I SETTORI DI SVILUPPO

Un nuovo hub produttivo mondiale
L’Africa non è più la discarica d’Europa
Ora le automobili se le fabbrica in casa

Giorgio Caccamo
ROMA

UNA VOLTA era la ‘discarica’ delle auto europee, ora vuole prodursele direttamente in casa. Una volta l’Africa importava modelli vecchi e usati dall’Europa per soddisfare la domanda interna, ora molti Paesi hanno posto limiti all’acquisto in massa di macchine usate dall’estero. Ora anche i consumatori africani vogliono auto più piccole e meno inquinanti. Effetti del Dieselgate, ma non solo. E così le grandi case automobilistiche scommettono sul Continente nero come nuovo hub per la produzione mondiale. Il mercato resta piccolo rispetto agli altri continenti, ma secondo le previsioni dell’Opec, l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, sulle strade africane circoleranno entro il 2040 90 milioni di veicoli, vale al dire il 50% in più di oggi. Quindi Volkswagen, Renault, Peugeot, Hyundai e Toyota hanno investito miliardi negli ultimi anni, attratti da prospettive di crescita che i mercati più maturi non offrono più. Le vendite negli Stati Uniti, in Cina ed Europa stanno infatti calando dopo un decennio eccezionale.

IL NUOVO hub produttivo mondiale dell’auto, destinato principalmente a soddisfare la domanda locale, potrebbe diventare il modello per le compagnie che intendono ripensare la loro catena di distribuzione mentre le barriere commerciali crescono nel mondo, spronate dalla politiche del presidente americano Donald Trump. Tra i mercati più promettenti del continente c’è il Marocco, che ha già sorpassato il Sudafrica come principale hub africano, e presto sorpasserà l’Italia per la produzione di auto. Il Regno sta inoltre diventando un fornitore importante per le fabbriche di auto ‘occidentali’ come Ford (in particolare per l’impianto hi-tech di Valencia), mentre la Spagna importa dal Marocco sedili e componenti. La ragione del boom automobilistico dell’Africa è un mix di protezionismo e attrazione degli investimenti esteri. Solo apparentemente una contraddizione: gli investimenti delle grandi case auto stanno infatti aumentando anche perché diversi Stati hanno cominciato a rifiutare le importazioni di auto per attrarre la produzione locale.

L’ALGERIA, ad esempio, dall’anno scorso ha deciso che praticamente tutte le auto in vendita nel Paese debbano essere prodotte in loco, inducendo Volkswagen (che ha già aperto fabbriche in Kenya – in particolare per la produzione della Polo Vivo – e Ruanda) a costruire un nuovo impianto di assemblaggio a Relizane. Tornando invece al Marocco, Renault ha costruito due impianti di assemblaggio negli ultimi cinque anni, che producono più di 200mila auto all’anno. Alla fine dell’anno sarà inoltre pronto un impianto di Peugeot. E naturalmente ci sono anche i cinesi: il gruppo Baic, Beijing Automobile International Corporation, ha puntato forte sul Sudafrica, mentre Byd è il secondo produttore in Egitto. I rischi tuttavia sono evidenti anche ai grandi gruppi dell’automotive.Corruzione, instabilità economica, disoccupazione, terrorismo e turbolenze politiche: tutti elementi che rendono difficile fare business in Africa. Ma, come osserva per esempio Erdem Kizildere, dirigente di Seat (gruppo Volkswagen) a capo di un impianto in Algeria che quest’anno dovrebbe assemblare 50mila auto, «quello che noi vediamo è il potenziale della regione. È un mercato molto giovane che sta diventando ogni giorno sempre più industriale ».

PROPRIO Algeria e Marocco confermano che un potenziale c’è. In cinque anni, gli investimenti diretti esteri in Nordafrica sono più che raddoppiati, da 5 a 12 miliardi di dollari: secondo gli analisti di Frost&Sullivan è stata decisiva in questo senso proprio la nuova strategia industriale dei produttori europei di automobili. La stessa associazione africana dei costruttori di auto include grandi gruppi internazionali (Toyota, General Motors, Bmw, Volkswagen, Ford e Renault-Nissan) e insiste affinché i governi del Continente favoriscano lo sviluppo di un’industria manifatturiera locale. I capitali sono stranieri, ma gli stabilimenti e le maestranze sono africane. E i modelli? A parte quelli specificamente pensati dai costruttori esteri per il mercato, la domanda e il gusto degli africani – come appunto la Polo Vivo –, negli ultimi anni sono nati anche alcuni costruttori esclusivamente africani. Non a caso queste case producono soprattutto fuoristrada, pickup, mezzi 4×4 e aspiranti Suv adatti alle strade dissestate e di difficile praticabilità del Continente: la kenyana Mobius Motors (fondata nel 2010), la ghanese Kantanka (ma dietro ci sarebbe un non meglio definito gruppo cinese), la nigeriana Innoson (un’auto costa appena 4.500 dollari), la piccola tunisina Wallyscar.

MA C’È SPAZIO anche per altro, oltre alle auto a basso costo. C’è il lusso: la marocchina Laraki produce supercar stile Lamborghini. Nel 2015 era finita anche nella classifica delle auto più costose al mondo: 2 milioni di dollari per un modello sportivo aggressivo e super accessoriato. C’è poi il capitolo ibrido ed elettrico. Anche l’Africa ha la sua risposta ‘locale’ agli scandali ambientali causati da Europa e Usa. Nel 2014 in Uganda è stata lanciata infatti la Kiira EV Smack, il primo modello ibrido interamente africano. Ancora non si trova in commercio, ma il governo di Kampala ha investito ben 40 milioni di dollari in questo progetto lanciato da un team di studenti di ingegneria. L’obiettivo di Kiira sarà produrre 300 veicoli all’anno (tra berline, citycar e fuoristrada) e dare lavoro a 10mila persone.

Eni-Ionity Accordo per le colonnine di ricarica

ROMA ENI e Ionity hanno sottoscritto un accordo quadro per lo sviluppo delle colonnine di ricarica superveloci nelle stazioni di servizio Eni. Ionity, joint venture fra BMW, Daimler, Ford e il Gruppo Volkswagen (con i marchi Porsche e Audi), intende sviluppare in Europa entro il 2020 una rete di circa 400 stazioni per ricaricare le auto elettriche di nuova generazione, installando fino a 2.400 colonnine di ricarica. Ionity ha scelto Eni come partner in Italia per il canale delle stazioni di servizio stradali. La partnership prevede di realizzare 30 nuove stazioni di ricarica a partire dal 2019. Ogni stazione avrà sei colonnine di ricarica con una potenza fino a 350 kW (più di 100 volte la potenza delle utenze domestiche standard) in grado di rifornire, con meno di 20 minuti di ricarica, le attuali auto elettriche e quelle di nuova generazione. L’iniziativa rientra nel piano Eni di sviluppo della mobilità sostenibile: su una rete di 4.400 stazioni di servizio, 3.500 erogano Eni Diesel+, il gasolio premium con il 15% di componente rinnovabile, mentre circa 1.000 erogano anche Gpl e metano.

Di |2018-10-29T16:28:15+00:0029/10/2018|Imprese|