La nuova pelle degli advisor
Nasce il consulente autonomo
pagato con le parcelle dei clienti

Andrea Telara

C’ERANO una volta i promotori finanziari che giravano le città d’Italia, a caccia di clienti a cui vendere qualche polizza o fondo d’investimento. Nel 2018, questo mestiere praticato da migliaia di persone, subirà un cambiamento profondo. Il cambiamento è già iniziato qualche anno fa, nell’estate del 2014, quando i promotori (che hanno un loro albo professionale) hanno cambiato denominazione e iniziato a chiamarsi consulenti finanziari, a sottolineare che il loro mestiere non si esaurisce nella vendita di prodotti di investimento ma è fatto anche di consigli ai risparmiatori su come gestire i patrimoni. Fra qualche mese, però la figura del consulente finanziario (o financial advisor, in inglese) subirà un’ulteriore evoluzione. Nel 2018, entro l’autunno, ci sarà infatti la nascita di un Albo unico dei consulenti finanziari italiani, che amplierà quello già esistente e includerà per la prima volta anche una categoria emergente di financial advisor. Si tratta dei consulenti finanziari autonomi (o fee only), che vengono pagati esclusivamente con le parcelle versate dai clienti (le fee), senza alcun legame con chi fabbrica i prodotti d’investimento. Mentre le reti degli ex promotori finanziari sono remunerate con le commissioni di collocamento girate loro dalle società di gestione del risparmio o dalle compagnie assicurative di cui vendono i fondi e le polizze, i consulenti autonomi guadagnano soltanto con i corrispettivi versati dalla clientela, al pari di un avvocato, un medico o qualsiasi altro libero professionista.

L’OBIETTIVO della consulenza autonoma, ovviamente, è evitare al massimo i conflitti d’interesse, indirizzando i risparmiatori verso i prodotti finanziari più convenienti e non verso quelli che fanno guadagnare chi li vende. Nel 2018, il nascituro Albo Unico dei financial advisor verrà diviso in tre sezioni. Nella prima saranno inclusi i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (gli ex promotori che lavorano per le grandi reti come Fideuram o Banca Mediolanum). Un’altra sezione raggrupperà i consulenti finanziari autonomi e, infine, una terza sarà dedicata alle società di consulenza finanziaria indipendente (anch’esse remunerate soltanto con le parcelle dei clienti). A quale tipologia di professionisti converrà rivolgersi? I financial advisor autonomi, com’è ovvio, sostengono che il loro modello è il migliore, evidenziando l’assenza di conflitti d’interesse. Va detto, però, che sono ancora pochi i professionisti che hanno già scelto o vogliono operare con questa modalità. Circa 1.500 persone su un totale di 55mila financial advisor in Italia. La stragrande maggioranza dei professionisti preferisce rimanere ancorata alle grandi reti, strutturate e in grado di offrire servizi e formazione. ALDILÀ delle diversità di vedute, la nascita del nuovo Albo viene salutata con favore da quasi tutti gli addetti ai lavori. Soddisfatto è Maurizio Bufi, presidente dell’Anasf, la maggiore associazione di categoria dei consulenti finanziari. «Verrà garantito finalmente il censimento di tutti gli operatori del settore – dice Bufi – cioè di chi si occupa con professionalità di pianificazione finanziaria e patrimoniale del risparmio». Il presidente dell’Anasf non sembra temere il ruolo emergente dei consulenti autonomi e sottolinea la funzione di vigilanza svolta dall’Ocf, l’organismo che gestisce l’Albo e che avrà compito di sanzionare comportamenti scorretti. «Il nuovo Albo consentirà ai risparmiatori di valutare consapevolmente a chi affidarsi per la gestione del proprio patrimonio», dice invece Cesare Armellini, fondatore di Consultique, una delle prime società di consulenza indipendenti nate in Italia. E’ importante, secondo Armellini, che gli investitori italiani sappiano riconoscere facilmente quali sono i professionisti o le società che non hanno conflitti d’interesse. In attesa di vedere quale modello di business prevarrà, una cosa è certa: i consulenti finanziari stanno diventando figure sempre più importanti e rosicchiano quote di mercato al settore bancario. A fine ottobre, il patrimonio gestito dai professionisti ha toccato il record storico di 507 miliardi di euro, oltre un quarto del totale.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
L’AUSTERITY SVUOTA LE CULLE ITALIANE

SONO STUPITO dallo stupore con cui giornali e televisioni hanno accolto la notizia del crollo delle nascite in Italia. Centomila culle in meno fra il 2008 e il 2016. A leggere le cronache sembrava che la caduta di un meteorite avesse fatto sparire di colpo centomila neonati. Mi chiedo sempre se dietro tanta cecità ci sia solo ignoranza o malafede. Perché nessuno che abbia fatto due semplici considerazioni: il crollo delle nascite è avvenuto nel cuore della più grave crisi economica del dopoguerra. Inoltre il governo italiano, anziché incentivare le nascite, pensa ai vecchi come dimostra il taglio del 50% del bonus bebè e la manipolazione dell’età pensionabile per avvantaggiare alcune categorie. Come stupirsi, allora, del calo delle culle? Per analizzare il fenomeno sono state tirate fuori tesi ridicole. La più fantasiosa spiega il calo delle nascite con il fatto che il matrimonio e la famiglia non sono più l’obiettivo principale delle italiane. Se questa è la ragione come mai la Svezia ha un tasso di natalità (11,8 bambini ogni mille abitanti) di due terzi maggiore rispetto all’Italia (7,8 ogni mille abitanti)? Dobbiamo forse concludere che la cura del focolare sia diventata l’unica aspirazione delle giovani scandinave?

