Agnelli, la dinastia al volante della Fiat
L’Avvocato sognava l’America
Marchionne l’ha conquistata

di GIUSEPPE TURANI

TORINO

GIOVANNI Agnelli, morto nel 2003, è stato definito come l’ultimo uomo del Rinascimento. E probabilmente la definizione è esatta. Personaggio di vasti interessi e, soprattutto, di curiosità infinite, più americano che italiano, negli Stati Uniti ha sempre avuto casa e vi si muoveva meglio che in Italia. I suoi amici dicono che pensava in inglese e che poi traduceva in italiano. Alla Fiat, ricevuta in eredità dal nonno (che è anche quello che lo ha allevato, a causa della prematura scomparsa del padre), teneva moltissimo. In tanti anni ricordo solo un momento di debolezza. Quando agli inizi degli anni Novanta l’azienda stava attraversando un momento molto difficile, mi disse: «Il matrimonio tra la Fiat e Torino è durato cento anni. Cento anni mi sembrano molti per un matrimonio». Come a dire: stiamo facendo quello che possiamo per salvare la Fiat, ma anche se non dovessimo riuscirci è stata comunque una bella storia. Uomo di mondo e cosmopolita, ha sempre avuto la certezza che la Fiat non avrebbe potuto stare da sola per l’eternità. E infatti proprio sotto la sua gestione sono stati fatti molti tentativi (tutti falliti) di sposare la Fiat con qualcuno: con la Simca, con la Citroen, con la Ford e, infine, con la General Motors. E i matrimoni sono falliti tutti per una ragione molto semplice: quello Fiat è sempre stato un mondo molto chiuso, molto torinese, molto autosufficiente, esattamente il contrario dell’Avvocato, che invece era un inquieto e mai a suo agio in nessun posto.

QUANDO SCOMPARE, nel gennaio di 14 anni fa, le redini passano al fratello Umberto. Tutti erano convinti che Umberto fosse un sostenitore dell’uscita della Fiat dall’auto. Umberto, invece, sorprende tutti spiegando che il destino della Fiat sono proprio le macchine e avvia l’uscita della casa torinese da tutto il resto per concentrarsi sulle quattro ruote. Umberto, comunque, non riuscirà a realizzare la sua strategia. Poco più di un anno dopo l’Avvocato scomparirà anche lui. E il comando di tutto passerà nelle mani di Sergio Marchionne. Non un uomo del Rinascimento, ma un uomo del mondo globalizzato.

ITALO-CANADESE, residente in Svizzera, gran lavoratore e molto introdotto nel mondo americano, realizza i due colpi che salvano la Fiat, ma che la trasformeranno in un’altra cosa rispetto ai cento anni precedenti. La Fiat, quando Marchionne si mette al lavoro, va malissimo e i vertici della General Motors non hanno alcuna intenzione di comprarsela, come prevedono gli accordi firmati. Marchionne si legge bene il contratto e per ‘liberare’ gli americani dal loro impegno si fa dare una montagna di soldi (un miliardo e mezzo di dollari), con i quali sistema i conti. Lui e la sua squadra, sull’aereo che dall’America li riporta in Italia, festeggiano a champagne. Poi simette a tagliare il tagliabile, a ristrutturare, e a mettere un po’ di ordine.

QUANDO ARRIVA la Grande Crisi realizza il suo secondo colpo: l’affare Chrysler. La terza casa automobilistica americana passa, di fatto, sotto il controllo della Fiat. L’aspetto curioso è che tanto Fiat quanto Chrysler erano di fatto due aziende fallite, ma Marchionne riesce a convincere Barack Obama che potrà salvarle entrambe. E l’operazione parte. Oggi la Fiat è come un animale a due teste, anzi è diventata per la prima volta nella sua lunga storia una vera multinazionale. Cambia addirittura nome: diventa Fca, Fiat Chrysler Automobiles, con sede legale in Olanda. L’obiettivo di Marchionne è di fare del complesso Fiat-Chrysler una sola entità, e di fatto è già così. E qui sta il grande cambiamento. La Fiat non è più l’azienda che puntava soprattutto a fornire un’utilitaria al geometra Rossi e al ragionier Bianchi, magari con l’aiuto dello Stato. Non è più, insomma, un affare domestico, italiano, nel quale tutti possono mettere bocca. Ormai è una realtà internazionale: le sue battaglie le vincerà (se le vincerà) non a Torino o a Milano, ma sul mercato globale (dove è la settima industria automobilistica mondiale), pieno di concorrenti molto più agguerriti e solidi di lei.

LA VECCHIA FIAT, quella che abbiamo conosciuto fin da piccoli, è morta. Al suo posto c’è una multinazionale. Una multinazionale che farà le macchine dove potrà e dove si venderanno. Nessuno, oggi, può prevedere quello che succederà. Da questa scelta strategica (diventare una multinazionale) discende poi anche tutto il resto. La vendita de ‘La Stampa’ di Torino al gruppo De Benedetti e il progressivo disinteresse nei confronti della politica italiana, a parte una simpatia – quasi personale – di Marchionne per Matteo Renzi. E qui si chiude un matrimonio, vero, durato più di un secolo fra la Fiat e la politica italiana. Quasi per segnare più profondamente questo distacco (ma anche per ragioni contrattuali) la Fiat, ormai Fca, esce persino dalla Confindustria, dove aveva sempre avuto il diritto di nomina (o di veto) nei confronti del presidente.