Foragri, una spinta ai giovani
«Il lavoro nei campi è smart
Ora si usano droni e computer»

Andrea Bonzi

ROMA

«L’AGRICOLTURA 4.0è il futuro. E soprattutto può diventare uno sbocco interessante per migliaia di giovani in cerca di lavoro». Punta alla concretezza, Stefano Bianchi, presidente di Foragri, illustrando il fondo da lui diretto che ha come mission il finanziamento di corsi di formazione continua per gli addetti in agricoltura. Oltre centomila le aziende iscritte a Foragri, la maggior parte piccole ma «con alcune eccellenze assolute, magari leader nei rispettivi settori, dagli allevamenti alla produzione vitivinicola, passando per quella di frutta e verdura». Quest’anno Foragri festeggia il decennale, e sta preparando un evento a giugno sull’innovazione nel settore.

Presidente Bianchi, come è cambiata l’agricoltura negli ultimi anni?

«L’agricoltura italiana è ormai seconda solo a quella della Germania, è un buon periodo. Si tratta di un comparto molto differenziato e, dunque, la nostra attività si deve adattare dalle diverse domande delle aziende nei vari settori, dal lattiero caseario all’orticoltura. Negli ultimi anni, molte aziende hanno coperto tutta la filiera: non c’è viticoltore che oggi non abbia un processo di trasformazione e commercializzazione dei propri prodotti in house. E ci sono tante piccole fattorie, ad esempio, che producono latte e formaggio vendendoli direttamente al pubblico. Insomma oggi non tutti lavorano nei campi, le figure professionali si sono moltiplicate e anche i processi formativi si sono complicati. Un altro dei nostri compiti, infatti, è quello di collaborare alla riscrittura delle qualifiche professionali del settore agricolo che, come dicevo, si sono molto differenziate».

Cosa si intende quando si parla di agricoltura 4.0?

«Il processo di innovazione è fondamentale, se si vuole assecondarne il trend di crescita. Per agricoltura di precisione o 4.0 si intendono tutti quegli accorgimenti tecnici che hanno cambiato il modo di lavorare i campi: l’uso dei droni e dei sensori per raccogliere dati dal terreno e dall’aria, il controllo computerizzato dell’irrigazione per ridurre lo spreco dell’acqua, la guida da remoto dei trattori e delle macchine agricole, le serre idroponiche e così via. Ci sono tante startup che stanno perfezionando queste tecnologie».

Una possibilità anche per i giovani in cerca di lavoro?

«Le dico questo: qualche giorno fa è stato presentato l’Osservatorio Smart Agrifood a Milano. I relatori del Politecnico hanno sottolineato che l’agricoltura 4.0 è un settore hi-tech a tutti gli effetti, al pari dell’industria. Tanto che stanno approntando un corso di laurea magistrale in Food engineering, ingegneria del cibo. Molte imprese stanno imboccando questa strada, coltivare in modo sostenibile sarà certamente un’attività importante dell’economia futura. Da settore reietto a driver dell’economia: non vedo perché un giovane, anche molto professionalizzato, non dovrebbe prendere in considerazione un ritorno alla terra, è davvero un business molto cambiato. C’è poi tutto il tema del riutilizzo degli scarti di produzione, dalle bucce di pomodoro a quelle d’arancio, passando per le foglie del cavolfiore».

La formazione che voi finanziate è sul campo?

«Ormai è quasi tutta fatta sul campo. Se escludiamo alcune nozioni iniziali, l’80% circa dei corsi che finanziamo è fatta di training on the job, affiancamento sul posto, iniziative così».

Come funziona il finanziamento dei corsi e da dove prendete le risorse?

«Riceviamo dall’Inps la quota del 0,30% del monte salari che le aziende del settore privato, le società pubbliche e quelle esercenti i pubblici servizi, devono obbligatoriamente devolvere ad attività formative. Abbiamo un bilancio annuo di circa 6-6,5 milioni, l’83% di questi soldi va in formazione, i costi della gestione sono minimali. Gli enti formativi ci mandano i progetti dei corsi, noi abbiamo un collegio che li valuta e seleziona i migliori che poi saranno finanziati».

Agro hi-tech. In Italia vale 100 milioni

MILANO

L’AGRICOLTURA 4.0in Italia vale 100 milioni, ma la diffusione di soluzioni ‘smart agrifood’ è ancora limitata a meno dell’1% della superficie coltivata complessiva. Dal 2011 a oggi, sono nate 481 startup internazionali, di cui 60 italiane (pari al 12%). È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio ‘Smart Agrifood’ della School of Management del Politecnico di Milano e del laboratorio Rise dell’Università di Brescia. Dai sensori nei campi a quelli sui trattori, dai droni alla logistica controllata, dallo smart packaging alle etichette intelligenti: sono oltre 300 le applicazioni smart già diffuse in Italia tra produzione, trasformazione, distribuzione e consumo.