IDEE DI SUCCESSO

La vita è una partita a ping pong
«Niente curriculum, fatevi vedere»
I consigli per lavorare di zio Monty

Francesco Gerardi
MILANO

CHISSÀ perché genialità e amore per il ping-pong vanno a braccetto. Forse perché è incredibilmente non euclideo e piacevolmente illogico, come teorizza ne ‘La metafisica del ping-pong’ Guido Mina di Sospiro, uno che addirittura ne ha fatto un percorso iniziatico di scoperta di sé. Forse perché la ragazzina minuta può battere il tipo tutto muscoli, come sostiene Susan Sarandon, una che, tra un Oscar e un Globe, ha fondato a New York un club per giocare. O forse perché è come fare una partita a scacchi correndo i cento metri, come dicono molti altri. Fatto sta che il ping-pong è una calamita per tipi fuori dal comune, che pensano diverso.

«EH, IL TENNISTAVOLO… Mi ha insegnato un bel po’ di cose. Se da ragazzo per anni ti alleni otto ore al giorno e il weekend fai tornei, finisce che impari concentrazione, disciplina, sacrificio. Il valore della visione di lungo periodo, essenziale nel business. E poi è uno sport minore: non girano soldi. Nessuno ti fermerà per strada. Lo fai solo per il sogno che hai in testa». Parole e musica di Marco Montemagno. Uno che, se hai meno di 40 anni, non servono tante presentazioni.

A proposito di sogni. Lei sostiene che si può lasciare il lavoro che odiamo per fare della propria passione un lavoro.

«Avvertenza: non è per tutti. È per chi è imprenditore dentro, chi non accetta di dipendere da qualcuno. Mettersi in proprio è rischioso, ma se si superano le difficoltà, ti cambia la vita. Occorre però diventare davvero bravi».

Dice anche che il lavoro lo si attrae, non lo si cerca, e che il curriculum non serve. Davvero?

«Mandare il curriculum è un automatismo, un riflesso condizionato, ma è come giocare al casinò. Noi però vogliamo un lavoro, non giocare d’azzardo. E per quello non serve diventare cinture nere di invio di curricola. È invece il lavoro che può arrivare da noi: serve tempo, competenza, costruirsi un brand e usare l’online.

E’ facile in teoria…

«Guardi, un amico si è appena laureato in psicologia e ha creato la pagina di psicologia più grande d’Italia. La sua leva contrattuale, ora, è enorme, e con un investimento pari a zero. Bisogna lavorare di creatività e farsi conoscere di persona. Presentiamoci, e bene, dal vivo. Facciamoci vedere in faccia. I contatti umani sono fondamentali. Se poi cercheranno qualcuno per uno straccio di posizione, vuoi che, prima o poi, un pensiero su di noi non lo facciano? Ci sono mille cose più efficaci, ma la massa manda il curriculum. Perché? Perché è facile».

LO ‘ZIO MONTY’, 46 anni, è un fenomeno social con una community a sei zeri. Il suo libro (‘Codice Montemagno’, 2017) svettava nelle ricerche su Amazon ancor prima di essere pubblicato, per dire. La vita da ‘pongista’ professionista sembra un reperto archeologico, sepolta da strati di esperienze di lavoro al top e imprese digitali di successo. Con la maturità classica e una laurea in legge nel cassetto, vent’anni fa capisce che la vita da avvocato non fa per lui e si butta nell’ancor misterioso mondo della rete. Arriva a condurre ‘Ioreporter’ e ‘Reporter diffuso’ su SkyTG24. Fonda Blogosfere, porta in Italia la ‘Social Media Week’, organizza eventi e avvia startup come se piovesse (le ultime: Slashers e 4books).

