«Puntiamo sui certificati
Guadagna anche il clima»

La nuova strategia d’investimento di Vontobel scommette sull’ambiente con i tracker

Questi strumenti coniugano i vantaggi dei fondi comuni a gestione attiva a soglie d’ingresso basse, fisco favorevole, trasparenza e liquidabilità «Ora ci concentriamo sulle tecnologie per la corretta gestione dell’acqua»

di Achille Perego
MILANO

La propensione al risparmio degli italiani resta alta (l’8,9% del reddito disponibile secondo l’Istat) ma continua a risentire di una bassa cultura finanziaria. «Si tratta di una questione di non poco conto, quasi che queste tematiche sembrino lontane o difficili da comprendere», spiega Francesca Fossatelli, responsabile Public distribution Italy di Vontobel investment banking –. Ma non avere familiarità con gli strumenti finanziari può condurre a scelte sbagliate e poco oculate».
Ci sono molti e diversi strumenti per investire, come scegliere quello più adatto?
«Non esiste una regola generale, anche perché ogni investitore ha caratteristiche, obiettivi di investimento, orizzonte temporale o tolleranza al rischio differenti. In più, bisogna tenere conto anche del livello di autonomia: c’è chi può operare autonomamente le proprie scelte mentre per altri, meno evoluti, è fondamentale il ruolo di un professionista».
Tra gli strumenti disponibili ci sono i certificati. Vontobel ha esordito sul segmento di Borsa Italiana dedicato (il SeDeX) poco più di tre anni e ha una quota di mercato superiore al 10%. Quali sono le caratteristiche?
«Sono strumenti che permettono di investire sull’andamento di azioni, obbligazioni, indici azionari o materie prime (i cosiddetti sottostanti) in diversi modi. Ad esempio, si può guadagnare dall’incremento o dalla perdita di valore del sottostante, si possono avere ritorni prestabiliti oppure si può proteggere, in parte o del tutto, il capitale investito. Una gamma di possibilità veramente ampia, rivolta sia a investitori interessati a rendimenti elevati, e quindi disposti anche a subire maggiori perdite, sia a investitori più prudenti».
Sono quotati in Borsa?
«Sì, caratteristica questa che li rende trasparenti e ben regolamentati. Quindi, un investitore che per esempio ha già familiarità con gli Etf può tranquillamente valutare un investimento nei certificati più semplici, i tracker certificate, che replicano in modo lineare l’andamento di un indice sottostante. Di recente, l’innovazione che caratterizza questi prodotti ha portato alla nascita di una nuova tipologia di tracker: i certificati attivi o strategici».
Che cosa sono?
«Sono il primo strumento in grado di coniugare i vantaggi dei fondi comuni a gestione attiva e dei certificati. Essi replicano un indice creato sulla base di una strategia di investimento di un investitore professionale. Si tratta di soluzioni innovative che permettono agli investitori di usufruire dei vantaggi tipici dei certificati (soglie di ingresso basse, struttura fiscale favorevole, trasparenza e liquidabilità) con quelli dei fondi attivi, fortemente connessi con una gestione professionale».
In questo campo quali opportunità offre Vontobel?
«Vontobel è stato l’apripista di questa innovazione con uno strumento dedicato alla Via della Seta, realizzato con il supporto di China construction bank international asset management. I certificati attivi sono particolarmente adatti per quanti hanno un orizzonte temporale di breve/medio periodo. In questi giorni, poi, ne abbiamo lanciato un secondo, che rispetta i criteri Esg e replica la strategia discrezionale del wealth management di Vontobel sul tema acqua, concentrandosi su trend promettenti come la desalinizzazione dell’acqua marina, le nuove tecnologie per la prevenzione delle perdite idriche e la gestione del consumo idrico».
Quindi la sostenibilità può essere cavalcata con i certificati?
«Certamente e in particolare con i certificati tracker. Vontobel ha lanciato alcuni mesi fa il primo certificato sull’impact investing, che ha l’obiettivo di offrire rendimenti con una maggiore attenzione all’impatto che l’investimento ha sull’ambiente e sulla società, che deve essere non solo positivo ma anche misurabile. La sostenibilità è parte integrante della cultura aziendale di Vontobel, che ha firmato il carbon disclosure project ed è carbon neutral dal 2009: è una normale conseguenza, dunque, che essa si rifletta anche nei prodotti e processi della banca concepiti per essere il più possibile rispettosi del clima e per promuoverne la protezione».


