I NUOVI EQUILIBRI

I fondi cambiano strategia in banca
Il crepuscolo delle Fondazioni
trasforma gli istituti in public company

Camilla Cresci

CHI SONO i padroni delle banche italiane? Dopo la sfilata di banchieri eccellenti di fronte alla commissione parlamentare, la risposta può sembrare semplice. Verrebbe da dire che i padroni siano nuclei di potere radicati nel territorio di riferimento e legati a doppio filo con la politica. Eppure non è così. La larga maggioranza degli istituti quotati è in mano a investitori stranieri che a stento saprebbero collocare l’Italia sul mappamondo. Il 5% di Unicredit è proprieta del fondo Capital Research, con sede a Los Angeles, mentre il 5% di Ubi è custodito nel portafoglio della società dì investimento britannica Silchester International. L’ingresso dei fondi internazionali nel capitale delle banche italiane non è una novità. Già con le privatizzazioni degli anni ’90 gli attori più aggressivi dei mercati finanziari hanno fatto capolino negli istituti tricolori, acquisendo quote di minoranza. Per un ventennio questi soggetti hanno giocato un ruolo marginale nelle strategie e negli assetti di governo. Hanno apportato capitali nei momenti di difficoltà ma hanno avuto pochissima voce in capitolo sulle questioni che contano. Al punto che, anche quando andavano in maggioranza in assemblea, nulla cambiava negli equilibri di potere, come accaduto nel maggio 2015 a Unicredit. Da un lato, il regolatore ha finora guardato con diffidenza a soggetti non vigilati e spesso poco inclini alla trasparenza; dall’altro non è interesse degli hedge e dei fondi comuni assumere il controllo delle società, preferendo una politica mordi e fuggi.

DA QUALCHE anno, però, tutto è cambiato. L’ultimo giro di aumenti di capitale imposto dalla Bce ha infatti diluito gli azionisti di riferimento di molte banche, spianando la strada agli investitori internazionali. È quanto accaduto l’anno scorso a Unicredit. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha dovuto lanciare una ricapitalizzazione monstre da 13 miliardi per sostenere la svalutazione dei crediti deteriorati. Un impegno troppo gravoso per le fondazioni, su cui già pendevano forti minusvalenze potenziali. Così l’iniezione di capitali ha finito per trasformare Unicredit in una public company, cioè una società ad azionariato diffuso come poche se ne vedono in Italia. Qualcosa del genere era già accaduto al Monte dei Paschi, benché la banca senese sia stata temporaneamente affidata al Tesoro con la ricapitalizzazione precauzionale da 5,4 miliardi. Anche le ex popolari sono diventate public company, mentre tra le grandi banche l’unica eccezione a questa tendenza è rappresentata da Intesa. Il gruppo guidato da Carlo Messina (che non lancia aumenti di capitale dal 2011) è ancora formalmente dominato dalle fondazioni Cariplo, Compagnia di San Paolo e Cariparo, anche se nel 2019 l’uscita di scena di Giuseppe Guzzetti potrebbe preludere a cambiamenti significativi.

GLI EFFETTI di questo cambio di paradigma potrebbero essere diversi. In primo luogo l’assetto di public company trasferirà il bastone del comando dall’azionista al ceo che, con la sua squadra di top manager, sarà il plenipotenziario delle strategie come avviene nella finanza anglosassone. In secondo luogo la schiacciante presenza di soggetti speculativi nel capitale aumenterà l’attenzione sui profitti di breve periodo e sull’andamento del titolo, penalizzando le strategie di più ampio respiro e aumentando la propensione al rischio.

Il libro «Oro» Da Bankitalia a Fort Knox, i forzieri dietro le monete

di ANTONIO PATUELLI

IN UNA FASE STORICA nella quale si discute di continuo delle sempre più avanzate e strabilianti innovazioni tecnologiche che favoriscono le modernizzazioni nella circolazione del denaro, quando si diffondono in modo crescente anche criptovalute di incerta natura e valore, che sono però facili strumenti per i più vari reati di riciclaggio, non può essere un caso se viene pubblicato un volume sull’oro. E ancor di più se questo libro ha un autore così autorevole come il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi («Oro», Il Mulino Editore). In effetti, il libro parla di oro, ma contiene anche molteplici moniti, spesso impliciti. Emerge in primo luogo la storia delle riserve auree della Banca d’Italia che è un istituto di diritto pubblico che opera nel pubblico interesse, nell’ambito del sistema europeo delle banche centrali che ha costituito la Banca Centrale Europea dotandola innanzitutto di una comune riserva aurea.