MA la grossa notorietà è decretata dai video su Facebook e YouTube: pillole di saggezza digitale in cui Monty spiega magistralmente concetti di business, racconta in modo comprensibile il mondo tech, dispensa segreti sul web e consiglia i giovani. Insomma: un educatore del nuovo millennio. Da alcuni anni ne carica uno al giorno, e sono sempre milioni le visualizzazioni. Gente che vuole sapere perché la Juve si è svenata per CR7, perché la Ferragni è la Ferragni o cosa dire a un colloquio.

Nei suoi video punta su valori antichi come serietà, lavoro e, soprattutto, conoscenza.

«Sì, per avere successo servono contenuti interessanti. La gente è bloccata dal falso mito che per diventare datori di lavoro di se stessi serva il grano. Ma l’investimento è di altro tipo, e in pochi hanno voglia di farlo: che mentre fai il cameriere in un fast food, in parallelo persegui la vita che vorresti, studiando e facendoti il cosiddetto».

Enrico Mentana ha dichiarato che fonderà un giornale online per aiutare i giornalisti precari. È tempo che chi ha avuto successo restituisca qualcosa?

«Sì, va bene, ma chi ragiona da imprenditore non si aspetta niente da nessuno. Anni fa con Blogosfere facevamo 2,5 milioni di utenti al mese senza nessuna esperienza editoriale e giornalistica. Oggi non c’è bisogno che qualcuno ti dia lavoro. Faccio molti più contatti adesso di quando conducevo a Sky».

Ha visto il film ‘The Circle’, con Tom Hanks? il web è tutto rose e fiori o nasconde dei pericoli?

«Bel film. La tecnologia è una lama a doppio taglio: è dalla rivoluzione industriale che creiamo macchine che migliorano la vita e, contemporaneamente, ci rendono disoccupati. La sfida è trovare la giusta misura. Nel 2019 voglio organizzare in uno stadio un grande evento per diffondere cultura su tutti questi temi ».


Reputazione digitale, oro delle imprese
«Aiutiamo brand e manager a gestirla
Il web ci dice quanto vale un’azienda»

Daniela Laganà
MILANO

SOSTENEVA Henry Ford che «le due cose più importanti non compaiono nel bilancio di un’impresa: la sua reputazione e i suoi uomini». Un’affermazione che, a distanza di quasi un secolo, trova ancora ragione d’essere, soprattutto per quanto riguarda la prima che, in epoca di social network e web imperanti, rischia di diventare un boomerang per il business se non tenuta in debita considerazione. «Attualmente sette italiani su dieci utilizzano internet come mezzo principale per crearsi un’opinione su un brand, un prodotto, una persona. In un contesto simile quello che viene detto o scritto in Rete diventa fondamentale», spiega Matteo Flora, 40 anni, fondatore di The Fool ed esperto di reputazione digitale. «Anche se, alla fine, chiunque di noi è quello che dicono le prime due pagine di Google, perché nessun arriva a leggere mai la terza», aggiunge scherzando.

La sua azienda è appunto una digital reputation company. Esattamente di cosa vi occupate?

«Ci occupiamo di monitoraggio, analisi, moderazione, gestione e tutela legale della reputazione e degli asset digitali per vari tipi di clienti nazionali e internazionali ».

Per chi ad esempio?

«Istituti di credito e assicurativi, aziende del settore food o dell’alta moda, automotive, ma anche personaggi come ceo del mondo della finanza e vip».

Come è nata l’idea di creare The Fool?

«Ho cominciato a lavorare occupandomi di sicurezza digitale, all’inizio collaborando con la Guardia di finanza come consulente tecnico d’ufficio, poi sono diventato quello di parte. Nel 2008 ho avuto l’idea di fondare The Fool, pensando che il mercato si sarebbe spostato sempre più sul web e si sarebbe passati dal monitorare quei pochi pazzi che erano online a un universo molto più composito».

Lungimirante…

«O fortunato. Probabilmente un mix di entrambe le cose».

Ma perché chiamare la sua società ‘Il matto’?

«Come la carta dei tarocchi. Il Matto è la forza espansiva dell’universo, è quello che armato solo delle proprie esperienze cammina e plasma il mondo. L’ho trovato carino ».