Pizza, l’impasto vale oro
In Italia 127mila imprese

Il simbolo del made in Italy

La ricerca di Cna fotografa un business che supera i 30 miliardi l’anno
In tutto il mondo vengono consumati mediamente circa 350 pezzi al secondo

di Nino Femiani
NAPOLI

«Ma tu vulive ‘a pizza, ‘a pizza, ‘a pizza… , cu ‘a pummarola ‘ncoppa, ‘a pizza e niente cchiù!». La canzone, che nel 1966 vinse il secondo posto al Festival di Napoli grazie a un’insospettabile accoppiata, Aurelio Fierro e Giorgio Gaber, fa da sfondo al cibo italiano più identitario nel mondo. Un prodotto che, oltre ad essere simbolo del ‘made in Italy’ (pizza è la parola italiana più conosciuta all’estero), è anche una miniera d’oro. Leggendo l’ultima completa ricerca sul settore (2018), firmata da Centro Studi Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) su dati di Infocamere e Infoimprese, si scopre che la produzione giornaliera in tutto il Paese è di 8 milioni di pizze, e il fatturato annuo è di 15 miliardi di euro per un business che supera i 30 miliardi.
Le imprese che vendono pizza sono quasi 127 mila di cui 76.357 sono veri e propri esercizi di ristorazione, 40mila ristoranti-pizzerie e circa 36.300 bar-pizzerie. I pizzaioli (la cui arte è stata inserita dal 2017 nella prestigiosa lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco) impiegati nell’attività sono 105 mila, ma raddoppiano nei fine settimana. Di questi 70 mila sono italiani, 20 mila egiziani, 10 mila marocchini e 5 mila dell’Est Europa, Asia e altri. La pizza preferita dagli italiani è quella tonda, tradizionale e cotta a legna nel forno. Vince poi la pizza tradizionale (marinara, margherita, napoletana o capricciosa) su quella gourmet: a scegliere la prima sono 8 italiani su 10. La fascia di prezzo non supera, in un caso su due, i 7 euro ma c’è una fascia di mercato (4%) oltre la soglia dei dieci euro per impasti speciali e ingredienti ricercati (lardo di colonnata, tartufo, frutti di mare ecc.). È a Milano che la pizza è più cara, mentre la più economica si mangia a Reggio Calabria.
Il 75% della clientela sceglie di gustare la specialità al tavolo della pizzeria, ma cresce anche la voglia di pizza surgelata da pescare nei banconi del freddo al supermercato e da consumare a casa: quasi 48 milioni di kg pro-capite acquistati per una spesa di 300 milioni di euro, il 2,7% in più rispetto al 2017 (5,5 miliardi di dollari negli Usa). Dal punto di vista della distribuzione territoriale ci sono dati anche un po’ sorprendenti. A leggere quelli diffusi per il 2019 dai promotori di Tuttopizza è la Val D’Aosta al primo posto per incremento del numero delle pizzerie, anche se la Campania, regno dei pizzaiuoli, occupa il primo posto per numero di attività, con 17.401 esercizi.
La Campania rappresenta il 16% delle attività seguita da Sicilia (13%), Lazio (12%), Lombardia e Puglia (10%). Una sorpresa arriva dal rapporto pizzerie/abitanti. Stavolta a primeggiare è l’Abruzzo, con un’attività ogni 267 residenti. Precede Sardegna (un’attività ogni 273 abitanti), Calabria (285), Molise (307) e Campania (335). Ma se alziamo gli occhi e guardiamo quello che succede nel mondo, ci accorgiamo che il paese dove più si impazzisce per la pizza è il Brasile (un brasiliano su tre quando mangia fuori va in pizzeria), seguito da Svezia e Spagna. Quanto vale il mercato mondiale della pizza? Secondo il sito Statistic Brain (www.statisticbrain. com), ogni anno vengono vendute circa 5 miliardi di pizze in tutto il mondo, con una media annua di 46 fette di pizza mangiate per persona. Praticamente vengono consumate in tutto il mondo 350 fette di pizza al secondo. Numeri che, osservati dalla prospettiva degli affari, diventano da capogiro. A livello planetario, infatti, la pizza e il suo indotto raggiungono un valore complessivo di circa 139 miliardi di dollari (45,73 miliardi di dollari solo negli Usa).
Non è tutto oro quello che luccica. Ci sono prodotti che finiscono nel fumante cibo di pasta e che da qualche tempo allarmano i consumatori. Dalla mozzarella lituana al concentrato di pomodoro cinese, dall’olio tunisino al grano ucraino, dal basilico indiano alla mozzarella sudafricana: purtroppo quasi due pizze su tre servite nel mondo sono ottenute da un mix di ingredienti provenienti da migliaia di chilometri di distanza senza alcuna garanzia per i consumatori.

