I dazi anti Cina aiutano le tigri asiatiche
«Un regalo a Bangladesh e Vietnam»

Elena Comelli
MILANO

«NEL 2030 la Cina sarà la prima economia del mondo e l’India, oggi settima fra i big, salirà al terzo posto, scavalcando la Germania e il Giappone». Questa è la previsione di Janet Henry, capo economista di Hsbc. Per Henry, saranno altre quattro tigri asiatiche, oltre alla Cina e all’India, a dare il principale contributo alla crescita economica del mondo: Bangladesh, Filippine, Pakistan e Vietnam. A questo sviluppo sta contribuendo la guerra commerciale scatenata da Donald Trump fra Usa e Cina. Il più grande beneficiario dei dazi non sarà l’Occidente industrializzato, ma il resto dell’Asia, dove si stanno rifugiando le imprese produttici che abbandonano la Cina, secondo un recente studio dell’Economist Intelligence Unit. Non è ancora un esodo di massa, ma un nuovo riequilibrio è in atto a favore del Sud-Est asiatico.

UNA FORTE rete di accordi di libero scambio fra alcuni Paesi di quest’area rende tutto più facile per loro. Il Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans- Pacific Partnership) firmato recentemente da Malesia, Singapore e Vietnam (ma di cui non fanno parte gli Stati Uniti), rappresenta l’ultimo sviluppo di questa tendenza. Il primo settore coinvolto in questo esodo è l’automotive, una delle aree più sexy di qualsiasi economia, perché richiede un’ampia gamma di competenze ed è infarcita di nuove tecnologie e di manodopera specializzata. In base allo studio dell’Eiu, la Cina assorbiva quasi il 20% delle esportazioni di veicoli statunitensi per valore nel 2017, per un valore di 10,3 miliardi di dollari, sebbene il grosso fosse destinato alle linee di montaggio Usa di marchi eruopei, come Bmw e Mercedes.

LA MAGGIOR parte delle migliori auto americane, come le Buick, sono prodotte in Cina. Ora è prevedibile che la Cina si rivolga alla Tailandia e alla Malesia per la produzione e l’importazione di auto europee. Un certo numero di marchi di lusso, tra cui Bmw e Mercedes, hanno già fabbriche in Tailandia. L’Eiu si aspetta che queste aziende aumentino la loro produzione locale per supportare le spedizioni in Cina. La Malesia ha oltre 800 produttori di componentistica auto, oltre a una rete di esportazione altrettanto diversificata. Questo dovrebbe posizionarla come un altro beneficiario della guerra commerciale Usa-Cina. L’altro grande settore coinvolto è l’abbigliamento. Sono finiti i giorni in cui sulle etichette delle camicie sarà scritto Made in China. Ora si passa al Made in Bangladesh, Vietnam e India. Le multinazionali erano già alla ricerca di alternative alla Cina, dove i costi di produzione crescono. La quota del Bangladesh nelle esportazioni di capi di abbigliamento era in aumento, grazie alla manodopera a basso costo. I principali marchi internazionali, come H&M, Gap, Levi’s e Zara, hanno già impianti di produzione in Bangladesh e ora tenderanno a deviare sempre più ordini in questa direzione, se le tariffe sulle importazioni dalla Cina renderanno questi prodotti più costosi negli Stati Uniti.

IL VIETNAM, terzo esportatore mondiale di capi di abbigliamento, dovrebbe essere un altro vincitore. Nel 2017 il Vietnam ha esportato negli Usa capi di abbigliamento per 12,3 miliardi, un valore pari al 50% delle esportazioni totali di abbigliamento e al 5% del Pil. Questo trend è destinato a creare nuova ricchezza in questi Paesi e quindi ad accelerarne lo sviluppo come mercati sempre più ambiti per gli investimenti. La delocalizzazione aiuterà lo sviluppo di settori importanti, come l’automotive, l’Ict e l’abbigliamento, portando attrezzature e competenze tecniche più avanzate, il che non potrà che contribuire a far crescere il tenore di vita locale. Il Pil pro capite del Vietnam oggi è di circa 2.300 dollari e quello del Bangladesh di 1.500, contro i 12.000 dollari della Cina. C’è ampio spazio per migliorare.

IL DENARO NON DORME MAI
L’ETERNO PROBLEMA DEL SUD

PER SCOVARE certi sprechi, nascosti dentro il bilancio pubblico, bisogna avere l’abilità e la pazienza di un Cottarelli. Certi altri, invece, sono talmente grossi e evidenti che anche un cieco li noterebbe. Secondo le ultime registrazioni (Corte dei conti, 2015) la regione Sicilia risulta avere un po’ più di 17mila dipendenti. Si tratta di un valore superiore di cinque volte a quello della Lombardia, che però ha il doppio di abitanti. Che ci si trovi di fronte a uno spreco colossale è evidente: non serve un master all’Mit o un’indagine della Guardia di finanza. Eppure, non si fa niente, o molto poco, lentamente. Come mai? Verrebbe da rispondere che si tratta della vecchia malattia del consociativismo: tutti partecipano a tutto e tutti sono responsabili e non responsabili. In sostanza, poiché non si è in grado di dare un lavoro e una prospettiva di vita decente ai siciliani, si tollera che l’impiego pubblico venga gonfiato oltre ogni ragionevolezza. Credo che una veloce analisi dimostrerebbe facilmente che quello che si è appena visto per la Sicilia valga per buona parte del Sud. Ai tanti posti negli uffici pubblici vanno poi aggiunti, quasi certamente, una marea di false pensioni di invalidità e sussidi vari.

QUELLO che si trascura è che in questo modo si sprecano risorse pubbliche che andrebbero invece adoperate per creare sviluppo vero e non assistenza. E qui si torna alle origini del problema e si spiegano, forse, anche certi risultati politici. La verità, cioè, è che la classe dirigente italiana non ha mai saputo trovare che cosa fare esattamente per un Sud depresso e un po’ in ritardo. Mancanza di idee, di decisione, di coraggio. E quindi si è andati avanti (per oltre cento anni dopo l’unificazione) con l’assistenza, impresa molto più facile di quella di creare sviluppo. Con risultati non eccezionali. Anzi modestissimi. Ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, il Sud italiano si presenta con dei redditi che sono grosso modo la metà di quelli del Nord. E molti cominciano a disperare che si possa capovolgere questa situazione. Anzi, si vanno convincendo che il Sud sia ormai un caso senza soluzioni e che l’unica strada sia quella di mantenerlo (a spese del Nord), purché costi poco. La Germania in pochi anni ha rimesso a posto la sua parte Est, noi invece abbiamo scritto biblioteche intere sulla questione meridionale, ma non abbiamo risolto niente.