Kartell, la bellezza è fatta di plastica
«Il segreto? Design e alta tecnologia»

Giuliano Molossi

MILANO

CLAUDIO LUTI è un uomo di 71 anni (ma ne dimostra dieci di meno) innamorato della vita e del suo lavoro. È un imprenditore di successo. La sua azienda, la Kartell, è un gioiello del made in Italy, i suoi prodotti inconfondibili sono diventati icone del design, grazie a lui, si è detto, la plastica si è fatta arte. Mobili, complementi d’arredo, illuminazione, accessori per la casa: la Kartell non è solo l’azienda simbolo del design italiano ma brand di lifestyle. In qualche modo è un’azienda rivoluzionaria. Lo fu già nei primi anni Cinquanta quando il fondatore Giulio Castelli, suocero di Luti, ebbe la geniale intuizione di utilizzare la plastica per oggetti d’uso comune, domestico, in modo originale. Per fare un esempio, prima della Kartell il secchio era di latta e di metallo. Da allora è diventato di plastica. Fin dall’inizio, la Kartell ha curato molto la qualità e il design. Oggi è facile dirlo, ma allora non lo era. Accessori perle auto, casalinghi, illuminazione. Designer del calibro di Castiglioni, Zanuso, Gae Aulenti sposarono subito con entusiasmo questo nuovo materiale che gli consentiva di fare forme impossibili con altri. Il boom durò per quasi trent’anni. Poi, alla fine degli anni Ottanta, quando la plastica era data per finita, arrivò lui, Luti, reduce da dieci anni di lavoro con Gianni Versace, a rilanciare l’azienda, chiamando a collaborare grandi nomi del design, da Philippe Starck a Piero Lissoni, da Vico Magistretti a Patricia Urquiola.

LA BRAVURA di Luti è stata soprattutto quella di trovare la perfetta combinazione fra l’idea creativa del designer e la trasformazione in prodotto industriale di alta qualità, coniugando creatività con tecnologia.

Cosa ricorda di quegli anni con Gianni Versace, cosa ha imparato da lui?

«Quando finiva una sfilata e io gli dicevo che era stata fantastica, che aveva avuto un successo incredibile, che era piaciuta tantissimo, lui mi guardava e mi diceva: no, Claudio, io ho già in mente la prossima. Era incontentabile. Questa grinta, questa voglia di innovare, di guardare sempre avanti, di non fermarsi mai, ecco forse mi ha contagiato, forse l’ho presa da lui».

Quando lei ha rilevato l’azienda nel 1988 quali sono stati i primi passi che ha fatto?

«Ho subito pensato che avevamo un grandissimo know how che poteva fare la differenza e che dovevo trovare collaboratori giusti chele pensavano come me, dovevano avere molto rispetto per il prodotto industriale. I creativi che ho trovato, e che non erano ancora così famosi, mi hanno dato forza. E con loro ho capito che il prodotto industriale doveva diventare di qualità e di bellezza come quello artigianale, anzi doveva essere ancora più bello. Prodotti che fossero bellissimi, che dessero emozioni, ma a prezzi competitivi e che durassero nel tempo. Così siamo tornati leader, e non solo perché avevamo la migliore tecnologia ma perché non esisteva sul mercato un prodotto industriale della nostra qualità».

Cosa ha detto ai creativi?

«Ho detto loro: io vengo dalla moda, io devo conquistare le vetrine. Io avevo curato 150 negozi monomarca con Versace, e quelli hanno fatto la differenza, fu grazie a quelli che diventammo i numeri uno. Ho scelto creativi molto bravi, ma ciascuno diverso dall’altro, con una sua personalità, proprio perché questo assicura vivacità all’azienda».

Come nasce uno dei vostri prodotti?

«Dal gioco di squadra. Parlando. Raccontando ai designer le potenzialità delle nostre innovazioni, illustrando le ricerche sui materiali che abbiamo fatto. Loro hanno l’intuizione, noi ci mettiamo la tecnica e sfruttiamo la loro creatività. Magistretti lo ha sempre detto: un bel prodotto si fa in due, un bravo designer e una forte azienda». Al creativo la Kartell mette a disposizione una tecnologia d’avanguardia, una ricerca costante dei materiali più congeniali, un’equipe di stampisti senza pari. I risultati sono quelli che si possono ammirare nelle case di tutto il mondo, nelle vetrine di 140 grandi negozi monomarca, da Milano a New York, o nei musei, come quello di Seul dove fino al 4 marzo del prossimo anno l’esposizione «Plastic Fantastic» presenta, come opere d’arte, le creazioni Kartell dalla fondazione a oggi.

Luti è appena tornato dalla Corea. Cosa l’ha colpita?

«Sono rimasto impressionato dalla loro velocità, dalla grinta che ci mettono, dalla voglia di fare». È un fiume in piena Claudio Luti quando parla della sua azienda, dei processi di produzione, della corsa a innovare per fare cose sempre più belle, o delle creazioni più riuscite, come ad esempio il divano Uncle Jack, il più grande pezzo mai realizzato in policarbonato in un unico stampo da 30 chili, o di Piuma, la sedia a iniezione di carbonio ideata da Piero Lissoni, dalle linee essenziali, resistente ma leggerissima, o della famosissima sedia coi braccioli Louis Ghost, la tipica sedia francese disegnata da Philippe Starck in policarbonato trasparente che nel design è la sedia più venduta al mondo.

La trasparenza è il segno distintivo di Kartell. Come ci si è arrivati?

«Siamo partiti dagli scudi antiproiettile e dagli elmetti della polizia americana, con la General Electric abbiamo trovato il policarbonato, questo materiale durissimo ma bellissimo e di una trasparenza e luce eccezionale. Ne parlai a Starck ed è così che è nata la Marie, la prima sedia al mondo completamente trasparente».

Com’è la sua casa?

«Non pensi a una casa solo di prodotti Kartell. Certo, ci sono, ma accanto a pezzi di antiquariato, ai mobili di mia madre, a oggetti d’arredamento che arrivano dai viaggi che ho fatto, dalle esperienze che ho maturato. La mia casa racconta la mia vita, sono queste le case che mi piacciono»