Usa e Russia, guerra fredda per i prezzi
I produttori più piccoli sull’orlo del crac

MILANO

L ’ANNUNCIO di altri nove mesi di tagli alla produzione Opec e russa di greggio non ha fermato il declino del Brent, che continua a perdere quota, tanto che da Mosca arrivano i primi segnali di scetticismo sulle misure salva-prezzo. Igor Sechin, capo del colosso petrolifero russo Rosneft, ha commentato l’andamento delle quotazioni mettendo in dubbio che il programma congiunto di tagli con l’Opec possa contrastare, alla lunga, l’aumento di produzione del greggio da scisti americano. «Gli Stati Uniti potrebbero aggiungere fino a 1,5 milioni di barili al giorno alla produzione globale di petrolio l’anno prossimo, annullando l’impatto dell’accordo», ha sostenuto Sechin, fedele alleato del presidente Vladimir Putin, parlando a una conferenza a San Pietroburgo. La politica salva-prezzo del barile, che da sei mesi ha messo d’accordo i Paesi Opec con 11 non-Opec (guidati dalla Russia), consiste nel rimuovere dal mercato 1,8 milioni di barili al giorno, per riassorbire progressivamente lo stock invenduto di greggio a livello internazionale. I produttori vorrebbero portare le quotazioni del barile ben al di sopra dei 50 dollari, per evitare che i prezzi troppo bassi mettano a rischio i ricavi delle loro esportazioni e i bilanci statali. Il Brent però langue sotto i 50 dollari e non sembra per ora avviato a riprendersi. La posta in gioco è alta per la Russia, che cerca con ogni mezzo la stabilità prima delle importanti elezioni del prossimo marzo e a questo fine sta pensando di privatizzare l’Aeroflot e la compagnia petrolifera Rosneft. Dopo due anni di crisi nera, la settimana scorsa il Cremlino è tornato sul mercato dei capitali e ha venduto oltre 3 miliardi di dollari di debito sovrano, malgrado il prezzo basso del petrolio e le sanzioni Usa non promettano niente di buono per l’economia russa. Un’altra tornata di titoli di Stato russi andranno sul mercato entro la fine dell’anno, anche se le agenzie di rating li considerano ormai a livello di junk bond. Gli acquisti sono stati stimolati anche dal timore degli operatori americani di un possibile futuro divieto da parte del governo Usa di comprare titoli russi.

LE RICADUTE economiche del mini-barile sono gravi anche per gli altri Paesi produttori e hanno portato sull’orlo della bancarotta 4 dei 13 membri dell’Opec. La Nigeria non è ancora ricorsa all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, anche se molti analisti ritengono che dovrebbe farlo, ma è in discussione con la Banca Mondiale e altre istituzioni per cercare di tappare una falla da 15 miliardi che si è aperta nel suo bilancio per il crollo delle entrate petrolifere. Il Venezuela suscita forti preoccupazioni nel Fmi, con un’inflazione ormai al 700 per cento e rivolte popolari sempre più estese. L’Angola e l’Ecuador, secondo molti osservatori, potrebbero presto aver bisogno di un salvataggio. La decisione di quattro Paesi, guidati dall’Arabia Saudita, di mettere sotto embargo il Qatar, non dovrebbe avere ricadute economiche disastrose. Leader mondiale nella produzione di gas, per quanto riguarda il petrolio il Qatar, nel contesto Opec, è un piccolo produttore con 650mila barili al giorno. Quindi metterlo fuori gioco non avrà effetti rilevanti. IL RESTO DEL MONDO, contrariamente alle attese, non sembra avere approfittato di questa lunga boccata d’aria concessa dal mini-barile. Gli economisti avevano previsto due effetti: da un lato un enorme trasferimento di risorse dai produttori di petrolio ai consumatori e dall’altro lato una ripresa dei consumi, che avrebbe ampiamente sopravanzato le perdite. Il Fondo Monetario aveva inizialmente previsto che per ogni 20 dollari di riduzione del prezzo del greggio ci sarebbe stato un aumento di mezzo punto del Pil globale. Ma il Fmi ha ammesso recentemente che invece non è andata così: le compagnie petrolifere ne hanno risentito molto, mentre consumatori e imprese dei Paesi importatori hanno speso dimeno. Alla fine l’effetto è stato negativo invece che positivo: gli investimenti dei petrolieri sono crollati di 215 miliardi dal 2014 al 2016, limando quasi lo 0,3 per cento dal Pil globale. Ora la boccata d’ossigeno sta finendo e pochi si azzardano a prevedere che cosa succederà dopo.

Elena Comelli 


IL DENARO NON DORME MAI

di GIUSEPPE TURANI

HANDICAP ITALIA STATO SCIUPONE E TASSE PIÙ ALTE

TUTTI DICONO che la pressione fiscale italiana deve diminuire se vogliamo ridare slancio al paese. Molti (soprattutto in ambienti governativi) citano dati che testimonierebbero la lenta discesa. Poi arriva l’Istat con i numeri relativi al primo trimestre del 2017 e ti spiega che la pressione del fisco è aumentata, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, dello 0,3 per cento. Nella realtà, cioè, le cose si muoverebbero nella direzione contraria a quello che si sente dire. Poi si va a vedere l’ultimo documento congiunturale e previsionale del Centro Studi Confindustria e si scopre che in effetti la pressione fiscale scende, ma millimetricamente. Era pari al 49 per cento nel 2015, sarà pari al 47,6 per cento nel 2018. Probabilmente si tratta di tecniche di calcolo diverse e bisognerà attendere a fine anno per vedere i numeri veri. Quello che si può dire, a oggi, è che il paese non avverte un forte e significativo calo della pressione fiscale. Si ha la sensazione che tutto si muova così lentamente che è come assistere alla crescita dell’erba in un prato verde: sembra che non si muova mai niente. Se poi il cittadino dimentica per un attimo il suo rapporto personale con il fisco, e va a vedere che cosa accade alle imprese (dati 2011, purtroppo) rimane sbalordito. L’Italia è ai primi posti nel mondo per la pesantezza del fisco sulle aziende. Sui profitti siamo a un prelievo del 68,8 per cento. Negli Stati Uniti si è sotto il 50 per cento. In Irlanda siamo al 26,5. La media dell’Unione europea a 27 paesi è del 44,2 per cento. In sostanza in Italia siamo quasi al 25 per cento in più di pressione fiscale rispetto alla media europea. E quasi del 40 per cento in più rispetto al Canada.

L’ALTISSIMA pressione fiscale italiana sulle imprese non è naturalmente figlia della cattiveria o del sadismo dei politici. E’ semmai figlia della loro incapacità a fare le cose. Infatti oltre a questa pressione fiscale abnorme hanno dovuto anche fare debiti per due mila miliardi di euro per tenere insieme i conti. Purtroppo, all’orizzonte non si vedono cambiamenti di rilievo. L’organizzazione dello Stato rimane quella che è, cioè molto costosa e non ci vuole molto a capire che il nostro meraviglioso welfare state ansima. Anno dopo anno, infatti, se ne taglia qualche pezzetto. In realtà, stiamo vivendo una sorta di agonia: abbiamo le tasse sulle imprese più alte d’Europa e uno degli Stati più inefficienti e indebitati. E non ci sono cambiamenti.