I PROTAGONISTI IN VETRINA

Victor Massiah: che squadra Ubi Banca
«Fuori dallo tsunami più forti di prima»

Davide Nitrosi

MILANO

DOTTOR Massiah, gli ultimi 18 mesi hanno modificato in maniera decisiva la struttura di UbiBanca.

«È vero, in questo periodo abbiamo integrato le 7 banche che il Gruppo controllava creando una banca unica, abbiamo rilevato dal fondo di risoluzione tre banche, realizzato un aumento di capitale e integrato le ex Banca Etruria, BancaMarche e Carichieti. Ora con un gruppo presente in tutta Italia guardiamo a un 2018 che si prospetta migliore del già soddisfacente 2017».

A parte le dimensioni, Ubi comincia ad assomigliare a Intesa.

«È vero per certi aspetti. Ovviamente non siamo uguali per dimensione. E poi Intesa è caratterizzata da una componente aggiuntiva che noi non abbiamo, che è la sua forte presenza nel mercato assicurativo».

Mentre sul tema dell’asset management siete ben presenti.

«Il business dell’asset management è globale. Ubi ha tratto un enorme beneficio dalla jointventure con Prudential Financial che ormai funziona da oltre 16 anni e può sfruttare economie globali pur continuando a servire una clientela locale. Negli ultimi due anni abbiamo guadagnato quote di mercato».

Per crescere di dimensioni bisogna affrontare il tema delle fusioni. In assemblea lei è stato cauto.

«Io devo essere cauto. Oggettivamente non c’è un file aperto. Sono però convinto che il sistema debba andare verso una concentrazione, non sento nessun manager dire il contrario. E’ solo in discussione il quando e il come. Non il se».

Parliamo dei criteri nelle fusioni. Nel 2007 quando nasceste voi, Intesa Sanpaolo e la Popolare di Verona e Novara, si guardava molto al conto economico. Oggi le valutazioni sono cambiate?

«Dieci anni fa si guardava solo al conto economico, mentre oggi si guarda con particolare attenzione alla salute patrimoniale. È stato riscoperto il collegamento tra conto economico e stato patrimoniale».

Un criterio fondamentale oggi?

«Per una durata di lungo periodo sì. Per questo Ubi è percepita come una banca solida. Nel 2010 il patrimonio tangibile di Ubi era di 5,5 miliardi. Oggi è di circa 8 miliardi. Nel mezzo c’è stato un aumento di capitale di 1,5 miliardi, ma anche dividendi per 500milioni dal 2010. Alla fine abbiamo creato valore per 1,5 miliardi. La ricchezza della banca è aumentata durante gli anni peggiori della crisi di circa il 30%».

Lavoro di squadra?

«Siamo oltre 20mila, un gruppo articolato, ma compatto che si basa su persone responsabili, due consigli capaci di prendere decisioni anche difficili, azionistiche pensano al lungo periodo. Senza questa miscela non si sarebbe sopravvissuti allo tsunami degli ultimi anni. Nello tsunami bisogna stare a galla. Noi siamo cresciuti».

Come recupererete la fiducia dei correntisti di Etruria, Carichieti e BancaMarche?

«Il nostro nome è un marchio rispettato. Il risparmiatore di quelle zone sa che con noi non ha problemi. Oggi le tre banche sono completamente integrate in termini operativi e commerciali e si fa fatica a distinguerle dal resto del Gruppo. Il marchio Ubi è garanzia».

Da anni siete soci di Zhong Ou Asset Management. Puntate al risparmio gestito cinese?

«Non ragioniamo come potenziale. Nel 2007la Zhong Ou non esisteva e oggi ha un patrimonio ingestione pari a circa 35 miliardi di euro. Se pensiamo che Ubi Pramerica in Italia ne gestisce circa 60 il potenziale è evidente».

La Cina è un affare per la banca o la vostra presenza serve anche da testa di ponte per i clienti italiani?

«I nostri clienti che guardano ai mercati esteri possono contare su una ampia rete di uffici di rappresentanza della banca tra cui quelli di Shangai e Hong Kong e presto anche su quella che apriremo nel far east, nell’area dell’Asean. L’attività di asset management è invece completamente dedicata alla clientela retail cinese».

Intanto in Italia cambiano gli sportelli delle banche.

«Diventeranno sempre più un centro di competenza, dove si va a fare il check up privato e aziendale. Il fattore umano resta soprattutto quando si devono gestire passaggi critici ed emotivamente impegnativi».

Investire nel fintech costa…

«È uno dei motivi per cui banche molto piccole fanno fatica. Ubi ci investe 200 milioni ma non posso essere tranquillo se competitor più grossi investono 6 volte di più».

E sulla mole dei crediti in sofferenza che strategie avete? «In Europa il valore medio dei crediti cosiddetti npl lordi sul totale degli impieghi è del 5%. Nel 2008 anche la nostra banca era al 5%, poi come tante banche italiane abbiamo dovuto sopravvivere alla crisi. Ma arrivare a circa il 9% alla fine del 2019 è una dimostrazione importante della nostra capacità di rientrare verso valori allineati alla media europea nel tempo al 5%».

Cauto anche nella cessione?

«Confermo la strategia di gestione prevalentemente interna. Abbiamo circa450 persone che si occupano degli npl. Un team con una capacità di recupero elevata e sul qual contiamo molto».

L’addendum Bce sugli npl avrà un impatto sui crediti alle pmi?

«Auspichiamo di assorbire il più possibile nei prezzi questo impatto, non è giusto tarpare le ali alle pmi che stanno uscendo dalla crisi».

Preoccupato del dopo Draghi e della fine del Qe?

«Il Qe tiene bassi i tassi, ma i tassi negativi per una banca italiana retail non vanno bene».

E la situazione politica di incertezza? Si riverbererà sul credito?

«Ovvio che c’è un tempo massimo di incertezza che il paese può sopportare. Però non siamo ancora lì».

È un periodo di crisi perpetua…

«Quello che noi vediamo come crisi, altri Paesi la vedono come crescita. Potevamo restare un miliardo di ricchi con 5 miliardi di affamati alle porte? Meglio rinunciare a qualcosa noi. Più ognuno cresce, più resta a casa sua».

Se non facesse il banchiere in Italia dove lo vorrebbe fare?

«In Australia. È un’adeguata sintesi tra un’amministrazione britannica e il life style mediterraneo».

E un giovane che volesse diventare banchiere dove dovrebbe partire oggi?

«Gli direi: fai esperienze almeno in giro per l‘Europa».

C’è qualcosa di cui si pente?

«No, per caso ho fatto un cammino razionale. Non era programmato, è stata una serie di casualità, ma rifarei tutto».

Di | 2018-05-14T13:14:03+00:00 23/04/2018|Primo piano|