Le vite parallele di Carige e Mps
Siena è più avanti nel salvataggio
Genova è stata aiutata prima

Pino Di Blasio
SIENA

DUE CRISI parallele, due soluzioni simili, due vicende giudiziarie, finanziarie e storiche talmente sovrapponibili che possono far presagire il medesimo epilogo. Banca Carige, da pochi giorni, si trova nell’anticamera della trasformazione in banca di Stato. Grazie al decreto, fotocopiato da quello del precedente governo, ha a disposizione una riserva di liquidità, minimo 1 miliardo e 300 milioni, per rispettare i parametri europei, in forza di una ricapitalizzazione precauzionale «volta ad assicurare la conformità ai requisiti patrimoniali – come ha sentenziato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, alla Camera – anche in scenari ipotetici di particolare severità. Non si tratta quindi di perdite attuali ma di carenze di capitali che si potrebbero verificare qualora le situazioni avverse si verificassero. Una ricapitalizzazione precauzionale comporta la presentazione e l’attuazione di un piano di ristrutturazione volto a ripristinare un adeguato livello di redditività nel lungo termine».

ED È PROPRIO su questo punto che le storie di Genova e Siena, di Carige e Mps, si intrecciano: la ricapitalizzazione di Stato concede alla banca ligure qualche mese di tempo, le regala la ciambella di salvataggio in attesa che passi una nave a raccoglierla e a scongiurare il rischio di affogare. Tanto che è già partita la caccia agli eventuali partner: «Ci sono delle prospettive per una soluzione di mercato, noi guardiamo a quella – ha affermato Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi –. Poi ogni banca farà le sue valutazioni in merito a eventuali processi di aggregazione ». Il percorso è tracciato, così come è tracciato quello del Monte, che è più avanti lungo la strada della ristrutturazione. E anche se nell’area di maggioranza governativa c’è chi culla ancora il progetto di mettere insieme Carige e Mps, di far comprare Genova da una Rocca Salimbeni già nazionalizzata, l’idea delle nozze tra i due istituti è durata lo spazio di un mattino. è bastato che Alessandro Rivera, direttore generale del Tesoro, ricordasse ai parlamentari che avevano lanciato l’idea che il piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi, che è in piena attuazione, vieta qualsiasi operazione straordinaria al management di Siena e restringe molto gli spazi di manovra.

INOLTRE il Governo deve già presentare entro giugno, ma sarebbe meglio farlo dopo l’assemblea di Mps che approverà il bilancio 2019, la road map a Bruxelles nella quale indicare chi dovrà rilevare il 68% delle azioni Mps in mano al Tesoro. Proprio questa scadenza ha spinto qualche economista di maggioranza a prospettare il matrimonio tra le due banche salvata dallo Stato. Ma il veto di Rivera ha spento ogni velleità. Carige e Mps sono due vite parallele, due dissesti speculari. Come Mps, anche la Carige ha avuto come proprietaria una fondazione tenacemente restia a mollare la partecipazione di maggioranza. Salvo poi ridursi, dopo gli aumenti di capitale e il valzer degli azionisti forti, dai Malacalza a Volpi, da Mincione a Spinelli, con solo le briciole e lo 0,06% del capitale.

E ANCHE a Genova hanno fatto danni banchieri ambiziosi, che hanno fatto incetta di sportelli e di banche, pagandole care. Prima Savona, poi la Banca del Monte di Lucca, poi 78 sportelli da Intesa, 40 da Unicredit e 22 dal Monte dei Paschi. Risultato? Una banca con 503 filiali, 4.600 dipendenti, con disperato bisogno di capitali freschi e 3 miliardi di crediti deteriorati in pancia, che sono una mina innescata sotto il patrimonio. L’unica differenza tra il salvataggio di Siena e quello di Genova è che stavolta il Governo è intervenuto prima. E che Carige ha a disposizione oltre 2 miliardi di crediti fiscali, una cifra che fa gola alle banche che fanno utili.

Da Unicredit agli stranieri: i potenziali partner

MILANO

IL PASSATO è simile, il presente e il futuro possono incrociarsi di nuovo. Carige ha ricevuto una boccata d’ossigeno dal bond governativo, ma dovrà trovarsi in pochi mesi un alleato per sopravvivere. E la margherita di banche è la stessa che sta sfogliando il Monte dei Paschi, che deve identificare nei prossimi tre mesi l’alleato finanziario grazie al quale uscire dal recinto protetto del capitale governativo e tornare a veleggiare nel mare procelloso del mercato. Per Carige la scelta più facile sarebbe Unicredit, con la ripetizione del modello banche venete usato con Intesa Sanpaolo. Comprandola a 1 euro e poggiandosi su quei 2 miliardi di crediti fiscali, l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier (nella foto) potrebbe fare un favore all’Italia e mettersi in pancia una banca da sfoltire in maniera pesante. Unicredit, però, non sembra avere l’intenzione di gettarsi nell’avventura ligure. Ci sarebbero poi le banche medie che sono il partner vagheggiato anche per Mps: Ubi, Banco Bpm e Bper.

OGNUNA di loro prospetterebbe scenari diversi, matrimoni complicati dalla dimensione di Carige e del potenziale acquirente, e dalla forza di imporre un piano lacrime e sangue su dipendenti, sportelli e debitori troppo viziati. Mentre le nozze di una delle tre con Mps sarebbero più facili, perché Rocca Salimbeni, con la cura Morelli, è già molto avanti nel piano di ristrutturazione concordato con la Ue. Per Carige ci sarebbero anche le banche straniere, come Bnp Paribas. Ma si aprirebbero altri scenari e si scatenerebbero nuove polemiche.