I MERCATI CHE NON TI ASPETTI

Africa, la nuova frontiera
Il continente depresso
diventa un hub finanziario
E sfida l’Occidente

Giorgio Caccamo
MILANO

IMMAGINATE tutta la popolazione di Milano trasferita su un’isoletta al largo del Madagascar. Un milione e 300mila persone in mezzo all’Oceano Indiano. Ecco, questa è l’isola-Stato di Mauritius. Il paradiso delle vacanze, delle spiagge bianche, del mare cristallino. Ma oltre ai resort c’è di più. Negli ultimi anni Mauritius è diventata il paradiso della finanza e degli investimenti: secondo la Banca mondiale è il ventesimo al mondo nella classifica dei Paesi in cui è «più facile fare business». Da intermediario tra i mercati africani e asiatici, lo Stato si è trasformato in hub finanziario autonomo capace di attirare investimenti dall’estero, compresi quelli intra-africani, grazie alle riforme pro mercato del governo e approfittando della crisi sudafricana. A dimostrazione del fatto che in Africa le cose, gradualmente, stanno cambiando, verso un dinamismo economico ormai quasi sconosciuto a certi ‘vecchi’ Paesi dell’Occidente. Torniamo alla classifica della Banca mondiale: il secondo Paese africano nel ranking è il Rwanda, 29esimo al mondo, rinato dopo una tragica storia grazie alla riconversione del suo tessuto economico. Dall’agricoltura e dalle materie prime ai servizi finanziari e alla tecnologia. L’Italia, per capirci, è 51esima.

INSOMMA, l’Africa si affaccia prepotentemente sui mercati mondiali, forte della sua popolazione giovane e dinamica, della sua nuova classe media flessibile e interconnessa, anche del desiderio di riprendersi il suo posto nel mondo, negato da secoli di marginalità, sfruttamento e razzismo. Anche le prime borse valori africane erano state fondate in un contesto pienamente coloniale, alla fine del XIX secolo: le più antiche sono quella egiziana, nata nel 1883, e quella di Johannesburg del 1887. Certo, le crisi politiche e sociali, la povertà e le carestie esistono ancora, ma i numeri e la storia recente raccontano un’Africa diversa. Non più «il continente senza speranza» che campeggiava sulla copertina dell’Economist nel maggio 2000: la stessa rivista ha dovuto cambiare idea nel 2011 e nel 2013, quando ormai definiva l’Africa «in crescita» e «ambiziosa». Il World Economic Forum stima che, dal 2000 a oggi, metà delle economie mondiali con i ritmi di crescita maggiori sono proprio in Africa. Il Pil di Ghana ed Etiopia, per esempio, nel 2018 è cresciuto dell’8%. E non solo per merito dell’export di materie prime.

LA NUOVA scommessa è infatti la finanza. Ancora di più quella ‘pubblica’. Se da un lato alcuni indici azionari, come quello del Sudafrica, hanno arrancato alla fine dell’anno scorso, dall’altro è emersa una tendenza nuova e allettante per gli investitori, anche e soprattutto stranieri. Gli stessi fondi di investimento e le società del risparmio gestito si concentrano ora sui rendimenti garantiti dai titoli di Stato in valuta locale. Ad esempio Erik Renander, gestore del fondo Hedge Invest Africa Opportunities, ha di recente individuato nei T-bill (titoli a breve termine) nigeriani e nei bond locali del Ghana alcune delle opportunità più interessanti.

I T-BILL a un anno emessi da Abuja hanno fatto segnare rendimenti del 16%, in crescita rispetto al 12% di inizio 2018: il governatore della banca centrale nigeriana ha aumentato i tassi per attrarre gli investitori stranieri e stabilizzare le riserve. Così come hanno superato l’11% di rendimento i titoli a un anno emessi dalla banca centrale del Kenya. E la settimana scorsa a Nairobi l’afflusso di investimenti dall’estero ha favorito la corsa dello scellino locale sul dollaro Usa.

IN GHANA, invece, i bond locali offrono un rendimento del 19%. I tassi più elevati hanno stabilizzato la valuta e l’inflazione è sotto controllo, in un Paese sempre più aperto agli investitori, anche grazie a una ben riuscita digitalizzazione dell’economia e della società (ogni cittadino, ad esempio, ha una carta di identità biometrica e tutti i pagamenti governativi saranno fatti attraverso un trasferimento di fondi elettronico). Una strategia che evidentemente paga: nel settembre 2018 Standard & Poor’s ha alzato il rating del Ghana da B- a B, è stato il primo upgrade in 10 anni. Inoltre 40 bond africani – tra cui quelli di Egitto, Nigeria, Kenya e Angola – sono quotati anche alla Borsa di Londra, capaci di raccogliere oltre 35 miliardi di dollari.

UN ULTERIORE segnale positivo è arrivato dalla conferenza degli investitori dell’ottobre scorso in Sudafrica. Nonostante gli ultimi dati economici i deludenti, il presidente Ramaphosa ha platealmente fatto tabula rasa della politica anti-business del predecessore Zuma: «Una cosa che ho imparato è il concetto delle tre E: Education, Entrepreneurship ed Efficient government – educazione, imprenditorialità, efficienza di governo. Ci siamo abituati a trattare male i nostri imprenditori e a chiamarli con qualsiasi tipo di appellativo, ma questo oggi deve finire». Le parole non basteranno forse a migliorare la situazione, ma si tratta di un buon punto di ri-partenza. Per tutta l’Africa.

Di |2019-01-21T10:49:37+00:0021/01/2019|Primo piano|