I NOSTRI RISPARMI

Investire nell’agricoltura rende
Borse e fondi specializzati
cercano plusvalenze nei campi

Achille Perego
MILANO

INVESTIRE nell’attività più antica al mondo, l’agricoltura. Un settore a quale, negli ultimi anni hanno guardato sempre di più non solo i Vip (calciatori, artisti, cantanti, imprenditori e grandi aziende) ma anche il mondo della finanza e quello del risparmio gestito. Utilizzando i classici strumenti d’investimento e di raccolta del risparmio (dal private equity ai futures ai fondi comuni) per cogliere l’opportunità offerta dallo sviluppo di un’agricoltura innovativa e sostenibile.

L’INTERESSE verso l’investimento nei campi è stato confermato anche in Italia con la nascita di IDeA Agro (veicolo messo a punto dalla Dea Capital della famiglia De Agostini), il primo fondo di private equity italiano dedicato, con una dote iniziale di 80 milioni (il closing è stato nel luglio scorso), a investimenti in aziende della filiera agricola che operano nel nostro Paese in modo ecosostenibile e con una taglia di terreni lavorati tra i 50 e i 150 ettari. La nascita di IdeA Agro si inserisce in un trend finanziario sempre più attento all’investimento nell’agricoltura – si pensi all’esempio di Anterra capital, il fondo di venture capital fondato da Adam Anders con sede ad Amsterdam specializzato nell’Agtech e nel Footech – sia con interventi diretti per acquistare terreni, aziende, vitigni celebri (si pensi al caso delle Bonifiche Ferraresi piuttosto che all’interesse di belgi, francesi e cinesi per i vini di Montalcino e quelli sardi) sia con fondi aperti anche al piccolo risparmiatore. Tra le centinaia di fondi offerti dalle società del risparmio gestito ci sono infatti anche quelli dedicati all’agricoltura, senza contare altri strumenti d’investimento come i futures (nati soprattutto con i vini nobili) e gli Etf che permettono di investire su un indice di materie prime come grano, mais, zucchero o caffè.

NELLA CLASSIFICA di Morningstar figurano ben 32 fondi che investono in agricoltura. Fondi specializzati offerti da società come Pictet, Robeco, Amundi, Allianz Global Investors Fund, Dpam invest B piuttosto che DWS e BlackRock. Nel 2018, come del resto per tutti i mercati (obbligazioni, azioni, materie prime) anche l’andamento dei fondi agricoli è stato perlopiù negativo con perdite dal 5 a oltre il 15%. Ma, secondo l’analisi di Morningstar, sui tre anni l’andamento di questi fondi è quasi per tutti positivo e a dieci anni spiccano rendimenti tra l’8 e il 10%. Del resto la terra è sempre più un investimento anche finanziario, oltre che produttivo. Tanto che nel primo semestre del 2018, ricorda Coldiretti, si è registrato un aumento record dell’8,32% delle compravendite di terreni agricoli con ben 57.284 operazioni, superiori di oltre quattro volte i 13.624 atti di acquisto che hanno riguardato nello stesso periodo i terreni edificabili. E dopo cinque anni di continue svalutazioni, il prezzo della terra in Italia è tornato ad aumentare nel 2017 e ha superato i 20.000 euro per ettaro, anche se con una forte differenziazione territoriale con il Nordest dove si registrano valori sopra i 40.000 euro/ettaro e il Mezzogiorno dove si scende in media tra 8-13.000 euro/ettaro.

PER QUANTO riguarda gli investimenti sul vino, invece, spiegano sempre a Coldiretti, negli ultimi 5 anni l’indice mondiale che registra mensilmente l’andamento dei migliori vini del pianeta ha registrato un progresso di oltre il 42% con il sub indice italiano che contribuisce al guadagno del comparto con un più 27,87%. E prendendo come base i multipli di Borsa delle società quotate sui mercati internazionali, lo studio di Mediobanca sul settore vino ha stimato che, se tutte le 94 Spa e Srl del settore decidessero di quotarsi, avrebbero un valore di mercato complessivo di 5,3 miliardi di euro, con un «premio» sul valore contabile (3,13 miliardi) pari a circa il 70%. Come dire: un tesoro in bottiglia.

Il commento di ELENA COMELLI
BUONE OCCASIONI IN UN 2019 DIFFICILE

NON c’è analista o stratega che non lo ripeta in ogni scambio di opinioni: il 2019 sarà un anno difficile sui mercati mondiali, molto volatile, tormentato dal moltiplicarsi di indizi sulla fine di uno dei cicli rialzisti più lunghi della storia, dopo le due brusche correzioni che hanno fatto perdere 16mila miliardi di dollari alle Borse globali nel 2018. Gli stessi cigni neri che hanno abbattuto i mercati quest’anno – la guerra commerciale Usa-Cina, l’inflazione americana e il rallentamento globale – hanno buone probabilità di continuare a oscurare i cieli della finanza l’anno prossimo. Ma non disperiamo: anche in una prospettiva di ‘Saturno contro’ si possono trovare delle buone occasioni. Le indicazioni delle banche centrali sulle due sponde atlantiche non sono univoche, ma nella parte centrale dell’anno le loro politiche potrebbero trovarsi allineate. In Europa l’ondata accomodante generata anni fa da Mario Draghi (nella foto) a poco a poco si ritrae, mentre negli Stati Uniti la Fed si prenderà una pausa nel ciclo di rialzi, probabilmente d’estate se non prima, in vista di un rallentamento dell’economia Usa. A quel punto terminerà la profonda divergenza tra le due banche che abbiamo visto quest’anno e con essa il rally molto forte del dollaro.

I PRIMI segnali di rallentamento provenienti da Europa e Paesi emergenti si sono manifestati già a metà 2018, ma fino ad allora i mercati si sono retti sui dati entusiasmanti in arrivo dagli Stati Uniti. Il castello delle aspettative è crollato ad ottobre, quando anche le aziende statunitensi – presentando i conti del terzo trimestre – hanno dipinto un quadro d’incertezza sulle prospettive di fine anno e per il 2019. A quel punto è venuto meno anche l’ultimo pilastro, la crescita Usa, e questo ha spaventato gli investitori. Proprio sul marcato pessimismo che ha caratterizzato l’ultima parte del 2018 in relazione alla crescita mondiale, però, si potrebb

Di |2018-12-24T10:55:30+00:0024/12/2018|Dossier Economia & Finanza|