IL BOOM DELLA BIRRA

Birra in tavola, siamo italiani
«Ogni anno 32 litri a testa
Giro d’affari da un miliardo

Gabriele Tassi

MODENA

TOGLIETECI tutto, ma non la birra dal boccale. Basta parafrasare il ben noto commercial di una marca di orologi per fotografare al meglio il carrello della spesa tricolore. Dove affettati, verdure e pane diminuiscono; resta sempre lei, la ‘bionda’ con le bollicine a fare capolino nei sacchetti un po’ più vuoti degli italiani. Un consumo record, che nel 2018 ha toccato il miliardo di euro, con una media pro capite di 32 litri: la più alta di sempre. E’ questo il bilancio – più che positivo -, emerso da un’analisi di Coldiretti, elaborata ad hoc nei primi mesi dell’anno.

IL CONSUMO di birra, infatti, è tra i pochi che crescono nel Paese: +3,2% nel 2018, e per la prima volta sono stati superati i 20 milioni di ettolitri bevuti (consultando, in parallelo, i dati del rapporto annuale che Assobirra). In soldoni: se la spesa alimentare delle famiglie italiane è calata in media di 322 euro nel 2018, non è certo perché abbiamo rinunciato a una delle bevande più amate nel mondo. E’ in questo scenario che è cresciuta anche la produzione nazionale del 4,7%, superando quota 16 milioni di ettolitri.

NEANCHE a dirlo, gran parte del merito è da attribuire ai birrifici artigianali. In Italia sono più che quadruplicati negli ultimi dieci anni, con un aumento del 330%. Tradotto in cifre, sono passati da poco più di 200 a oltre 860. Sono imprese che danno lavoro a fino a tremila persone – soprattutto giovani – e producono 504mila ettolitri di birra all’anno. A livello di numeri, in realtà, valgono poco più del 3% della produzione nazionale, ma costituiscono ormai una vera e propria tendenza, grazie anche a una norma del governo ‘gialloverde’ contenuta nella Legge di bilancio. Una tassazione agevolata in favore dei birrai artigianali che prevede la riduzione delle accise del 40% per chi produce fino a 10 mila ettolitri all’anno.

E IL TREND si ripercuote anche sull’export: il made in Italy all’estero piace sempre, anche quando si tratta di luppoli: crescono infatti le esportazioni di birra nostrana, fino a sfiorare il valore di 200 milioni di euro con un aumento dell’11% nell’ultimo anno. Cresce, invece in modo molto minore l’import, oggi sotto quota 7 milioni di ettolitri. Michele Cason, presidente di AssoBirra, è soddisfatto del bilancio: «Dobbiamo questo successo al fatto che il palato dei consumatori italiani si è raffinato e ora vengono apprezzate molto di più le birre speciali, che hanno un valore aggiunto più elevato.

È ANCHE la dimostrazione che tutti gli investimenti in innovazione delle imprese stanno funzionando, così come la valorizzazione dei singoli marchi e dei territori». Ma non è tutto, secondo Coldiretti infatti «la birra artigianale, rappresenta anche una forte spinta all’occupazione, soprattutto tra gli under 35, che sono i più attivi in un settore con profonde innovazioni. Dalla certificazione dell’origine a chilometro zero al legame diretto con le aziende agricole, ma anche alla produzione di specialità altamente distintive o forme distributive innovative per esempio i ‘brewpub’, fino al nascere di nuove professioni come sommelier e degustatori». E’ un mondo sterminato, che ogni anno compie passi da gigante, e nel 2018 ha toccato quasi il doppio del consumo in ettolitri del 2010, anno di uscita da una crisi del settore lunga tre anni, un mondo, che di certo non ha voglia di fermarsi qui.


Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA

ECONOMIE DI SCALA E TRADIZIONE

PUR potendo sembrare apparentemente la più semplice delle scelte, i criteri alla base delle preferenze e dei consumi di birra sono piuttosto complessi; comprendere il loro meccanismo richiede molto più della sola conoscenza, per esempio, delle diverse tecniche di preparazione. Il mercato della birra, come ogni bene, segue infatti le regole dell’offerta e della domanda; riguardo alla prima, per esempio, se uno dei suoi ingredienti aumenta di prezzo, determinerà un maggior costo i cui effetti si scaricheranno sul prezzo finale. Analogamente ci si chiede come reagisce la domanda, per esempio, al variare dei prezzi o dei redditi. Queste risposte, che gli economisti chiamano elasticità, non sono così scontate e prevedibili. Per esempio la birra risente della contrazione dei redditi o il suo consumo resta stabile o addirittura tende a crescere in situazioni di crisi economica? Ovviamente dipende dal segmento di consumo a cui ci si rivolge, e quindi alla fascia di prezzo di vendita della birra stessa.  L’industria della birra non è infatti omogenea: esiste una vasta gamma di tipi di birra disponibili in diversi punti di prezzo. Ciò significa che ogni segmento del mercato della birra può reagire in modo diverso alle congiunture economiche. Ma in presenza di variazioni di prezzo e reddito possono accadere ulteriori spostamenti tra consumatori; per esempio l’acquisizione di clienti che sono tradizionali consumatori di vini e superalcolici di alta gamma. I clienti che cercano un alto livello di lusso nei loro acquisti di bevande alcooliche possono considerare alcune birre come una valida alternativa di consumo.

MOLTE aziende di birra hanno sfruttato questa tendenza offrendo tipi con maggiore gradazione alcolica e sottolineando l’esclusività delle birre artigianali. Ciò non è dissimile da ciò che accade in qualsiasi altro settore, con i fornitori che creano nuove offerte di prodotti al fine di soddisfare la domanda crescente. Per questa ragione sono cresciuti negli ultimi anni, insieme con l’aumento della produzione da birrifici tradizionali, birrifici artigianali e micro-birrifici. Pur vigendo la regola che i grandi stabilimenti utilizzino economie di scala e quindi riescano a spuntare prezzi più bassi di vendita rispetto alla produzione di birrifici più piccoli, questi ultimi sfruttando il cambiamento dei gusti dei consumatori, hanno portato a un aumento delle gamme tipologiche offerte; sebbene nell’universo delle tante birre tradizionali ed artigianali vi è spazio per tutti e tipologie diverse possano essere destinate a segmenti di domanda diversi, l’effetto complessivo è un aumento dell’offerta ed un aumento della concorrenza.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2019-06-11T08:29:37+00:0011/06/2019|Dossier Agroeconomy, Focus Agroalimentare|