I NUMERI DEL SETTORE

Gli italiani giocano sul sicuro
Cento miliardi di risparmi
puntati sulle polizze vita

Andrea Telara

MILANO

POLIZZE VITA del Ramo I, polizze unit linked e polizze multiramo. Ecco le tre categorie di prodotti assicurativi che oggi riempiono in abbondanza il portafoglio dei risparmiatori italiani. Gli addetti ai lavori le chiamano anche polizze di bancassurance perché vengono spesso vendute in banca e sono strumenti finanziari in cui l’assicurato versa una somma di denaro (il premio) che viene impiegato in fondi d’investimento e si rivaluta nel tempo, a seconda dell’andamento dei mercati. Nel corso del 2017, secondo i dati dell’Ania (l’associazione di categoria delle imprese assicuratrici), le famiglie italiane hanno investito nelle polizze di bancassurance oltre 99 miliardi di euro, una cifra enorme, seppur leggermente inferiore ai 105 miliardi di euro del 2016. I prodotti del ramo vita continuano dunque a piacere molto ai nostri connazionali anche se, nell’arco di un anno, le banche, le compagnie assicurative e le reti di consulenti finanziari hanno ritoccato un po’ il mix dei loro prodotti.

LA MAGGIOR PARTE della raccolta si è indirizzata ancora verso le polizze vita del Ramo I, quelle che garantiscono sempre la restituzione del capitale alla scadenza e investono in fondi gestiti dalle compagnie assicurative, con un portafoglio composto per lo più da titoli di Stato e da bond di alta qualità. Nel 2017, le polizze del Ramo I hanno «rastrellato» sul mercato oltre 51 miliardi di euro di premi, registrando però un calo nei flussi del 18% rispetto ai 62,7 miliardi del 2016. Le banche e le compagnie assicurative hanno infatti deciso di spingere un po’ meno il collocamento di questi prodotti, per una ragione: oggi i rendimenti di molti titoli di Stato sono ridotti all’osso o addirittura negativi. Di conseguenza, le polizze del Ramo I stanno diventando prodotti abbastanza costosi per chi li vende, poiché garantiscono appunto la piena restituzione del capitale per contratto, anche se i Buoni del Tesoro inclusi nei loro portafogli hanno dei rendimenti sotto zero.

PER QUESTO, le imprese assicurative, le banche e i consulenti finanziari hanno preferito piazzare nel portafoglio dei clienti altre due categorie di polizze. Si tratta delle cosiddette unit linked, il cui rendimento dipende da quello di un fondo sottostante (che può essere azionario, obbligazionario o flessibile), senza la garanzia di restituzione del capitale. Nel 2017, le unit linked hanno raccolto quasi 27 miliardi di euro, con una crescita di oltre il 32% rispetto ai 21 miliardi dell’anno prima. Un’altra categoria di prodotti molto diffusi sul mercato è quella delle cosiddette polizze multiramo che hanno un portafoglio sottostante diviso in due parti. Circa la metà del premio versato viene investito in una gestione a capitale garantito del Ramo I, mentre la restante metà finisce in fondi unit linked, il cui rendimento dipende dalle performance dei mercati. Le multiramo sono assai gettonate tra le reti di consulenti finanziari (un tempo definiti promotori finanziari), dove hanno raccolto nel 2017 ben 4,6 miliardi di euro di premi.

LA POLIZZA MULTIRAMO Bg Stile Libero è per esempio tra i prodotti di punta di Banca Generali, che con questo prodotto ha raccolto più di 100-150 milioni di euro al mese negli ultimi 4 anni. L’offerta di polizze di questo tipo trova spazio anche nelle reti dei principali concorrenti di Banca Generali, da Azimut a FinecoBank sino a Banca Mediolanum. Stesso discorso per le banche tradizionali e le grandi compagnie assicurative come Generali, Unipol, Axa e Allianz. Prima di sottoscrivere tali prodotti, però, un’avvertenza è d’obbligo: occorre informarsi bene su quali sono i costi e le commissioni applicate dalla compagnia, che gravano sul capitale investito e di conseguenza anche sui rendimenti. Tutti questi balzelli, spesso molto salati, sono specificati in un documento che si chiama Kiid (Key investor information document), che deve essere consegnato obbligatoriamente all’assicurato da chi vende la polizza.

 

Conto corrente
di ERNESTO PREATONI

PARIGI E BERLINO
EUROPA A DUE PIAZZE

QUELLO che è accaduto nei giorni scorsi ai vertici della Bce ha confermato la mia convinzione sulla necessità di arrivare presto a un’Europa diversa. Quella attuale, dominata da francesi e tedeschi, non promette nulla di buono. Tanto più adesso che, con l’uscita della Gran Bretagna, verrà meno un elemento equilibratore. Perché è vero che Londra non faceva parte dell’euro. Tuttavia la sua semplice presenza impediva che fossero Parigi e Berlino a decidere per tutti e su ogni cosa. Ora non ci sono più argini. Lo dimostra la nomina del ministro delle Finanze spagnolo Luis De Guindos (nella foto) come vice presidente della Bce al posto del portoghese Vitor Costancio.

IN CORSA c’era anche il Governatore della Banca d’Irlanda, Philip Lane. Teoricamente la poltrona toccava a lui. Conosce il mondo del credito, è stato regista della ripresa economica del suo Paese, vanta un dottorato ad Harvard e un’esperienza alla Columbia University. Un curriculum perfetto. Invece ha vinto De Guindos, che non ha alcuna competenza specifica. Però ha il pregio di aver gestito le trattativa per il finanziamento da 41 miliardi che la Ue ha concesso a Madrid per salvare le sue banche e, di conseguenza, i crediti della banche francesi e tedesche. Non a caso sono stati i governi di Parigi e Berlino a scegliere lo spagnolo, in barba a tutte le competenze e a tutti i proclami di autonomia. Per arrivare all’obiettivo hanno anche violato le regole. La più importante, chiesta proprio dalla Germania al momento della nascita della moneta unica, imponeva l’assoluta autonomia della Banca centrale europea rispetto ai governi. Un muro per tenere i destini dell’euro separati da quelli della politica.

COSÌ, ancora una volta, francesi e tedeschi hanno fatto quello che hanno voluto infischiandosene delle regole. L’irlandese, quando ha visto che era tutto inutile, ha ritirato la candidatura. L’Italia è rimasta a guardare e ora, in base alle complicate alchimie geopolitiche della Ue rischia anche, dopo l’uscita di Draghi, di non avere nessuna rappresentanza nel direttivo della Bce.

 

Di |2018-10-02T09:24:48+00:0028/02/2018|Dossier Economia & Finanza|