I giganti dell’innovazione

La vecchia Europa guida l’innovazione
La Cina avanza con il gigante Huawei

BRUXELLES

RISPETTO ai giganti dell’innovazione, come Stati Uniti, Germania e Giappone, l’Italia gioca in un altro campionato. Ma ha cominciato a scalare posizioni nelle classifiche. Qual è lo stato di salute dell’Europa nel campo dell’innovazione, e della ricerca? Stando alle domande, il genio produttivo è nella sua massima espansione. Sono state 166 mila le domande di brevetto presentate all’Epo nel 2017, aumentate del 3,9% in un anno, un nuovo record. Un quarto delle richieste (42.300) viene dagli Stati Uniti, seconda la Germania con 25.490, terzo il Giappone a quota 21.712. Poi Francia (10.559) e l’arrembante Cina (8.330), che è riuscita ad entrare nella top five. L’Italia è decima, e non è una sorpresa. Anche perché ha fatto registrare un tasso di crescita (+4,3%) delle patent applications superiore alla media europea. Con 4.352 richieste di brevetti siamo tra i Paesi più attivi in Europa. È interessante entrare dentro le classifiche, vivisezionare i numeri oltre alle provenienze geografiche. Così si scopre che, mentre i primi tre campi più innovativi nel mondo sono la tecnologia medica, la comunicazione digitale e la computer technology, che coprono il 16% delle richieste totali di brevetto, in Italia sono i trasporti e la movimentazione merci a recitare il ruolo di settori innovativi.

PIÙ DEI Paesi sono le aziende a bussare alla porta dell’European Patent Office, a consegnare le domande e le richieste di brevetti e di tutela della proprietà intellettuale. La classifica delle multinazionali più inventive è guidata dalla Huawei, con 2.398 domande. Il colosso cinese è tallonato dalla Siemens (2.220 richieste), dalla Lg (2.056) poi Samsung (2.016) e Qualcomm (1.854). E’ la prima volta nella storia di Epo che un’azienda cinese guidi la classifica. Superfluo notare come ai primi 5 posti ci siano tutti gruppi di telecomunicazioni e information technology. Anche se non è facile districarsi tra i «chaebol» coreani, tra i conglomerati asiatici per dividere tra le tante divisioni la massa di brevetti presentati. Che siano i cellulari e la tecnologia, però, a farla da padrone nell’industria delle innovazioni, è testimoniato anche da Intel, United Technologies e Ericsson che chiudono la top ten della graduatoria. Se si passa, però, ai brevetti veri e propri, è LG a guidare la fila delle aziende, seguita Robert Bosch, da Samsung, con Huawei al quarto posto. Ma nella top ten ci sono Toyota Motor e General Electric che allargano almeno lo spettro dei settori produttivi. I numeri sono estremamente bassi, ma il fattore Italia è ugualmente stimolante. Basta mettere Huawey e Siemens per superare il nostro Paese in termini di domande di brevetti.

GLI UFFICI di Bruxelles e Monaco dell’organizzazione dei brevetti hanno anche disegnato la geografia delle aree più innovative d’Europa, le zone da dove vengono più richieste di brevetti. La Baviera non ha rivali, forte della sua storica vocazione manifatturiera e dell’automotive: con 7.541 domande supera l’Ile-de-France e altri due lander tedeschi come Baden Wurttemberg e Nordrhein-Westfalen. Tra un Lander e l’altro, si fanno largo le aree di Stoccolma, della Greater London e perfino di Helsinki. Al 12esimo posto c’è la Lombardia, prima regione italiana e unica nella top 20 dell’Europa. Ma è l’essenza dei dati del Report Epo che va colta: il Vecchio Continente supera i nuovi mondi come capacità di innovazione. Non lo fa con i giganti, Siemens a parte. Bensì con il suo reticolo di medie e piccole imprese, come testimonia il caso italiano. Delle 4.352 richieste di brevetti, quelle avanzate da Ansaldo, Fca, Pirelli, Telecom, Leonardo sono più o meno 300. Le altre vengono dai campioni nascosti e dai politecnici. Le vere culle del nostro genio. Perché, nel resto del mondo, il 69% delle richieste, viene dalle multinazionali e dalle grandi imprese, il 24% dalle medie e piccole, il 7% dalle università e dai centri ricerca pubblici. E in Europa siamo più forti in questo segmento.

IL DENARO NON DORME MAI
di GI– USEPPE TURANI

L’AVVISO DI MOODY’S AI POPULISTI

TUTTE queste grida dei nostri politici, soprattutto di quelli nuovi, sul confronto sui programmi e non sulle poltrone fanno un po’ sorridere. L’agenzia di rating Moody’s, forse la più importante del mondo e dove certo non hanno del tempo da perdere, ha risolto la questione in quattro semplici righe. Ha spiegato infatti che nel giudizio sul Paese farà attenzione «ad ogni piano per invertire il processo di riforma messo in atto dai precedenti governi, come quelle del lavoro e delle pensioni». Trenta parole per dire che l’agenzia darà un voto positivo al nuovo governo (qualunque esso sia), se e solo se lascerà stare riforma del lavoro e riforma delle pensioni. Quindi prima di confrontarsi su cose mirabolanti e bizzarre, secondo Moody’s, bisogna salvare le riforme appena fatte.

I VARI contro-riformisti che aspirano al governo del Paese sono avvisati in anticipo: se toccano la legge Fornero o il Jobs acts, saranno bocciati all’istante e i mercati non potranno non tenerne conto. Appare così sulla scena un interlocutore non politico, ma determinante: il mercato. E pone due vincoli molto pesanti. D’altra parte c’era da aspettarselo: l’Italia ha uno dei debiti più grandi d’Europa e tutto ciò che rischia di aggravarlo viene condannato. In termini ancora più chiari e netti: il nuovo governo (qualunque esso sia) dovrà camminare non dove vuole, ma su un sentiero molto stretto, un viottolo in pratica. Se c’erano margini di libertà, sono stati mangiati anni e anni fa, quando il debito pubblico era sotto mille miliardi di euro. Adesso siamo a 2.300 e solo parlare di abolire la legge Fornero o altro provoca paure e tensioni sui mercati, da dove ogni anno dobbiamo estrarre 400-500 miliardi per chiudere i nostri conti e non fare default. Forse non è carino, o elegante, che Moody’s abbia parlato prima, ma visto l’andazzo che corre la politica in Italia era quasi inevitabile: fate quello che volete, ma attenti ai vostri conti.

CERTO, Moody’s e i mercati possono essere mandati a quel paese, basta tornare a stampare moneta in proprio e finalmente spendere senza vincoli di bilancio e noiosi controllori esterni, come si faceva una volta. Prima, però, converrebbe fare un giro in Venezuela, ex Paese ricchissimo dal quale ormai la gente scappa anche di notte, a piedi e senza valigia, pur di sfuggire alla miseria dilagante.

 

Di |2018-10-02T09:24:41+00:0012/03/2018|Primo piano|