EVIDENTEMENTE alla stampa «mainstream» veniva difficile dire la verità. E cioè che la crisi delle culle è strettamente legata alle politiche di austerità che si sono seguite dal 2008 a oggi. Come si fa a fare figli mentre la disoccupazione raddoppia, trovare un posto di lavoro diventa difficile e quelli che ci sono diventano immediatamente precari? Per non parlare della ripresa dell’emigrazione e del fatto che il 2017, dice l’Istat (nella foto il presidente Giorgio Alleva), potrebbe essere il primo anno, da quando sono iniziati gli sbarchi, che anche il numero degli stranieri residenti nel nostro Paese diminuisce. Qualcuno ha provato a guardare i numeri? Eppure erano pubblicati su tutti i giornali. Quali sono i tre Paesi che, dopo l’Italia, hanno il più basso tasso di natalità nella Ue? Portogallo (8,4 ogni mille), Grecia (8,6) Spagna (8,7). Cioè i Paesi che hanno conosciuto la Troika o ci sono andati molto vicini. Fra i più prolifici Svezia, Danimarca e Gran Bretagna. Nessuno dei tre con l’euro.


Guerre legali contro
i pirati dei marchi- 

«I profumi fiorentini
hanno vinto in Cina»

Monica Pieraccini

FIRENZE

SONO I PALADINI dei marchi e brevetti italiani all’estero. I consulenti delle proprietà industriali e intellettuali iscritti al relativo ordine sono 1.202 in Italia. Oltre 200 li rappresenta la Bugnion spa, nata cinquant’anni fa, che conta 15 sedi in Italia e in Europa, più di 8.200 clienti in tutto il mondo, quasi 27mila brevetti, modelli e design e più di 45mila marchi gestiti. Un ufficio è a Firenze, dove la consulente Paola Stefanelli e i suoi collaboratori festeggiano una recentissima vittoria in Cina: l’ufficio marchi ha accolto due opposizioni a tutela della storica azienda fiorentina «Officina Profumo farmaceutica Santa Maria Novella».

Avvocato, perché è importante questa vittoria?

«Perché costituisce un importante precedente, che può aiutare le aziende a contrastare il fenomeno del trademark squatting: molte imprese italiane non riescono a sbarcare sul mercato cinese, bloccate perché i loro prodotti vengono considerati contraffazioni in quanto il marchio è stato preventivamente registrato da soggetti cinesi, con l’obiettivo di rivenderlo al legittimo proprietario».

Un lavoro difficile il vostro?

«Occorre conoscere le normative nazionali, europee e internazionali. E’ necessaria un’ottima conoscenza dell’inglese sia perché molti atti vanno scritti in inglese sia perché si interagisce con colleghi stranieri».

Le aziende cosa vi chiedono?

«Di proteggere i loro marchi e le loro creazioni tecniche ed estetiche nel mondo. Spesso, però, soprattutto con aziende meno strutturate, ci scontriamo con una scarsa consapevolezza degli strumenti di tutela brevettuale e dei benefici raggiungibili, in termini di competitività nei confronti dei concorrenti e di profitto».

Le registrazioni sono un costo?

«Nella aziende meno strutturate è frequente che la si pensi così, anziché considerare la registrazione di marchi, brevetti, modelli come un investimento perla creazione di valore aziendale. Basti pensare che i portafogli di titoli di proprietà industriale possono essere venduti oppure ‘affittati’ a terzi, o possono essere dati in pegno alle banche in cambio di finanziamenti».

A volte c’è anche sfiducia?

«E’ una falsa credenza quella che la registrazione di un marchio o di un design non serva a niente perché ‘tanto se vogliono copiare basta cambiare una lettera o una linea’. Non è vero. La tutela dei titoli di proprietà industriale registrati è forte ed applicata in tutto il mondo. E’ vero invece che in assenza di registrazione è molto difficile tutelare i propri marchi. Ed è questo il caso che ci capita più frequentemente».

Come può difendersi un imprenditore?

«Deve prevenire la contraffazione registrando il più possibile prima di entrare in nuovi mercati e prima di concludere i contratti di distribuzione perché altrimenti saranno gli squatter a registrare il marchio prima e poi chiedere grosse cifre per rivenderglielo. Oppure sarà lo stesso distributore a registrare il marchio e inizierà a produrre direttamente in Cina, smettendo di mandare ordini, perché tanto il marchio lo ha già e i prodotti li fa fare in loco a prezzi più economici».