Pecorino toscano Dop, vendite in crescita del 5%

Il direttore: «Strategie per limitare gli effetti dei dazi Usa»

FIRENZE

Un 2019 che non è iniziato sotto i migliori auspici per il pecorino toscano Dop. Fino a maggio l’andamento climatico ha determinato una riduzione delle quantità di latte prodotto e, a cascata, del formaggio stesso. Neanche le vendite hanno brillato. «Nei mesi successivi, però, c’è stata una ripresa e contiamo di chiudere il 2019 – spiega il direttore del Consorzio di tutela del pecorino toscano Dop, Andrea Righini (nella foto) – ai livelli dello scorso anno ». Nel 2018 sono stati prodotti circa 19 milioni di litri di latte proveniente dalla zona di origine, lavorati a Dop dai 17 caseifici consorziati per una produzione certificata di 3.345 tonnellate, pari a oltre 1 milione e 391 mila forme. Le vendite hanno superato le 2.300 tonnellate, tra fresco e stagionato, con un fatturato al consumo di circa 50 milioni di euro, di cui quasi 35 milioni in Italia e il resto all’estero.
«Dopo un inizio 2019 drammatico, il recupero delle vendite è oggi evidente, circa il 5% in più rispetto allo scorso anno», sottolinea il direttore. Non mancano però le preoccupazioni. Negli Stati Uniti il pecorino toscano Dop, prodotto esclusivamente con latte di pecora intero proveniente dalla Toscana e dal Lazio, è sempre più apprezzato, e infatti rappresenta il primo mercato nell’export extraeuropeo, seguito da Canada, Australia e Asia. «L’entità del dazio imposto dal presidente Trump – spiega Righini – non è certo trascurabile. È un 25% che tende ad alzare il prezzo di prodotti che di partenza non sono esattamente economici». La qualità si paga, è giusto, ma non così tanto: se in Italia il pecorino costa 10 euro al chilo e viene rivenduto negli Stati Uniti a 30-35 euro al chilo, con i dazi di Trump salirebbe fino a 50 euro.
Di qui l’impegno del Consorzio per cercare di superare il problema, sensibilizzando gli americani sul fatto che se il prodotto costa di più è perché ha un valore. «Nel prossimo triennio, proprio negli Stati Uniti e in Canada – annuncia Righini – saremo impegnati, in collaborazione con il Consorzio del prosciutto toscano Dop, in un’azione di valorizzazione e promozione dei nostri prodotti certificati. L’obiettivo? Far assaggiare ai potenziali clienti la qualità del pecorino, raccontare loro la sua storia e il suo valore, annullando così l’effetto del prezzo alto causato dai dazi».
Monica Pieraccini