Ma voi siete tutt’altro che matti, siete una realtà in costante espansione…

«Sì, in azienda ora siamo in 35, abbiamo un fatturato di 3 milioni di euro, margini che ci rendono estremamente contenti, ma soprattutto l’attuale valutazione della società è di 10 milioni di euro».

Una bella realtà, ma come si fa a diventare un esperto di web reputation?

«Io non sono laureato, anche se adesso siedo in cattedra in alcune università. Ho iniziato dall’informatica, ma in questo momento la figura di chi gestisce la reputazione digitale è un potpourri formato da un minimo di nozioni legali, tanta competenza tecnica, tanta conoscenza di comunicazione e altrettanta di psicologia cognitiva. Un po’ gli stessi meccanismi utilizzati per la gestione dell’influenza. Conosco esperti che arrivano da ognuno di questi campi: ex psicologi che si sono specializzati in tecnologie della Rete, avvocati che hanno appreso i processi della comunicazione, tecnici che hanno imparato la legge».

Ma questo settore offre reali opportunità di lavoro?

«Certo, forse sono più legate alla parte tecnica che a quella di comunicazione. Ma, come dicevo prima, per gestire la reputazione sul web occorre avere cross-competenza ».

Che tipo di ricadute ha un buon esperto di web reputation su un cliente?

«Il nostro è diventato un lavoro molto importante. La reputazione digitale è un intangible asset che, secondo il World economic forum, impatta per almeno il 25% sulla valutazione totale di un brand. Così se una volta ci relazionavamo esclusivamente con l’ufficio legale adesso il nostro interlocutore è diventato il cda e le nostre indicazioni vengono riutilizzate a livello strategico».

Il popolo di Internet è sempre in espansione, consiglierebbe a un giovane di entrare in questo campo?

«Sempre più spesso gli utenti useranno la Rete per formarsi un’opinione. Capire come ciò avviene e conoscere i meccanismi per fornire i contenuti migliori in tale tipo di processo evita di farci restare in balìa del caso. Anche perché, alla fine, la reputazione online o ce l’hai o te la fanno».

Agenzie Heritage House nella rete globale di PROI Worldwide

MILANO

HERITAGE HOUSE Reputation Architects (HHRA), specialista di comunicazione digitale e reputazione aziendale, si rinforza all’estero e in Italia. A livello internazionale, la società è infatti entrata in PROI Worldwide, massima rete globale di agenzie di comunicazione indipendenti cui aderiscono 75 imprese nel mondo, oltre 5.400 professionisti e 8.200 clienti, che insieme sviluppano fatturato per oltre 860 milioni di dollari. In italia HHRA ha annunciato la nuova partnership con Creativi Digitali, l’impresa fondata nel 1997 da Daniele Giudici e Cristina Usai che assiste grandi brand internazionali sul campo di social media, digital pr, web & neuromarketing. Tra i clienti nel segmento delle compagnie aeree, Heritage House Reputation Architects ha, da oltre venti anni, Star Alliance, Airbus, Tap Air Portugal e altri. In crescita del 40% negli ultimi 4 anni – ha spiegato il fondatore Federico Cerrato (nella foto) – il fatturato di HHRA è suddiviso sui quattro settori elettivi: healthcare, food, aviation & tourism e imaging.

«IL CONFRONTO DIRETTO con gli utenti in rete e il peso dei molti influencer rende le aziende più vulnerabili – nota Cerrato – ma offre opportunità impensabili pochi anni fa. Per coglierle, alle aziende servono professionisti in grado di fornire questo tipo di consulenza e di confrontarsi con il top management di aziende globali. Il nostro approccio rafforzare la reputazione delle aziende clienti a partire dal vissuto e dal passato che le ha distinte, l’heritage per l’appunto».

Di | 2018-07-23T14:59:57+00:00 23/07/2018|Imprese|