I PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO

L’assurda parabola dei Pir
Dai rendimenti alle delusioni
E oggi sono nella palude
bloccati dalle nuove norme

Alessia Gozzi

MILANO

DOVEVANO essere il volano delle piccole e medie imprese. Nel 2017 sono stati protagonisti indiscussi nel mondo dei fondi di investimento arrivando a raccogliere quasi 11 miliardi di euro. Poi il vento è cambiato. Sono i Pir, i piani individuali di risparmio introdotti dalla Legge di bilancio 2017. Il forte stimolo fiscale, cioè zero tasse su capital gain, dividendi, successione e donazioni se l’investimento (massimo 30mila euro) viene mantenuto per cinque anni, ne ha decretato il grande successo all’esordio.

IL BILANCIO dei primi due anni, rivela però che il flusso dei Pir verso le piccole e medie imprese italiane è stato abbastanza modesto. Mentre le performance, che nel primo anno sono state anche superiori al 30%, hanno iniziato a calare pesantemente nel corso del 2018. Non solo. Anche la raccolta ha subito un crollo verticale: del 70% tra il 2017 e il 2018 secondo Intermonte. La raccolta 2018 dovrebbe attestarsi, infatti, a circa 4 miliardi di euro, quasi un terzo rispetto all’anno dell’esordio. Secondo i dati Assogestioni, il terzo trimestre ha fatto registrare solo 475,5 milioni di raccolta rispetto a 1,33 miliardi del secondo trimestre a conferma della frenata progressiva. Motivo? Da un lato, il peggiorare del vento sui mercati finanziari e sul Ftse Mib (al quale questi prodotti sono legati) e, dall’altro, la scarsità di Pmi quotate a Piazza Affari su cui i Pir investono (elemento quest’ultimo che, complice la forte domanda, ha fatto schizzare nel 2017 le quotazioni delle piccole e medie aziende presenti sul listino).

I PIR costituiscono, comunque, uno strumento per quanto migliorabile che va nella giusta direzione e che ha avuto il merito di riavvicinare gli investitori istituzionali alle piccole e medie imprese. Il problema è che da quest’anno il mercato è in stand-by. Non a causa del mercato ma delle leggi. La Legge di Bilancio 2019 ha, infatti, introdotto nuove norme con l’obiettivo di consentire alle Pmi di beneficiare maggiormente di questi strumenti. Peccato che manchino i decreti attuativi, e dunque sul mercato non esistono al momento prodotti conformi alla nuova normativa. Ma soprattutto le nuove regole, imponendo vincoli troppo stringenti, rischiano di non sortire l’effetto desiderato. Le norme prevedono che il 3,5% del capitale raccolto dai fondi Pir venga investito in titoli negoziati su sistemi multilaterali di negoziazione, come ad esempio l’Aim Italia, ed emessi da aziende con meno di 50 milioni di euro di ricavi e non più di 249 dipendenti, e che un altro 3,5% sia destinato al venture capital. Le precedenti regole, invece, prevedevano che il 70% di quanto investito dovesse essere destinato a strumenti finanziari emessi da imprese italiane (o europee con stabile organizzazione in Italia), di questa quota il 30% in strumenti emessi da imprese diverse rispetto a quelle incluse nel FTSE Mib.

UNA CIRCOSTANZA che di fatto ha frenato la sottoscrizione di nuovi Pir, perché le società di gestione hanno deciso di congelarli in attesa di conoscere come funzioneranno. La stessa Assogestioni ha sottolineato che «i nuovi vincoli di investimento non rispettano i requisiti di liquidabilità» previsti dalle leggi. Tradotto: non si può – spiegano i gestori – chiedere a un fondo aperto di avere una percentuale così rilevante investita su strumenti illiquidi. Inoltre, il mercato del venture capital italiano non ha le dimensioni adeguate per soddisfare gli investimenti che la normativa così com’è richiederebbe. Fatto sta che l’industria del risparmio gestito attende. Ed è preoccupata. Tanto che il tema è finito anche all’attenzione del parlamento, grazie a un’interrogazione del deputato di Forza Italia, Sestino Giacomoni, vicepresidente della Commissione Finanze alla Camera. Il Tesoro ha assicurato che i decreti attuativi arriveranno entro febbraio ma resta il rischio che le nuove norme possano azzerare la raccolta dei piani individuali di investimento.

GIULIO Centemero, capogruppo per la Lega in commissione Finanza alla Camera, ha sottolineato che «si possono raccogliere i fondi secondo un’altra composizione senza godere del beneficio fiscale. Per godere del beneficio fiscale ci sono questi vincoli che non sono così stringenti in fatto di magnitudine dei numeri». Ma è anche vero che l’incentivo fiscale è stato finora un forte stimolo e, per renderlo efficace, va conciliato con opportunità concrete di fare investimenti. Centemero ha ricordato che «l’investimento medio per Pir a persona è stato di 13 mila euro» e che dunque la parte che verrebbe investita sull’Aim e sui fondi di venture capital «ammonta a circa 91 euro». In sostanza, ad ora non ci sono strumenti che rispettino le nuove regole e chi volesse sottoscrivere i vecchi non godrebbe dell’incentivo fiscale. Non sorprende che molte Sgr abbiano deciso di bloccare le sottoscrizioni di nuovi Pir in attesa di lumi dal governo.

Di |2019-02-12T10:03:58+00:0012/02/2019|Primo piano|