I CONSIGLI DELL’ESPERTO

Germania tra incertezza e boom
L’economia vola e crescono i salari
Ma incombe l’incognita Baviera

BERLINO

SABATO SONO cominciate le vacanze in Baviera, il Land più grande e più ricco. Le ferie sono scaglionate in Germania, e si cambia di anno in anno. I berlinesi stanno per tornare a casa, e in agosto si va a scuola. Con arroganza i 13 milioni di bavaresi pretendono di partire per ultimi. I tedeschi probabilmente batteranno ancora una volta il record delle spese per le vacanze, forse sfioreranno i 60 miliardi (da gennaio a Natale). A loro non è mai andata così bene dalla fine della guerra, eppure il Paese non è mai stato così instabile. E tutti guardano proprio alla Baviera, dove si torna a votare a metà ottobre. Sarà un successo per i populisti dell’estrema destra, che già a livello nazionale nel settembre 2017 hanno conquistato il terzo posto, rendendo difficile la nuova Große Koalition? Un’immagine paradossale, quasi schizofrenica. Il quadro economico non può essere compreso senza un’analisi sociale. I tedeschi stanno meglio dei loro vicini europei, eppure sono inquieti, pessimisti per carattere ed esperienza storica, vedono il bicchiere mezzo vuoto, anche se ora è per tre quarti pieno.

finasteride priceline erfahrungen IL PIL, secondo i calcoli del governo, dovrebbe salire del 2,3% quest’anno, e del 2,1% nel 2019. Appena più prudenti le previsioni di Bruxelles: più 1,9% nel 2018 e nel 2019. E si è già a un livello altissimo. Chi vede nero obietta che le previsioni vengono lentamente riviste al ribasso: siamo in frenata. Colpa di Trump che impone dazi punitivi all’Europa, e dell’instabilità in Italia, secondo Der Spiegel che odia Donald e da molto tempo non ci vuole bene. Ma il presidente americano abbaia e non morde. Gli imprenditori rimangono relativamente fiduciosi: secondo l’Ifo (uno degli istituti di previsione economica), l’indice di ottimismo dei manager cala appena dal 102,3 al 101,8. E il quotidiano Die Welt ci dedica un’intera pagina dal titolo, tanto per cambiare, ‘Il bicchiere mezzo pieno’. All’Italia va meglio di quanto vogliono credere gli stessi italiani.

LE SANZIONI imposte dagli Usa alla Russia di Putin costano 23 milioni di euro al giorno, sulla Germania pesano per il 40% le perdite dell’Europa. E noi seguiamo al secondo posto. Eppure l’export, fattore vitale per l’economia tedesca, rimane in attivo: export per 1.279 miliardi di euro l’anno scorso, con un saldo attivo di 244,7 miliardi. Fin troppo: non si dovrebbe superare il 6 % rispetto al Pil, ma Bruxelles non interviene: come gli arbitri di calcio nostrani si puniscono i falli a seconda del colore delle maglie. Comunque Berlino ribatte che è impossibile regolare l’export se non in un’economia dirigistica. E già il paese importa al massimo dalla zona Ue. Anche il settore auto, colpito dagli scandali rivelati dagli Usa, è in piena ripresa. E, dalle auto teutoniche dipendono 300mila posti di lavoro in Italia.

IL MADE in Germany non dipende, come si crede, in gran parte da Bmw, Mercedes o Volkswagen. La spina dorsale, come per noi, è rappresentata dalla media e piccola industria. L’export va bene, al di là dalla congiuntura internazionale, e dal prezzo, grazie alla qualità del prodotto: si vende di tutto, dagli strumenti chirurgici, ai medicinali, alle macchine utensili. Per questo gli imprenditori sono restii a ‘esportare’ le loro fabbriche: il costo del lavoro è un fattore secondario, rispetto alla professionalità dei dipendenti addestrati in casa. Oppure si aprono filiali all’estero solo per certe produzioni, per abbassare il costo medio del lavoro. Un operaio alla catena di montaggio Volkswagen guadagna in media al lordo circa 5.500 euro al mese, ed ha appena ottenuto la settimana supercorta di quattro giorni alla settimana, con una lieve perdita salariale. I disoccupati non sono mai stati così pochi, 2,4 milioni, poco più del 5%, la metà rispetto al 2005, l’inizio dell’era Merkel. E gli occupati mai così tanti, oltre 42 milioni. Di conseguenza, il fisco aumenta le entrate senza aver fatto salire le aliquote. E il governo può aumentare le spese sociali senza andare in rosso. Chi non ama la Germania, rivela che aumenta il numero dei poveri, circa 20 milioni, ma è un effetto statistico: il livello di povertà è stabilito al 60% rispetto alla media dei salari. Se si guadagna di più, sale il livello: oggi è intorno ai 960 euro al mese. E il costo della vita è inferiore al nostro. Un punto nero sono i pensionati: quasi la metà riceve meno di 800 euro al mese, e 11 milioni sono sotto i mille.