IL VOLUME permette anche di conoscere meglio le complesse vicende delle riserve auree della Banca d’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Quando le armate naziste stavano occupando crescentemente la penisola, in Banca d’Italia aumentava anche la preoccupazione che venissero da esse sottratte le riserve auree che sono da sempre alla base della stabilità monetaria. Nei giorni immediatamente seguenti l’8 settembre 1943, in Banca d’Italia venne anche pensato e tentato un piano per occultare gran parte delle riserve auree facendole figurare antecedentemente trasportate in province meridionali italiane in corso di liberazione da parte degli Alleati, mentre esse avrebbero dovuto essere occultate in intercapedini assai profonde fra i forzieri e le fondamenta della sede centrale della Banca d’Italia. Questo progetto non venne realizzato sia per l’aggressività dei nazisti occupanti, sia per la lentezza dell’avanzata degli Alleati liberatori. La fine della guerra e la liberazione portarono al recupero di gran parte delle riserve auree della Banca d’Italia che vennero incrementate cospicuamente negli anni del «miracolo economico» fino a far divenire la Banca d’Italia tutt’ora il quarto detentore di riserve auree al mondo dopo la Federal Reserve statunitense, la Bundesbank tedesca e il FondoMonetario Internazionale. Ma l’oro non è soltanto un metallo bello, duttile e incorruttibile, è innanzitutto il simbolo quasi eterno su cui ancora si basa tanta parte della finanza moderna che è cresciuta e si articola in altre infinite modalità innanzitutto basate sulla conservazione del denaro, sul credito e l’assicurazione. A lungo, fino alla seconda metà del Novecento, l’oro è stato la base monetaria da quando il Fiorino d’oro fiorentino, nel Tredicesimo secolo, divenne la principale valuta commerciale d’Europa, poiché esso garantiva, col giglio di Firenze che lo caratterizzava, di avere lo stesso peso (3,35 grammi) e lo stesso numero di karati (24).

LA CONVERTIBILITÀ del denaro in oro è quasi ovunque finita dal 1971, da quando il governo USA deliberò che il dollaro non era più convertibile in oro ad un prezzo prefissato (fino ad allora occorrevano 35 dollari per un’oncia, poco più di 30 grammi d’oro). Le banconote sono crescentemente diffuse dalla seconda metà dell’Ottocento e le valute circolano sempre più per vie elettroniche. Ma il massimo monito «in filigrana» di questo volume è che nel perseguire le sempre più avanzate innovazioni, non bisogna mai dimenticare i «fondamentali» dell’economia reale, anche di quella più tradizionale.


Il profitto è certificato
Boom degli strumenti
per piccoli investitori

Andrea Telara

MILANO

QUANDO lavorano con l’alta finanza, di solito fanno operazioni complesse: fusioni, scalate, acquisizioni o quotazioni in Borsa. Ma le banche d’investimento italiane e straniere oggi offrono molti prodotti finanziari anche ai piccoli risparmiatori privati o ai consulenti che gestiscono i loro portafogli. I più gettonati sul mercato sono in questo momento i bond in valuta estera e i certificati (certificate, in inglese), che sono contratti derivati negoziabili su un particolare mercato di Borsa Italiana, il Sedex, dove sono acquistabili anche con piccole somme di denaro, a partire da un minimo di 100 euro. Come tutti i derivati, i certificate hanno una scadenza e un valore legato a quello di un’attività finanziaria sottostante, che può essere un indice azionario, un singolo titolo quotato o, più raramente, un paniere di materie prime. Se il titolo o l’indice sottostante acquistano valore, anche le quotazioni del relativo certificato si apprezzano sul Sedex, facendo guadagnare l’investitore che lo detiene nel portafoglio. Quello appena descritto è il meccanismo di funzionamento dei certificati più semplici perché, di solito, molti prodotti finanziari di questo tipo hanno una struttura assai più articolata, creata attraverso la combinazione di altri strumenti derivati.

CI SONO per esempio dei certificati con il cosiddetto effetto leva, che consente di amplificare i guadagni (ma anche le perdite) dell’indice o del titolo sottostante. Ci sono poi altri prodotti come i Cash Collect, una categoria di certificati che permette agli investitori di avere un rendimento fisso nei primi mesi successivi all’emissione e, poi, una serie di rendimenti variabili che dipendono dall’andamento del titolo o dell’indice sottostante.  «Nell’attuale contesto di mercato, caratterizzato da tassi di interesse negativi o prossimi allo zero, strumenti come i Cash Collect sono particolarmente adatti a chi è alla ricerca di fonti alternative di rendimento», spiega Nevia Gregorini, responsabile public distribution di Bnp Paribas Corporate & Institutional Banking, uno dei maggiori emittenti dei certificate negoziati in Italia. Gregorini sottolinea però come questa categoria di strumenti finanziari risulti adatta a chi vuole avvicinarsi all’investimento azionario, beneficiando al contempo di un profilo di rischio-rendimento più contenuto. Oltre a offrire dei premi periodici, infatti, i certificati Cash Collect consentono agli investitori di avere anche il capitale protetto, se il titolo sottostante a cui sono collegati non scende sotto un determinato valore. Per chi è interessato a investire in questi strumenti finanziari, però, un’avvertenza è d’obbligo: «I certificati sono prodotti che hanno un certo grado di complessità e vanno acquistati soltanto se è stato compreso bene il loro funzionamento», dice Alessandra Annoni, responsabile prodotti quotati di Banca Imi, nome storico della finanza italiana che oggi fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo. Assieme a Banca Imi e a Bnp Paribas, tra le società che collocano i certificate sul Sedex ci sono altri grandi player della finanza italiana come Banca Aletti, Jp Morgan o UniCredit Bank.

BANCA IMI è anche un importante emittente di obbligazioni in valuta estera, destinate ai risparmiatori privati e acquistabili sul Mot (il mercato obbligazionario telematico di Piazza Affari) con piccole somme di denaro, che partono da un minimo di circa 1.000 euro. «I bond in divisa estera consentono di posizionarsi anche su valute non facilmente accessibili agli investitori», aggiunge Annoni. Oggi sul mercato c’è un crescente interesse per le obbligazioni nelle divise dei Paesi emergenti come il rublo russo, anche se, ovviamente, la maggior parte dei volumi si concentra ancora sulle emissioni in dollari americani.

Di | 2018-05-14T13:14:14+00:00 31/01/2018|Dossier Economia & Finanza|