I NODI INTERNAZIONALI

Giù le mani dai prodotti italiani
L’esperto di diritto alimentare:
«No alle etichette che penalizzano»

BOLOGNA

PARMIGIANO, prosciutto e olio al bando? Il pasticciaccio brutto della risoluzione con cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità vorrebbe stabilire i principi di una sana alimentazione ha generato il panico nel settore dell’agroalimentare italiano. All’indice sono finiti i prodotti contenenti quantità eccessiva di sale, zuccheri o grassi, per i quali sono perfino state paventate una tassazione e un’etichettatura disincentivanti. Come per le sigarette. Francesco Bruno, docente di Diritto alimentare e ambientale all’Università Campus Bio-Medico di Roma, la vede così: giusto preoccuparsi della salute, ma giù le mani dai prodotti italiani.

Professor Bruno, parmigiano, prosciutto e olio fanno male?

«Assolutamente no. Seguendo un principio adottato nei Paesi anglosassoni, l’Oms propone l’equazione poche calorie uguale salubrità. Una tesi semplicistica perché non tiene conto degli apporti nutritivi degli alimenti cosiddetti ipercalorici. L’importante è non esagerare, la dieta dev’essere varia. Ma questo è ovvio».

La dieta mediterranea, peraltro, è patrimonio dell’Unesco. Inoltre, secondo la classifica elaborata nel 2017 da Bloomberg Global Health Index, l’Italia è il Paese con la popolazione più in salute.

«Ha messo in evidenza due punti fondamentali, confermati dal peso sempre crescente del commercio alimentare dei prodotti italiani, sia per volumi sia per qualità. Il che rende ancora più paradossale il documento dell’Oms, che tra l’altro pare abbia fatto retromarcia ».

Cioé?

«L’Oms ha smentito l’esistenza di una risoluzione specifica che citi esplicitamente i prodotti del nostro agroalimentare. Piuttosto ha ribadito la volontà di incidere su un problema reale, cioè l’aumento delle malattie legate all’obesità come il diabete e le patologie cardiovascolari. Se l’obiettivo è sensibilizzare a una corretta alimentazione, allora si tratta di una giusta iniziativa».

Quindi tanto rumore per nulla?

«Secondo la versione ufficiale, a fine settembre (il 27, ndr) saranno varate delle linee guida sul rapporto tra nutrizione e salute. Sarà un discorso più generico, insomma. Ma prudenza vuole che la guardia sia tenuta alta per difendere i traguardi raggiunti dal nostro agroalimentare negli ultimi 30 o 40 anni ».

In che senso?

«Quando ho appreso la notizia della risoluzione dell’Oms, ho pensato male. L’ho associata all’idea della guerra commerciale. La contrapposizione in questo caso non sarebbe tanto tra Italia e resto del mondo, ma tra un sistema alimentare di qualità e meccanismi industriali più innovativi».

In ogni caso l’Italia non sarebbe obbligata a recepire una risoluzione che la danneggiasse.

«No, ma mi preoccupa il dato di politica del diritto più che quello meramente giuridico. Il solo fatto che una risoluzione Onu metta in discussione i nostri prodotti può innescare un vortice negativo. E comunque il problema non riguarda tanto il mercato interno, quanto l’export».

Ci faccia un esempio.

«Se la Cina recepisse una risoluzione che propone di tassare ed etichettare i cibi con quantitativi di sale, zucchero e grassi superiori a una certa soglia, avremmo perso il mercato cinese».

In questo senso quali sono i mercati più a rischio?

«Il danno di immagine sarebbe maggiore nei mercati emergenti, perché in quelli saturi esiste una maggiore consapevolezza riguardo alla qualità dei nostri prodotti ».

Il diritto internazionale non dovrebbe tutelare la qualità?

«Questo è un altro paradosso: si valuta l’introduzione di etichette penalizzanti invece di promuovere un’etichettatura che tuteli prodotti come quelli italiani. E sa perché? ».

Perché?

«Perché ad oggi il sistema del Wto (World Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio, ndr) tutela il marchio individuale, ma non le indicazioni di provenienza. Che sono oggetto solo di accordi specifici».

Come il Ceta, sul quale tuttavia il ministro Di Maio ha frenato.

«Io invece ho una posizione molto favorevole: il Ceta va a migliorare la situazione attuale, è una chance da cogliere per tutelare le Igp. Ormai la vera partita si gioca a livello globale».

Antonio Del Prete

La richiesta De Castro sprona Bruxelles: «Attivare gli aiuti Ue per il settore bieticolo»

BRUXELLES

«CHIEDIAMO alla Commissione europea che attivi immediatamente l’aiuto Ue all’ammasso privato per lo zucchero. Il settore conosce nei Paesi del Sud dell’Europa, tra cui l’Italia, una grave crisi di mercato con prezzi inferiori anche del 25% a quelli di riferimento fissati dall’Ue. Il tutto aggravato dai comportamenti dei produttori europei del Nord, che applicano prezzi da ‘predatori’ per escludere i partner del Sud dal mercato». Si mette l’elmetto e va all’attacco, Paolo De Castro (nella foto a destra), primo vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, in una missiva al commissario Ue all’Agricoltura Phil Hogan, sottoscritta trasversalmente da 19 eurodeputati. A Hogan, continua De Castro, «chiediamo anche di valutare la possibilità di riattivare un fondo di ristrutturazione per adattare in modo permanente la produzione europea di zucchero alle esigenze del mercato».

L’OBIETTIVO: «Mitigare la situazione per produttori e agricoltori durante la prossima campagna e contribuire nel contempo ad una transizione graduale nel nuovo contesto di mercato». Infatti, «con la fine delle quote di produzione di zucchero – precisa l’eurodeputato –, l’Ue conosce un’eccedenza di oltre 3,5 milioni di tonnellate, mentre Francia e Germania aumentano la loro produzione di oltre il 30% quando già producono il 50% di quella europea». Il prezzo medio Ue dello zucchero è quindi caduto da 362 euro a tonnellata a 350 euro per tonnellata, rispetto a un prezzo di riferimento Ue di 404 euro a tonnellata. Livelli che saranno stabili anche nel 2018/19.

«È STRATEGICO – conclude De Castro – salvaguardare una produzione sostenibile di barbabietole in Europa, in particolare nei partner Ue sudorientali, per garantire un’adeguata fornitura del prodotto, ma anche per il valore sociale e ambientale che questa produzione rappresenta, con 106 fabbriche, 140mila agricoltori e i 27mila dipendenti direttamente coinvolti

Di |2018-10-02T09:24:22+00:0023/07/2018|Focus Agroalimentare|