IL COLOSSO DELL’E-COMMERCE

Amazon scommette sull’Italia
e apre nuovi centri di distribuzione
Sono decollati gli acquisti online

Elena Comelli
MILANO

L’ULTIMO centro di distribuzione di Amazon in Italia è stato inaugurato a metà aprile, a Torrazza Piemonte, a 25 chilometri da Torino, e servirà anche i clienti del colosso di Seattle residenti in Francia e in Svizzera. Il sito è costato 150 milioni e creerà 1200 posti di lavoro a tempo indeterminato. In meno di un decennio Amazon ha investito nel nostro Paese oltre 1,6 miliardi di euro e creato 5.500 posti di lavoro a tempo indeterminato.

PUR essendo fra gli ultimi mercati in cui il leader mondiale dell’e-commerce è sbarcato in Europa, l’Italia sta recuperando così il terreno perduto. E’ passato un decennio fra l’arrivo di Amazon sul mercato britannico, tedesco e francese e su quello italiano, depresso dalla scarsa penetrazione della banda larga sul territorio, soprattutto nelle zone rurali. Ma da quando Jeff Bezos ha deciso di investire in Italia, cioè nel 2011, sono 23 i centri Amazon tra sedi, centri di sviluppo dedicati, siti logistici, centri di distribuzione, customer service e depositi di smistamento, aperti per lo più tra il Nord e il Centro del Paese: si va dal quartier generale di Milano al polo di Roma Portonaccio, passando per i siti nelle province di Piacenza, Bergamo, Monza Brianza, Varese, Vercelli, Asti, Torino, Bologna, Padova, Firenze, Rieti e Cagliari.

SOLO nel 2018 sono stati inaugurati cinque siti nuovi, a Buccinasco (Milano), Burago di Molgora (Monza Brianza), Roma Magliana, Brandizzo (Torino) e Casirate d’Adda (Bergamo), con un investimento di 800 milioni sui 1600 spesi in tutto nella penisola, mentre è prossimo all’apertura il deposito di smistamento di Arzano, in provincia di Napoli, il primo investimento del colosso dell’e-commerce nel Sud Italia, e altri quattro nuovi siti sono previsti entro il 2020. Il più grande nascerà a Colleferro, vicino Roma, gli altri a Castelguglielmo (Rovigo), a Sant’Arcangelo di Romagna (Rimini) e a Spilamberto nel Modenese. La corsa di Amazon va di pari passo con la crescente diffusione del commercio online in Italia, che negli ultimi anni è decollato.

L’E-COMMERCE nostrano, secondo quanto pubblicato dall’Osservatorio eCommerce B2C, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm, vale infatti 27,4 miliardi di euro, con un incremento nel 2018 del 16% rispetto al 2017. La crescita del mercato in valore assoluto, pari a 3,8 miliardi di euro, l’anno scorso è stata la più alta di sempre. Gli acquisti online di prodotti valgono 15 miliardi di euro (+25%), mentre quelli di servizi 12 miliardi (+6%). Il turismo (9,8 miliardi di euro, +6%) si conferma il primo comparto dell’ecommerce. Tra i prodotti, si consolidano elettronica di consumo (4,6 miliardi di euro +18%) e abbigliamento (2,9 miliardi, +20%) e crescono a ritmi molto interessanti arredamento (1,4 miliardi, +53%) e food&grocery (1,1 miliardi, +34%). Buona parte di questo mercato è nelle mani di Amazon, che controlla il 36% del commercio online mondiale (negli Stati Uniti è addirittura al 50%).

NON BISOGNA pensare, però, che su Amazon si possano acquistare soltanto prodotti stranieri. Nel 2018 sono salite a oltre 12mila le piccole e medie imprese italiane che usano la piattaforma leader dell’ecommerce mondiale per vendere i propri prodotti, 2.000 in più rispetto al 2017 (+20%). Dal Parmigiano Reggiano alle camicie su misura fino all’artigianato innovativo, su Amazon si trova il meglio del made in Italy, che sceglie questa vetrina virtuale anche per vendere nel mondo, con un aumento del giro d’affari che nel 2018 ha raggiunto quasi il 50% rispetto al 2017, da 350 a 500 milioni di euro.

«VEDIAMO un aumento delle Pmi che utilizzano il nostro marketplace per vendere i propri prodotti», ha ricordato illustrando i dati Mariangela Marseglia, country manager di Amazon Italia e Spagna dall’anno scorso, quando è subentrata al francese Francois Nuyts. «Da quando sono sbarcate sulla piattaforma, le Pmi italiane hanno generato circa 10mila nuovi posti di lavoro di indotto legati ad attività di e-commerce », ha fatto notare Marseglia. «Certo ci sono delle criticità, in particolare sul fronte delle piccole imprese ancora da digitalizzare e in tal senso un intervento delle istituzioni potrebbe facilitare il cammino», ha rilevato. La rete serve per comprare, ma anche per vendere.

Federalimentare Giro d’affari da 140 miliardi

ROMA

OLTRE 56mila imprese per un fatturato che supera i 140 miliardi di euro, di cui quasi 35 derivanti dalle esportazioni, con un trend in continuo aumento che nel 2018 ha segnato un +2,8% rispetto al 2017 e un +25,2% rispetto al 2013. Il food&beverage rappresenta ormai il secondo settore manifatturiero in Italia. Questo scenario è emerso nel Rapporto sull’Industria alimentare in Italia, stilato dalla Luiss Business School e presentato in occasione del 1° Convegno di Federalimentare ‘Industria alimentare: cuore del Made in Italy’. Significativa la performance della Dop economy che, con 200mila imprese, detiene quasi un terzo delle Indicazioni Geografiche (822 denominazioni DOP, IGP e STG su 3mila circa nel mondo) per un valore di 15 miliardi alla produzione e di 8,8 miliardi all’export, pari al 18% del valore complessivo del settore e al 20% del totale delle esportazioni.

«SONO dati – ha detto il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio – che mostrano un miracolo tutto italiano: quello del saper fare delle nostre aziende, dai top player alle PMI, che trasformano le materie prime italiane e straniere in un prodotto lavorato e richiesto in tutto il mondo». Secondo Vacondio, «dobbiamo costruire chance per raggiungere quei mercati che oggi non possediamo o rafforzare quelli in cui siamo entrati. Alla politica chiediamo di mettere in atto azioni volte a valorizzare i nostri prodotti e di contrastare chi squalifica l’industria».

Di |2019-05-13T10:12:51+00:0013/05/2019|Imprese|