IL CASO EFFECTO GROUP

La robotica italiana trova l’America
«Non siamo più terra di conquista
Per competere bisogna fare squadra»

Andrea Bonzi
NOVARA

«SA COME l’abbiamo acquistata questa società americana? Comprando le azioni a una a una da quasi 200 soci, era come una cooperativa. Per questo era rimasta fuori dal ‘giro’ dei fondi d’invenstimento. E adesso, ogni giorno, vivo l’incontro tra due culture: la creatività italiana e il metodo statunitense». Graziano Giacomini, responsabile dello sviluppo interno di Trafalgar, holding di famiglia, racconta così l’acquisizione di Applied Robotics, società di Glenville (New York) che, insieme all’italiana Tecnomors, con sede a San Maurizio d’Opaglio (Novara), forma Effecto Group, polo della robotica con 12 milioni di euro di fatturato («che, entro il 2019, potremmo raddoppiare ») e che lavora in particolare con le principali case automobilistiche, da Bmw a Mercedes, passando per Rolls Royce, Jaguar, Toyota, Peugeot.

Suo padre Pietro fondò Tecnomors a fine anni ’70, azienda di componentistica per l’automazione e la robotica. Di solito sono gli italiani a essere ‘mangiati’ dagli stranieri, in questo caso però è stato il contrario. Quali sono le ragioni della vostra strategia?

«Le nostre aziende fanno Industria 4.0 da anni, ben prima che la chiamassero così. Avevamo intuito però che, se volevamo crescere anche negli Stati Uniti, non bastava fondare una nostra filiale e girare con la valigia in mano per cercare clienti: dovevamo acquistare una struttura con un portafoglio già ricco e un metodo di lavoro all’avanguardia. Applied Robotics l’ha scovata mio fratello Flavio, è un genio nella ricerca di società e tecnologie».

Ci sono stati ostacoli all’acquisto?

«L’acquisizione si è rivelata un processo molto lungo, il segreto è stato avere pazienza: l’azienda si fondava su un azionariato diffuso, abbiamo dovuto comprare le quote dai singoli lavoratori, dando le garanzie del caso. Le competenze finanziarie della holding Trafalgar sono state fondamentali ».

Cosa producete esattamente?

«Noi siamo nati come impresa legata alla rubinetteria e al valvolame, poi ci siamo evoluti studiando soluzioni per l’applicazione della robotica in tutti i campi produttivi: facciamo componenti intelligenti che vanno su robot industriali. Serviamo soprattutto grandi marchi dell’automotive (Rolls Royce, Toyota, Bmw, Mercedes, Peugeot, Jaguar) e altri dell’industria di precisione (Rolex) e farmaceutica (Siemens biomedica) ».

Perché l’industria italiana– fatti salvi alcuni settori – fatica a intercettare l’innovazione e a restare competitiva nel mondo?

«Innanzitutto servirebbe una rete internet all’altezza: il completamento dell’agenda digitale è una priorità, la fibra ottica deve arrivare dappertutto. Non parlo tanto delle grandi città, ma delle moltissime aziende della provincia. Poi, non è certo una novità, il tessuto di piccole e medie imprese contiene moltissimo genio – facciamo le automobili e i vestiti più belli – ma fatica moltissimo a fare squadra».

Qualche esempio?

«Anche solo partecipare alle fiere internazionali è un problema, bisogna consorziarsi, collaborare, avere spalle più larghe. È così anche con le startup: tante idee, ma poi sono poche quelle che riescono a creare sinergie con aziende importanti, e quando finiscono i soldi…addio. Tramite Effecto collaboriamo con aziende di tutto il mondo, ma in Italia facciamo fatica: è difficile farsi conoscere ».

Industria 4.0: i robot toglieranno illavoro all’uomo? Siperderanno posti?

«Il termine ‘sabotaggio’ viene da ‘sabot’, le scarpe che gli operai francesi infilavano nelle prime macchine tessili automatiche per incepparle, convinti che portassero loro via il lavoro. Non credo che sarà così: si andrà verso un tipo di lavoro più intelligente: in fabbrica si farà meno fatica e l’internet of things dovrebbe portare a più sicurezza. E poi si spingerà sul telelavoro, dove siamo un po’ indietro. Inevitabilmente, uno scossone iniziale ci sarà: le persone con bassa scolarizzazione e età alta andranno riqualificate, ma si creeranno anche tanti nuovi posti».

È davvero così difficile trovare addetti già pronti al salto tecnologico?

«È difficile trovare comunque i collaboratori giusti. All’estero ci sono delle piattaforme informatiche – tipo LinkedIn ma più specifiche – e banche dati aggiornate. Spero che questo cambiamento della robotica magari avvicini qualche ragazzo in più all’industria».

Ora siete a pieno titolointernazionali. Quali sono le prossime mosse?

«In Cina vogliamo aprire una sede, non produttiva ma di engineering. Poi, stiamo puntando un’altra azienda europea: se l’acquisiremo, il raddoppio del fatturato sarà cosa fatta».

Di | 2018-07-31T10:13:33+00:00 31/07/2018|Imprese|