I PROFILI RICERCATI

Il made in Italy non trova i tecnici giusti
Ingegneri ed economisti sicuri del posto
Ma la scelta scolastica crea disoccupati

Veronica Passeri

ROMA

ECONOMISTI, statistici, ingegneri e giuristi: sono questi i laureati che da qui al 2020 troveranno più facilmente lavoro. Nelle imprese italiane – come racconta l’ultimo rapporto di Confindustria – è forte il fabbisogno di professioni tecnico-scientifiche e sfiora quasi il 40% del totale delle richieste che giungono dal mondo dell’impresa. Al secondo posto le professioni dei servizi, poi, con una domanda che si colloca nella forbice tra il 10 e il 12%, e poi professioni impiegatizie e operai e artigiani specializzati. Attualmente un quinto delle imprese italiane non riesce a trovare i profili professionali di cui ha bisogno. E dire che il made in Italy attira attenzione ed emulazione in tutto il mondo.

SECONDO CONFINDUSTRIA – che organizza da 24 anni Orientagiovani – l’Italia soffre di un forte mismatch tra le scelte formative dei giovani e i fabbisogni delle imprese, nonostante un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 35%. Per non parlare di una quota di giovani Neet – vale a dire che non studiano nè lavorano (Not in education, employment or training) – che si avvicina pericolosamente al 25%. Conoscere quale percorso formativo intraprendere per assecondare i propri interessi e le proprie inclinazioni ma anche avere buone chance per entrare nel mondo del lavoro diventa strategico. Pare, infatti, che le scelte scolastiche dei giovani siano responsabili del 40% della disoccupazione giovanile, rappresentando peraltro uno svantaggio competitivo per tutto il sistema Paese. Peraltro, con il processo innescato dal piano Industria 4.0, serve una formazione che vada di pari passo con le tecnologie. ll fabbisogno di professioni indica in testa quelle tecnico-scientifiche che rappresentano il 39% delle richieste delle imprese italiane; seguono le professioni dei servizi (21%), impiegatizie (12%), gli operai specializzati e gli artigiani (10%).

IL DOSSIER di Orientagiovani per Confindustria evidenzia la necessità di competenze ‘di filiera’, quelle legate al comparto industriale che ne identificano gli elementi più caratteristici: finance and business administration, manufacturing e prodotto, design e progetto, marketing e commerciale, gestione degli asset, supply chain, qualità, sicurezza e sostenibilità. Competenze che si formano prevalentemente con l’alternanza scuola-lavoro, l’apprendistato duale, la laboratorialità e l’imprenditorialità. Its e lauree duali registrano tassi di occupazione pari anche al 100% nei casi in cui i rapporti con le imprese sono più stretti. Il ‘saper fare’ si configura come una vera e propria arte, superando il pregiudizio diffuso che porta molti ragazzi a snobbare i percorsi scientifici, duali e in apprendistato perché noiosi o troppo difficili. Basti pensare al Salone del Mobile che si è appena chiuso in una Milano pervasa da oltre 400mila visitatori provenienti da tutto il mondo e curiosi di capire come nasce il made in Italy, che non è solo manifattura, ma anche meccanica, food, moda.

 

L’intervista «Pochi periti, le fabbriche rischiano il cortocircuito»

MILANO

CERCANSI SUPER PERITI. Ne mancano parecchi nelle imprese italiane e, se non si troveranno nei prossimi 5 anni, si rischia il «cortocircuito industriale». Parola di Giovanni Brugnoli, vice presidente Confindustria per il capitale umano.

Mancano tecnici specializzati nell’industria italiana?

«Da qui a 5 anni mancheranno, al netto degli studenti già iscritti a corsi di formazione, 280mila figure professionalizzate. È un dato certo, se si guarda la differenza tra le persone che andranno in pensione e quelle che sono all’inizio dei corsi».

Di quali settori stiamo parlando?

«Ict, agroalimentare, meccanica, chimica, moda. Come Confindustria ne abbiamo analizzati cinque, scegliendo quelli che maggiormente contribuiscono al Pil del Paese».

Quali figure professionali cerca l’industria?

«Lavoratori altamente specializzati. Non è facile trovare un perito tessile che sappia realmente cosa è un tessuto. Si cercano periti meccanici, periti chimici, diplomati ma anche laureati. All’impresa italiana servono matematici, economisti, ingegneri ed esperti di marketing».

Come mai mancano queste figure?

«Pesa un cattivo orientamento nella scelta del corso di studi, le famiglie non conoscono appieno l’importanza del settore manifatturiero, non c’è la curiosità di capire cosa c’è nel proprio territorio. L’industria stessa si deve fare conoscere maggiormente, stiamo cercando di farlo in tutti i modi».

Le famiglie sognano il figlio laureato…

«Dobbiamo cercare un buon grado di occupabilità per i nostri ragazzi. Il rischio è di avere un laureato poco occupabile perché si è ascoltato più la pancia che la testa: bisogna analizzare più fattori per fare una scelta ponderata e scoprire il talento che ognuno ha. Meglio inserirsi con la mansione che viene offerta e poi aspirare a un avanzamento che restarne fuori».

L’alternanza scuola/lavoro funziona? C’è chi vorrebbe cancellarla…

«In un triennio si è passati da zero a un milione e mezzo di studenti coinvolti, è bene fare un tagliando e verificare cosa ha funzionato e cosa no. Se cancelliamo tutto senza analizzare quello che è andato anche bene rischiamo un cortocircuito industriale: interrompendo il dialogo scuola-impresa, i ragazzi varcheranno per la prima volta i cancelli di una fabbrica a 19 anni, perdendo due anni».

Insomma il prima possibile in fabbrica?

«L’azienda è un luogo formativo, prima si entra, prima si impara a lavorare in team, a decidere con i colleghi, a respirare il profumo di fabbrica e di industria che ha un suo appeal».

Veronica Passeri

Di |2018-10-02T09:24:39+00:0023/04/2018|Lavoro|