Il colosso in cerca di cervelli

Alibaba a caccia di giovani talenti
Sfida cinese a Europa e Silicon Valley
Dall’Italia ogni anno partono in tremila

Alessia Gozzi

ROMA

DOPO la guerra per le quote di mercato è scattata quella per i talenti. Cina vs Silicon Valley. Terreno di caccia le università, anche quelle europee e italiane. L’identikit? Giovani «curiosi, di mentalità aperta, capaci di adattarsi alle situazioni che cambiano rapidamente, non necessariamente con un background di conoscenze tecniche», ma«ciò che fa davvero la differenza» – sottolinea Jodee Kozlak, responsabile Risorse umane di Alibaba – «è la passione necessaria a rendere il mondo migliore». Il colosso cinese dell’e-commerce,un giro d’affari da 485 miliardi di dollari nel 2015 e un mercato di clienti che conta 450 milioni di cinesi, ha fatto tappa in Italia, all’Università Luiss. A caccia di talenti attraverso il progetto AGLA (Alibaba Global Leadership Academy) lanciato nel 2016 con l’obiettivo di reclutare 102 giovani all’anno per dieci anni.

UNA SELEZIONE durissima: alla prima edizione sono arrivate oltre 3.000 candidature, di cui solo l’1% sono state selezionate, in tutto 32 partecipanti di tutto il mondo tra cui un ragazzo italiano. Giovani tra i 25 e i 35 anni, neo laureati, possibilmente con 2-3 anni di esperienza lavorativa. Il primo colloquio? Ovviamente, via Skype. Un modo per rinnovare «una grande visione», ha spiegato la Kozlak. Voluto dal fondatore di Alibaba, Jack Ma, l’anno scorso nell’intento di reclutare i migliori talenti al mondo e fargli vivere un’esperienza internazionale nel suo campus in Cina. Un anno nel regno di Jack Ma dove studieranno la lingua cinese, apprenderanno la storia e la cultura aziendale e visiteranno le aree rurali per comprendere come il fenomeno dell’e-commerce abbia cambiato le dinamiche economiche locali. Il tutto con un percorso di job rotation all’interno delle aree più internazionali del Gruppo, fra cui Tmall Global, AliPay e AliExpress. E poi? Rientrati nei Paesi di origine,farne i futuri manager del colosso cinese. «Per gli studenti – sottolinea Andrea Prencipe, prorettore vicario della Luiss – è un’enorme opportunità per costruire un ponte verso il futuro: bisogna essere creativi, internazionali, interdisciplinari». L’università romana, tra l’altro, ha visto negli ultimi anni un intensificarsi degli scambi studenteschi Italia-Cina: 134 italiani andati nella terra del Dragone e 94 cinesi venuti a studiare in Italia.

CHE LA CACCIA cinese sia aperta, e non solo nel campo delle nuove tecnologie digitali, lo dimostra anche la mission organizzata lo scorso anno in Italia dalle principali aziende ed enti accademici della provincia di Jiangsu. Meeting e colloqui in cerca di competenze e professionalità nel settore delle attività artistiche, della cultura e dell’entertainment. Alibaba, Huawei, Baidu. La Cina sta contendendo alla Silicon Valley i laureati delle migliori università, ma ha anche iniziato a rubare a Google,Amazon e alle altre,manager e ingegneri già assunti. Una caccia ai talenti senza quartiere, dove si affacciano fameliche anche le start up. E così i colossi californiani si ritrovano a doversi difendere anche dagli attacchi dalle startup, impegnate a strappare loro i dipendenti migliori a suon di stipendi milionari. Sono le ‘unicorn’, cioè le startup che valgono un miliardo di dollari o più e che rubano i talenti a colossi come Google, Yelp e Twitter. Gli unicorni più aggressivi? Uber e Airbnb.

E LA STANCA, vecchia, Europa come reagiscedi fronte a queste scorribande? Deve assolutamente attrarre studenti e ricercatori qualificati da paesi terzi. La popolazione sta invecchiando e il gap di competenze e di forza lavoro qualificata si sta allargando di fronte alla concorrenza dei paesi extra-Ue che, soprattutto a livello di grandi aziende, hanno sviluppato una forte capacità di attirare talenti. Si prova a correre a i ripari con una direttiva, approvata in seduta plenaria dal Parlamento Europeo, nel maggio scorso. In sostanza, si dà l’opportunità a ricercatori e studenti di rimanere nei paesi Ue anche alla fine del progetto di ricerca o dopo al laurea: un bonus di almeno nove mesi cercare lavoro o avere il tempo di iniziare un’attività di business. Gli stati hanno due anni di tempo per trasporre le disposizioni nelle normative nazionali. Tempi biblici, ma il mondo corre. Per quanto riguarda l’Italia, i numeri non sono affatto incoraggianti: ogni anno, circa 3mila ricercatori italiani prendono la via dell’estero. Con un saldo di flussi negativo pari a meno 13,2 per cento. Perdiamo il 16,2 per cento di ricercatori formati in Italia e riusciamo ad attrarre solo il 3 per cento di scienziati stranieri. Un quadro di desolante impoverimento del nostro capitale umano. Che in molti ci vengono a ‘rubare’. «Il successo non arriva in un momento – disse qualche tempo fa Mark Zuckerberg proprio agli studenti della Luiss –. Ci vuole sacrificio e perseveranza, bisogna credere nel proprio progetto, con la consapevolezza di poter lasciare il proprio segno nel mondo». Un invito a fare un salto nella Silicon Valley.

Un giro d’affari da 485 miliardi

Un giro d’affari da 485 miliardi di dollari nel 2015 e un mercato di clienti che conta 450 milioni solo di consumatori cinesi

Tremila candidati 32 partecipanti

Tremila candidature, di cui solo l’1% selezionate. Un totale di 32 partecipanti da tutto il mondo, tra loro un ragazzo italiano

L’Unione tenta di correre ai ripari

Direttiva Ue per consentire a ricercatori e studenti di rimanere nell’Ue: un bonus di 9 mesi per cercare lavoro o aprire un’attività

Di |2018-10-02T09:25:22+00:0015/03/2017|Focus Mondo Nuovo|