I NUMERI DEL COMPARTO

Effetto Brexit sui fondi per la pesca
Bruxelles vuole usare le forbici:
in Italia il taglio vale 20 milioni

Antonio Pollio Salimbeni
BRUXELLES

LA NUOVA ‘FRONTIERA’ della pesca e dell’economia marittima europea è legata al bilancio Ue 2021-2027, nel tentativo di spingere il settore alieutico (termine che fonde i concetti di arte e pratica della pesca), però la sfida è tutta in salita. La proposta della Commissione attualmente sotto negoziato tra governi e al Parlamento europeo, prevede una riduzione considerevole della posta in gioco: per i sette anni sono previsti 6,14 miliardi di euro, in pratica ci sarà una riduzione del 5% rispetto al periodo 2014-2020. Secondo calcoli circolati negli ultimi giorni a Bruxelles, l’Italia potrebbe subire un taglio di 19 milioni a prezzi correnti (tenendo conto dell’inflazione), pari a una riduzione del 5%. La quota italiana dei contributi europei al fondo per i progetti cofinanziati è di circa 518 milioni a fronte di una dotazione di 537 milioni nel periodo di bilancio ancora in corso.

IL MOTIVO del taglio al bilancio (come accade anche per la Politica agricola comune e la coesione) è noto: l’addio dei britannici dalla Ue, che crea automaticamente un buco di bilancio. Dei 6,14 miliardi per l’intera Ue, 5,3 miliardi sono destinati alla gestione condivisa con i 27 Stati membri (86,5%), il resto alla gestione diretta, cioè attribuiti attraverso bandi della Commissione europea. Siamo alle prime battute della trattativa. Le novità della proposta comunitaria di uso delle risorse finanziarie sono sette. Intanto la semplificazione e la possibilità di una scelta di impiego più ampia per gli Stati per il sostegno delle priorità considerate strategiche. L’idea è lasciare alle spalle i ‘menu preconfezionati’ di azioni ammesse. Poi l’allineamento più stretto agli altri Fondi strutturali e di investimento della Ue: anche il nuovo Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp) si fonda su norme che si applicano a tutti gli altri fondi europei sulla base di un regolamento comune.

TERZO ASPETTO, l’attenzione ai risultati: i pescatori riceveranno finanziamenti solo se dimostreranno di aver contribuito a conseguire obiettivi di conservazione della politica comune del settore. Segue una maggiore attenzione ai pescatori della piccola attività costiera per incoraggiare pratiche di pesca sostenibili: per piccoli pescatori costieri, la Ue intende chi lavora con imbarcazioni di lunghezza inferiore a 12 metri, che rappresentano nella Ue circa metà dell’occupazione del settore alieutico. Imbarcazioni di questa dimensione costituiscono il 75% della flotta circolante nella Ue. E ancora: più sostegno alle comunità costiere con partenariati locali estesi a tutti i settori dell’economia blu; collegamento con l’azione Ue per il contrasto del cambiamento climatico e l’inquinamento dalla plastica (viene potenziato l’impatto ambientale del Fondo dedicando a questa ‘voce’ il 30% dei fondi); sostegno alla strategia ‘Oceani puliti e sicuri’ (per la prima volta il Feamp sosterrà gli obiettivi internazionali Ue, la sorveglianza marittima e la cooperazione dei servizi di guardia costiera).

IL FONDO UE PER LA PESCA cofinanzierà i progetti parallelamente ai flussi di finanziamento nazionali (ogni Stato come è noto avrà una quota del bilancio complessivo). Gli Stati dovranno definire i programmi operativi precisando il modo in cui utilizzeranno le risorse e, una volta ricevuto il via libera comunitario, decideranno quali progetti sostenere. Il massimo di contributo di finanziamento Ue sarà nella maggioranza dei casi del 75%, in alcuni casi potrà arrivare all’85%. Il resto a carico di altri contributi pubblici. Il massimo della contribuzione pubblica va dal 50 al 100%.

Coltiviamo il futuro  di DAVIDE GAETA
NON SOTTOVALUTIAMO IL TESORO NEL MARE

PUÒ SEMBRARE paradossale in un Paese circondato da coste e mare e che, dall’alto, appare come un istmo incastrato nel Mediterraneo, ma l’economia della pesca e dell’acquacoltura è una delle materie meno studiate dalla comunità scientifica e difficilmente oggetto di analisi fra tutti i comparti agroalimentari italiani. Eppure la rilevanza, sia economica sia soprattutto strategica – per le sue doti che la rendono determinante nella dieta degli italiani – non giustifica questa trascuratezza. Basta guardare i numeri. Fatto cento la produzione dell’agricoltura, silvicoltura e pesca in Italia, quest’ultima incide per circa il 5% del totale in valore. Nel dettaglio, tuttavia, le importazioni sono quasi il doppio rispetto alle produzioni italiane e quindi il saldo commerciale è negativo. Incredibile, no? Nel mondo del settore ittico bisogna poi distinguere tra pesca marittima ed acquacoltura, con un rapporto di 2 a 1 in termini di peso produttivo e con oltre il 65% della pesca (dati Istat), riconducibile al pesce azzurro, dove prevalgono le famiglie di alici, sardine e sgombri; o pesci spada, tonni e palamiti.

LA CARATTERISTICA positiva è la grande varietà del prodotto ittico sui mercati. Tuttavia, le specie percepite come più di pregio sono in quantità ridotte e questo determina un particolare effetto commerciale: elevata differenziazione di mercato e ridotta capacità di riconoscimento del prodotto da parte del consumatore, con un modello di acquisto e scelta basato su poche e limitate specie rispetto alle varietà in commercio. Così il consumo degli italiani, malgrado le campagne promozionali in favore dell’inserimento di pesce nella dieta, non solo non decolla ma resta stagnante intorno ai 28 chilogrammi pro capite all’anno. I canali di approvvigionamento sono dominati dalla distribuzione organizzata per oltre il 75%, mentre sono in calo le pescherie (meno del 20%) che, spesso, si ristrutturano sotto forma di ristorazione al minuto e di locali di degustazione. Una buona notizia è che, nei consumi domestici, la tendenza è a favore del consumo fresco rispetto a quello surgelato che, tuttavia, raccoglie una forte concentrazione di imprese leader con rilevante importanza per l’industria di trasformazione.

LA FORTE DIPENDENZA dalle forniture estere – la quota di importazione vale alcuni miliardi di euro – incide negativamente sulla bilancia agroalimentare italiana, giocando un ruolo chiave a cui imputare quasi un terzo del disavanzo complessivo. Ciò non significa che le esportazioni crescano, pur con una flotta che è al decimo posto tra quelle comunitarie. L’Italia importa quantità rilevanti di pesce trasformato a diverso titolo (congelato, surgelato, preparato e conservato, come il tonno in scatola od i bastoncini di pesce) e questo aggrava la bilancia commerciale. Anche i crostacei congelati quali scampi, gamberi, gamberetti e mazzancolle, oltre ai molluschi, si sono rivelati tra le categorie di maggiore appetibilità nelle importazioni. I consumi di pesce degli italiani sono intorno al 10% del totale acquistato annualmente dalle famiglie per alimentarsi: stupisce la trascuratezza della politica comunitaria e nazionale nel premiare la valenza strategica, prima che economica, di questa filiera. Speriamo in un inversione di rotta almeno nella politica agricola nazionale.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2018-07-16T15:48:46+00:0016/07/2018|Focus Agroalimentare|