Chi non corre con la fantasia a immagini come questa, quando pensiamo agli Stati Uniti? Se c’è una dimensione che rimarrà per sempre il lascito della cultura americana del Novecento, è quella della mobilità: il mito della strada, la mistica del viaggio, eternate nelle pagine di Jack Kerouac e degli altri scrittori della beat generation, e immortalate dalla magia dei maestri di Hollywood. Da oltre un secolo l’America popolare alimenta la sua fame di spostamenti grazie a una forma di trasporto assai economica e capillare, quella dei pullman. MA dalla fine di maggio il marchio più celebre del settore, l’americanissima e leggendaria Greyhound Lines, conosciuta come il «cane che corre», è stato sfidato, in casa propria, sul suo terreno di gioco, dai tedeschi di Flixbus. La società di autobus interurbani ormai leader in Europa, infatti, è sbarcata negli Stati Uniti, dove punta a raggiungere le 1.000 connessioni giornaliere entro la fine di quest’anno. A partire dal 31 maggio, gli autobus verdi di Flixbus fanno dunque concorrenza a quelli argentati della Greyhound, per il momento in 28 città tra cui i grandi centri di Los Angeles, San Francisco, Las Vegas, San Diego e Phoenix.

DOPO aver rivoluzionato il settore della lunga percorrenza nel Vecchio Continente in soli cinque anni di vita con tariffe low cost, Flixbus ha ora deciso di esportare il suo modello di business negli Usa, e dal nuovissimo quartier generale di Los Angeles il fondatore e amministratore delegato André Schwammlein ha dichiarato: «La mobilità può e deve essere un diritto per tutti. Con l’aiuto delle tecnologie più all’avanguardia ci impegniamo a fornire da sempre ai nostri passeggeri la migliore esperienza di viaggio, offrendo un servizio innovativo e green. Il nostro modello di business ha completamente rivoluzionato la concezione del viaggio in autobus in Europa, e ora siamo entusiasti di portare questa novità anche negli Stati Uniti».

LA SFIDA americana non sarà una passeggiata. Greyhound, fondata nel 1914 da Carl Eric Wickman (un immigrato svedese) a Hibbing (Minnesota) serve circa 2400 destinazioni negli Stati Uniti e 1100 in Canada. In media trasporta venti milioni di passeggeri all’anno. Un viaggio da New York a San Francisco costa circa 250 dollari, 100 meno del volo low cost più economico, anche se il percorso è estenuante: quarantuno fermate, due cambi di veicoli, tre giorni di viaggio.

MA QUAL è il famoso e unico modello di business con cui Flixbus sfida il «cane che corre» americano? L’idea vincente alla base di Flixbus è quella di mixare l’impresa di trasporto tradizionale con degli elementi, e dei vantaggi, tipici delle piattaforme di e-commerce e delle startup, il tutto poi caratterizzato da una forte collaborazione con le piccole e medie imprese di trasporti dei territori in cui va ad operare. In questo intreccio, Flixbus si occupa della pianificazione di rete, del marketing, della comunicazione e dei prezzi, mentre le aziende partner effettuano il vero e proprio servizio operativo, mettendo sul piatto autobus e autisti. In Europa l’azienda tedesca collega ormai 1.600 città in 27 Paesi e aumenterà la propria offerta del 30% portandola a 350mila collegamenti giornalieri entro la fine del 2018.

Francesco Gerardi

UN 2019 IN SALITA PER L’ITALIA

ORMAI AL 2019 mancano poco più di sei mesi, è dietro l’angolo. Non sappiamo con quale governo lo affronteremo, però sappiamo due cose, e sono tutte e due pessime. La prima consiste nel fatto che quasi certamente non avremo più il Quantitave easing di Draghi. In pratica l’ombrello protettivo che il presidente della Bce ha tenuto aperto in questi anni viene chiuso e rimesso nell’armadio. È vero che Draghi è anche capace di ritirarlo fuori e riaprirlo in caso di necessità. Ma è anche vero che, a fine 2019, se ne va pure Draghi. Lascerà il posto, quasi certamente, a un esponente tedesco, di quelli tosti. Il Qe, da quel momento in avanti, sarà come mai esistito, sepolto. E quindi l’Italia dovrà camminare con le proprie gambe: nessun aiuto possibile da Francoforte. Prima o poi doveva succedere. E succederà fra poco più di sei mesi. La seconda notizia non buona è che la crescita italiana viene un po’ ridimensionata dall’Ocse (in linea con gli altri istituti di previsioni): non più 1,5% quest’anno, ma solo 1,4. E fin qui, va ancora bene. Nel 2019, però, si scende bruscamente all’1,1%. Veniamo abbandonati dalla Bce proprio quando la nostra crescita cala di tono. Saremo soli. Non è difficile, quindi, immaginare qualche tensione sui nostri conti, già su una corda molto tesa. L’Ocse, molto saggiamente, ci avverte: state molto attenti alle vostre spese (avete già 2.300 miliardi di debiti). Anzi, date un bel taglietto alle vostre pensioni (l’Italia spende il doppio della media Ue).

DALL’ESTERO, insomma, ci pregano di essere un po’ austeri o comunque non spendere troppo. Impresa quasi impossibile. Non sappiamo che governo avremo nel 2019, ma una cosa la sappiamo: sarà un governo nuovo, mai visto prima. Difficile chiedere ai nuovi arrivati di non spendere niente, di non fare niente. Anzi, saranno pieni di voglia di fare. Almeno in una prima fase si faranno opere e si spenderanno soldi. Sarà inevitabile, allora, attendersi anche un secondo tempo: nuove imposte o nuove restrizioni. Di solito 2+2 fa 4 qualunque sia il governo e il nome del primo ministro. In conclusione, il 2019 non sarà una passeggiata. Anzi, sarà un anno difficile. Se poi la politica decidesse di fare qualche pazzia, potrebbe diventare addirittura difficilissimo. Un anno da vivere con grande prudenza. E non parliamo nemmeno di uscire dall’euro. Allora saremmo alla catastrofe.

Di |2018-10-02T09:24:29+00:0005/06/2018|Primo piano|