I PROTAGONISTI IN VETRINA

Marzotto e l’Italia venduta agli stranieri
«Conta di più dove si produce valore»

Pino Di Blasio

MILANO

MATTEO MARZOTTO, 51 anni, sesta generazione di una storica famiglia di industriali, tante avventure aziendali alle spalle, tra fallimenti e successi clamorosi, può parlare a ragion veduta di «valore Italia». Il suo è più di un nome, è un marchio tricolore. Anche se spesso ha avuto bisogno di capitali stranieri per affermarsi.

Marzotto, sono state elezioni complicate per un Paese che cerca di rimettersi in piedi?

«Le discontinuità fanno parte della storia d’Italia. Quello che posso augurarmi è che si capitalizzi un cammino che il Paese ha imboccato nell’economia. Sono convinto che il presidente Mattarella saprà gestire questa discontinuità con equilibrio. Con questa brutta legge elettorale, serve un buon Capo dello Stato».

Come giudica il responso delle urne?

«Non è emersa un’idea di Paese, in questo voto vedo molta pancia. Ritengo che la politica debba tornare ad essere intesa come missione, affrontata con spirito di servizio. In ogni caso, trovo che sia stato un esempio di democrazia».

Lo stato di salute del marchio Italia è peggiorato?

«In questi dieci anni si è dovuto drammaticamente purgare, è stato costretto a una selezione darwiniana ed ora è limitato alle industries che l’hanno reso più forte. Guardo al lifestyle, alla meccatronica, all’ingegneria, alla farmaceutica: settori dove la reputazione dell’Italia, alimentata dal lavoro, dall’intraprendenza, dalla genialità e dall’innovazione, è cresciuta tanto. Ma c’è anche il rovescio della medaglia…»

E sarebbe?

«Troppo individualismo, troppa burocrazia, una malversazione generalizzata. Il ventre molle dello Stato si è ulteriormente rammollito. Roma è in una situazione comatosa, nonostante ci siano aziende meravigliose che l’hanno scelta come sede. Milano è in uno stato di salute migliore, ma come Paese non possiamo permetterci una capitale ridotta così».

Il testimonial che ha scelto per Dondup, il rapper Ghali di ‘Cara Italia’, è diventato un simbolo della nascente Terza Repubblica. Chi gliel’ha consigliato?

«Ho conosciuto un ragazzino giovane, moderno, che lanciava messaggi semplici ed efficaci con le sue canzoni. Un ragazzo educato, che parla di mamma, di fortuna, di comfort nel sentirsi italiano. Mi è parso un messaggio adatto a Dondup, gradevole dal punto di vista musicale».

È stato un anno buono per Dondup? Come vanno le cose con il fondo Catterton, che ha il 91% del capitale?

«Io sono presidente con alcune deleghe, Dondup ha un ottimo amministratore delegato, Marco Casoni. È una tipica storia italiana di grande successo, il fatturato viaggia sui 60 milioni di euro e punta a crescere nel mercato europeo. Il fondo Catterton ha una vocazione industriale molto spiccata, vuole valorizzare gli asset, non è mordi e fuggi. Non potrei chiedere un azionista di maggioranza migliore; con il managing partner Andrea Ottaviano condividiamo la visione strategica e la scelta di puntare sull’e-commerce».

Lei ripete che la proprietà non è importante, quello che conta è produrre valore in Italia…

«È il mio marchio di fabbrica. Dondup è un brand italiano, è quasi totalmente made in Italy, crea valore qui e punta ai mercati di tutto il mondo. La proprietà è di un fondo gestito con approccio internazionale, ma attento a dove si produce il valore».

Il caso Embraco non ha dato una picconata al concetto che la proprietà non sia decisiva?

«Non conosco i motivi per cui Embraco voglia lasciare l’Italia, le multinazionali hanno logiche diverse. Per quanto riguarda il fashion, il fatto che il gruppo Kering o Lvmh abbiano nel portafoglio Gucci, Bottega Veneta, Loro Piana o Bulgari, non cambia lo stato delle cose. I marchi sono talmente forti che riescono a creare valore anche in mani straniere. Certo, mi piacerebbe che ci fosse un gruppo italiano capace di acquisirli….».

Perché non esiste un colosso italiano della moda?

«Perché gli italiani sono incorreggibili individualisti. Abbiamo imprenditori straordinari che però non riescono mai a diventare grandi».

Anche lei è caduto negli stessi errori: prima con il gruppo Marzotto e poi con Valentino, venduta ai fondi 10 anni fa…

«Ha ragione, ma ho cercato di fare quello che potevo. Ero del tutto contrario alla vendita, hanno vinto altre logiche, hanno prevalso altri equilibri. E una family company non poteva reggere all’assalto della concorrenza. I fondi di private equity hanno dato vita a una nuova categoria di azionisti, cambiando molte cose nell’economia. Sono una delle essenze della globalizzazione, gruppi guidati da persone capaci di vedere scenari di lunghissimo periodo e di aggiungere valore alle loro acquisizioni».

Non ha rimpianti per la vendita di Valentino?

«La vita è così, ha vinto chi ha avuto una visione di più breve periodo, anche se ha incassato tanto dalla vendita delle azioni. Se fossi stato più bravo avrei ricomprato Valentino, starei ancora in quel progetto. Ma sono un piccolo imprenditore, non sono un player di serie A».

È stato uno dei pochi a difendere l’Expo in Kazakistan…

«Con l’Expo di Milano, e grazie a un colpo di reni, l’Italia ha messo in vetrina la sua faccia migliore. Riuscendo a mostrarla a 20 milioni di persone e rinunciando per una volta al brutto vizio di essere i primi a parlar male di noi stessi. Mi dispiace che il tema della sostenibilità energetica, al centro dell’Expo di Astana, sia stato un argomento di nicchia. Doveva essere un argomento universale, ma molti Paesi lo hanno ignorato».

Di |2018-05-14T13:14:08+00:0012/03/2018|Primo piano|