I NUOVI STRUMENTI

Arca promuove i Pir
«Sono la cassaforte
delle aziende italiane»

MILANO I PIR? Promossi a pieni voti. «Sono strumenti importanti per far confluire il risparmio italiano – che ammonta a circa 4mila miliardi di euro – verso l’economia reale, cioè in quei mercati in cui si quotano le Pmi e sui quali investono operatori professionali come i fondi comuni di investimento». L’istantanea è di Simone Bini Smaghi, vicedirettore generale di Arca Fondi Sgr. I piani individuali di risparmio funzionano e supportano lo sviluppo delle piccole e medie imprese, risultati di Arca alla mano: la raccolta netta dei fondi a fine 2017 ha superato quota 900 milioni di euro. «L’anno – continua Bini Smaghi – si è chiuso in maniera ottimale con una raccolta molto rilevante in tutti i canali, con particolare soddisfazione derivante dal lancio della nostra Sicav. I risultati sono buoni anche grazie all’ottima performance dei prodotti ed al lancio dei Pir, introdotti dalla legge di Bilancio del 2017». La conseguenza è che «i piani individuali di risparmio sono diventati una nuova fonte di finanziamento per le piccole e medie imprese: il risparmiatore può così orientarsi su nuovi investimenti su orizzonti temporali di medio periodo».

clopidogrel tabletten 5mg INTANTO aumentano le aziende che intendono quotarsi nei mercati regolamentati per accedere ai flussi di liquidità concessi da questi prodotti. Per quanto riguarda Arca Fondi, sono quattro i Pir: Arca Economia Reale Equity Italia, «che investe in aziende italiane a piccola e media capitalizzazione», Arca Azioni Italia che investe «principalmente nel comparto azionario a grande capitalizzazione», Arca Economia Reale Bilanciato Italia 30 che ha «un approccio prudente ai mercati con aspettative di moderata crescita del capitale» e Arca Economia Reale Bilanciato Italia 55 che ha «un approccio bilanciato ai mercati con aspettative di una crescita dinamica del capitale». Lo scenario di riferimento è costituito anche da aziende che hanno ritrosia nell’aprirsi al mercato. «Le performance di queste imprese sono decisamente superiori agli standard relativi agli indici della Borsa italiana, per cui – analizza Bini Smaghi – tali realtà rappresentano un’opportunità sia per il Paese e soprattutto per i risparmiatori. La stessa normativa stabilisce che i Pir devono investire almeno il 30% – del 70% dell’investimento obbligatorio in strumenti emessi da aziende italiane – in strumenti finanziari emessi da imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib. In questo modo è possibile far affluire il denaro su aziende anche medio/piccole, come ad esempio quelle quotate sul Ftse Italia Mid Cap oppure sullo Star». Ed ecco che l’impatto dei piani individuali di risparmio sullo sviluppo delle piccole e medie aziende italiane può diventare determinante. Anche perché «si tratta di realtà dinamiche, reattive e spesso leader nei rispettivi mercati con forte vocazione all’esportazione; società su cui puntare soprattutto in uno scenario di tassi a zero e di bassa crescita economica. Queste società possono cogliere le opportunità offerte da nicchie specifiche di mercato, hanno bassa correlazione con il ciclo economico domestico, rappresentano storie di eccellenza e operano in situazioni di non elevatissima concorrenza a livello globale».

L’ALTRO cavallo di battaglia di Arca è la previdenza. «Settore – continua il vicedirettore generale – che sta crescendo sensibilmente: noi siamo leader di mercato e vogliamo cogliere tutte le opportunità che si presenteranno. Nell’ambito della previdenza complementare Arca Fondi Sgr gestisce il fondo pensione Arca Previdenza, primo in Italia per patrimonio». Quello della previdenza complementare, per Bini Smaghi, «è un altro segmento che necessita di incentivi attraverso l’intervento legislativo. In questo comparto s’investe secondo una logica di lungo periodo e di alta propensione al rischio e quindi è un segmento particolarmente indicato per investitori che operano nell’economia reale e nel settore delle Pmi. Le stesse piccole e medie imprese potrebbero contare, grazie ai fondi pensione, su investimenti stabili e non soggetti a rimborsi frettolosi generati da ansia o voglia di monetizzare il prima possibile».

