I DANNI DELLE CATASTROFI NATURALI

Sempre più danni da catastrofi naturali
«Le assicurazioni potrebbero non coprirli»

ROMA

VERONICA Scotti, chairperson global partnership della assicurazione svizzera Swiss Re, uno dei leader mondiali della riassicurazione. Voi valutate da decenni il rischio climatico. Quanto è cresciuto?

«Significativamente. Negli ultimi 20 anni sono aumentate sia le perdite economiche sia quelle assicurate legate ai cambiamenti climatici e alle catastrofi naturali. Ci sono due driver dietro queste maggiori perdite. Il primo è nel valore e la concentrazione degli assets protetti, il secondo sono i fenomeni naturali stessi. Lo scorso anno 500 milioni di persone sono state colpite da una combinazione di catastrofi naturali, dalle siccità alle alluvioni, le tempeste e gli uragani. Se si guarda al 2017 vediamo che ci sono state perdite record legate alle catastrofi naturali legate al clima: globalmente ammontano a 138 miliardi di dollari, a fronte di una media dei dieci anni precedenti di 50 miliardi. Come dire due volte e mezzo più grande. Il trend è chiaro e riguarda tutte le regioni del globo».

Cosa vi aspettate nel medio lungo periodo, diciamo al 2040?

«Le nostre previsioni, che sono basate sulla scienza, sono che il trend diverrà più severo con il passare del tempo. Oggi c’è oltre il 90% dei climatologi che ritengono che il continuo aumento delle temperature del globo avrà un impatto significativo sulle catastrofi naturali legate al clima. Ci possiamo attendere un peggioramento in frequenza, intensità, durata ed estensione di questi eventi. Questo significa il concreto rischio che ciò si traduca in maggiori danni».

A meno che non si intervenga riducendo le emissioni e pianificando l’adattamento.

«Nulla è già scritto. Io sono ottimista e credo che se saremo proattivi potemo ridurre queste perdite. Per valutare gli scenari al 2040, molto dipenderà dalle decisioni che prenderemo nei prossimi anni per fronteggiare il cambiamento climatico. E’ un investimento nel nostro futuro. Come sottolinea lo stesso Ipcc (il panel di esperti selezionato dall’Onu per studiare il cambiamento climatico, ndr) è ancora possibile stare entro 1 grado e mezzo di riscaldamento dall’epoca preindustriale. Difficile ma possibile. Bisogna quindi agire. E ci tengo a sottolineare una società capace di emettere meno anidride carbonica non necessariamente dovrà essere una società più frugale nella quale i cittadini siano chiamati a maggiori sacrifici, ma può essere invece una società più moderna con una migliore qualità della vita».

E se non cambiasse nulla? Se le emissioni continuassero a crescere? Sarebbe a rischio l’assicurabilità?

«Se un’alluvione o una tempesta di vento accadono non più ogni dieci anni ma ogni cinque o magari ogni anno, è chiaro che i danni e quindi le perdite assicurative saliranno. Come risultato, i prezzi delle polizze cresceranno e più lo faranno più sarà difficile per i cittadini pagarne il costo. E questo fino al punto nel quale saremo costretti a dire, almeno per certi rischi e certe aree, ci dispiace, non possiamo più fornire copertura perché siamo certi che i costi saranno superiori al premio assicurativo. Ecco perché, oltre alle azioni di riduzione delle emissioni che alterano il clima, servono azioni per adattare immobili e infrastrutture alle nuove condizioni e costruendone di nuove occorrerà tenere bene in mente le condizioni che avremo nei prossimi decenni. Questo adattamento ridurrà i danni attesi per il cambiamento climatico già in atto e quello che ci attende nei prossimi anni ».

Lei è favorevole a un’assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali?

«In alcune circostanze può essere utile, in particolare in paesi come l’Italia nei quali ci sono pochi assicurati per questi rischi. Questo consentirebbe di colmare il gap, ridistribuendo il rischio su una base molto ampia e mitigare il rischio. Così come avrebbe un senso estendere gli incentivi per l’edilizia antisismica ad altri interventi per la mitigazione del rischio climatico per gli immobili».

Alessandro Farruggia


IL DENARO NON DORME MAI
LA TRINCEA AVVELENATA DEI GRILLINI

LA TAV della Val di Susa è stata un affare per il Movimento 5 stelle. La forte opposizione all’opera ha consentito infatti l’unica vera vittoria nel Nord, e cioè la conquista di Torino con la sindaca Chiara Appendino. Ma adesso, forse, sta diventando un problema. Accade che le vicende della politica abbiano costretto il Movimento a accettare cose che non voleva assolutamente: la Tap in Puglia, la riduzione del reddito di cittadinanza, gli aerei F35, il terzo valico, e così via. A questo punto la Tav della Val di Susa si presenta un po’ come l’ultima trincea. Non si può arretrare, se non si vogliono far arrabbiare i militanti e gli elettori. Ma non è così facile. La Lega, alleato di governo, è molto favorevole e pro-Tav risultano anche tutte le associazioni imprenditoriali. Il ministro Toninelli ha da mesi incaricato una commissione di verificare i costi/benefici dell’opera e sembra che il risultato sia appunto negativo. È probabile, quindi, che il Movimento sbandieri questo studio nei colloqui con gli alleati, anche se per la verità la commissione Toninelli è un po’ svalutata, visto che è fatta in gran parte di No-Tav dichiarati.

INOLTRE, è possibile che sulla Tav la Lega tenga duro, visto che dalla sua base è già accusata di essersi piegata troppo ai desideri del Movimento. Ma questo potrebbe essere un problema superabile attraverso il vecchio rimedio del rinvio a dopo le elezioni europee. Il problema vero, reale, sono gli imprenditori, già stanchi dei continui blocchi alle opere pubbliche. Hanno manifestato in massa a Torino e sono pronti a rimettersi in movimento se i lavori alla Tav non riprenderanno quanto prima. E questa è una seria questione per Di Maio e i suoi amici. Già, per vari motivi, non ci sono rapporti buoni con il mondo imprenditoriale. Un eventuale blocco o rinvio della Tav finirebbe per inasprirli ancora di più. D’altra parte, un ‘via libera’ scatenerebbe la base grillina, che da dicembre troverebbe due potenti capi-popolo in Grillo e Di Battista, di ritorno dal Sud America. Il trono di Di Maio potrebbe vacillare di colpo. Purtroppo, non esiste una soluzione mediana: la Tav o si fa o non si fa. E a gennaio si rifaranno vivi anche i francesi (ai quali compete l’altra metà della Tav). Insomma, questo traforo è davvero una sorta di ultima trincea, ma è una trincea avvelenata, nella quale Di Maio si gioca tutto.

Di |2018-12-24T11:43:56+00:0024/12/2018|Primo piano|