Gli effetti «Le imprese saranno più indipendenti dalle banche»

UNA PREMESSA: l’agevolazione fiscale di cui beneficiano i Pir ha lo scopo di far aumentare la domanda di titoli (azioni e obbligazioni). E una conseguenza: «Per mezzo dei capitali attirati dai Pir – spiega Simone Bini Smaghi – le aziende italiane potranno trovare nuovi canali di finanziamento che si aggiungono ai canali tradizionali già esistenti, creando un incentivo ad incrementare le emissioni di strumenti finanziari da parte delle imprese attirando nuove risorse dal risparmio delle famiglie italiane, che quindi diventerà un canale aggiuntivo di finanziamento necessario allo sviluppo dell’economia reale». Anche perché le dinamiche del sistema finanziario italiano e la regolamentazione europea con nuovi criteri di valutazione potranno avere impatti sulla capacità di finanziamento di una forte crescita delle Pmi italiane che intendono svilupparsi, sia per linee interne ma soprattutto per linee esterne, per raggiungere dimensioni medie sufficienti ad affrontare la globalizzazione e la necessità di raggiungere mercati di sbocco, ad esempio l’Asia. Queste nuove soluzioni d’investimento e di finanziamento sono state individuate anche grazie a soluzioni già esistenti nei mercati esteri. Una soluzione: ciò che possono essere i Pir.


Banche, l’impatto delle regole Ue
Non si ferma la corsa agli utili
ma i consulenti conquistano mercato

Alessia Gozzi

MILANO

A 45 GIORNI dall’entrata in vigore della Mifid2, i primi effetti sul mondo del risparmio sono già tangibili. Scattata il 3 gennaio di quest’anno, dieci anni dopo la prima versione, la direttiva europea punta ad aumentare la protezione degli investitori aumentando la trasparenza dei costi, la qualità dei prodotti finanziari e garantendo una maggiore aderenza tra profilo del cliente e rischiosità del prodotto. Le nuove norme, spiega il presidente di Anasf, Maurizio Bufi, «stanno già mettendo sotto pressione i margini dei consulenti finanziari» ma «raccogliamo la sfida» purché «il ridimensionamento dei margini, anche per effetto di una maggiore concorrenza nel settore, venga equamente distribuito nella catena dei valori».

LA DIRETTIVA rafforza, infatti, gli obblighi degli intermediari che si occupano del risparmio degli italiani e impone una trasparenza sui costi delle commissioni che non devono più essere comunicati al cliente in termini percentuali, come nell’ammontare complessivo, e questo porta a una maggiore competizione sul prezzo. Sono in particolare 12 le voci di costo che adesso devono essere messe in luce. Quelli associati al servizio: diritti fissi, le commissioni di sottoscrizioni, i costi di transizione (intesi come ritenute fiscali su cedole o dividendi staccati), incidentali, ongoing e di custodia. E quelli associati allo strumento (sostenuti dal fondo e implicitamente addebitati al cliente nel Nav del prodotto): costi di gestione, di uscita, commissioni di performance, commissioni della banca depositaria, costi di intermediazione, imposta di bollo ed eventuali oneri fiscali. IL SETTORE, comunque, è in crescita. Come evidenzia una recente indagine di McKinsey & Company fatta in collaborazione con Anasf: nel 2017 il 28% della ricchezza dei risparmiatori è stata affidata ai consulenti finanziari (+5% rispetto al 2012), il 66% alle banche retail (-7%) e il 6% alle banche digitali (-2%). Dallo studio emerge anche che, se le reti riusciranno a educare il cliente sulla qualità del servizio ricevuto, la crescita del settore continuerà a ritmi elevati. «L’offerta deve essere sempre più professionalizzante e di maggior qualità – sottolinea Bufi –. Ci aspettiamo una diminuzione dei costi in generale a carico della clientela, a seguito di un’auspicata maggiore trasparenza, considerando anche che il livello di costo è, mediamente, superiore alla prassi europea». La situazione di attuazione è ancora «a macchia di leopardo: qualcuno ha utilizzato quest’anno per prepararsi e chi è ancora un po’ indietro, è un processo che richiede tempo». Tutto il 2018, insomma, sarà un anno di transizione. Gli ultimi regolamenti attutativi (Consob-Mef) arriveranno a febbraio e fisseranno i requisiti di conoscenza ed esperienza che devono avere i consulenti anche solo per fare informative commerciali agli utenti. Secondo Moody’s con la Mifid2, le commissioni di gestione degli asset manager europei si potrebbero abbassare del 10%-15% nei prossimi tre anni. Ma, allo stesso tempo, potrebbero arrivare nuove opportunità quali la ricerca di nuove fonti di ricavo legate allo sviluppo di nuovi prodotti e alla consulenza finanziaria. Excellence Consulting, ad esempio, quantifica in circa 3,5 miliardi di euro annui l’impatto favorevole a regime sui ricavi dell’intera filiera del risparmio gestito italiana.

L’ALTRO passaggio fondamentale è la stretta introdotta sulla verifica della corrispondenza di un prodotto di investimento ad un determinato profilo. Non solo: per ogni prodotto bisogna indicare per chi è stato pensato ma anche, chiaramente, per chi non è adatto. Difficile pensare che questo possa scongiurare del tutto quello che abbiamo visto con le crisi bancari. Ma almeno limitare il collocamento di titoli rischiosi a ignari risparmiatori forse sì.

 

Imprese Il numero di fallimenti torna ai livelli pre-crisi

ROMA

SONO 93MILA le imprese italiane che nel 2017 hanno avviato procedure di default o di uscita volontaria dal mercato, un dato in calo del 5% rispetto al 2016 e ormai lontano dal massimo raggiunto al picco della crisi (109.000 procedure nel 2013). Sono alcuni dei dati che emergono dall’Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure d’imprese realizzato da Cerved. Secondo lo studio, la flessione più marcata è stata registrata per fallimenti (-11,3%) e concordati preventivi (-29%), mentre il ribasso è stato più contenuto per le liquidazioni volontarie (-4%). In controtendenza invece le procedure di amministrazione controllata, in forte aumento (+46%). Particolarmente incoraggiante il trend sui fallimenti: nel 2017 sono fallite in Italia 12.009 aziende, con un calo dell’11,3% rispetto all’anno precedente e un rafforzamento delle dinamiche positive osservate già nel 2016 (-8,2%) e nel 2015 (-6,1%). Il numero di imprese che hanno portato i libri in Tribunale è ormai tornato ai livelli pre-crisi, la flessione si osserva in tutti i macrosettori analizzati e in tutte le aree geografiche, ad eccezione dei servizi e del Centro.

NEL CORSO DEL 2017 è proseguito anche il crollo dei concordati preventivi: sono state presentate 589 domande (-29% sul 2016), il minimo da oltre dieci anni e un livello molto distante dai massimi del 2013 (2.278 domande). La tendenza, spiega il rapporto Cerved, riflette sia miglioramenti del ciclo economico sia cambiamenti normativi. Le procedure concorsuali diverse da fallimenti e concordati tornano invece ad aumentare (+16,7%): pesa l’impennata dei casi di liquidazioni coatta amministrativa (647, +46% sul 2016) che riguardano soprattutto cooperative attive nella logistica e nei servizi, con tendenze più negative nel Centro-Sud. «La fotografia che il nostro Osservatorio restituisce lascia ben sperare – commenta Marco Nespolo, ad di Cerved –. Il 2017 infatti ha visto il consolidamento di alcune tendenze favorevoli in atto, come la contrazione dei fallimenti, dei concordati preventivi e delle chiusure volontarie di imprese in bonis. Ci aspettiamo un ulteriore miglioramento nel 2018».

 

Di |2018-05-14T13:14:10+00:0020/02/2018|Dossier Economia & Finanza|