COLPA, tanto per cambiare, dell’italiano Mario Draghi, capo ancora per poco della Bce, che ha imposto tassi di interesse quasi a zero, per favorire Italia, Grecia, Spagna, e anche la Francia. I fondi pensione di conseguenza non rendono. Ma il governo ha già stanziato 30 miliardi di euro, da qui al 2021, prossimo appuntamento elettorale, per integrare le pensioni al minimo. Ed è già stato aumentato (a 416 euro, più la casa) l’assegno sociale, da non confondere con l’assegno di disoccupazione. Sono 6 milioni di assistiti, ma un terzo sono profughi, che dopo qualche mese ricevono i contributi sociali dai tedeschi. Basterà per bloccare i populisti in Baviera? Ma l’Afd cavalca il malcontento e la paura per l’arrivo di troppi profughi, in breve tempo, e in gran parte musulmani, difficili da integrare. E il duello sull’accoglienza tra Frau Merkel e il ministro degli interni, il bavarese Horst Seehofer, ha favorito il partito dell’estrema destra: vedete che avevamo ragione noi?


Moneyfarm non si accontenta
«Un po’ di rischio bisogna accettarlo
Stare fermi impoverisce il capitale»

Francesco Gerardi
MILANO

«INVESTIRE in Borsa non solo è raccomandabile, ma è assolutamente necessario se non si vogliono perdere soldi: infatti è non investire che ci costa dei soldi. Quindi la scelta non è davvero tra accettare un po’ di rischio investendo in Borsa oppure accontentarsi di ciò che si ha. La vera scelta è condannare il proprio capitale a perdere di valore oppure investire per proteggere e accrescere la nostra ricchezza nel tempo». Paolo Galvani è presidente e cofondatore, insieme a Giovanni Daprà (che ne è l’amministratore delegato), di Moneyfarm, un servizio di gestione digitale del risparmio nato nel 2012 e attivo in Italia e nel Regno Unito. Una società che oggi è una delle principali realtà del fintech europeo, nel segmento chiamato robo-advisory. In sostanza, tramite il sito e la app, raggiunge circa 30mila investitori piccoli e medi aiutandoli a gestire i propri risparmi e unendo il supporto tecnologico al lavoro di una squadra di professionisti.

Siete stati premiati a Londra come ‘Miglior piattaforma di investimento’…

«Sì, si tratta del YourMoney.com Awards, uno dei premi più prestigiosi del Regno Unito per i servizi finanziari, organizzato da uno dei maggiori portali online di finanza personale. È un riconoscimento assegnato attraverso un processo molto rigoroso, strutturato in varie fasi. E non è l’unico premio che ci siamo conquistati: negli ultimi due anni sono stati parecchi: dai British Bank Awards a quello dell’Istituto tedesco qualità e finanza ».

Che aria si respira nei mercati finanziari in queste settimane?

«I mercati stanno focalizzando l’attenzione su un paio di temi: la politica commerciale degli Stati Uniti e l’instabilità politica del Vecchio continente. Gli investitori erano già consapevoli dell’insicurezza della direzione che l’Italia può prendere all’interno dell’Unione con il nuovo esecutivo. Nelle ultime settimane, poi, si sono aggiunte l’instabilità del governo tedesco e le continue divisioni all’interno del gabinetto di Theresa May. Oltre Atlantico, lo sappiamo, c’è la guerra dei dazi dichiarata da Trump».

Conseguenze?

«Nonostante queste criticità, le economie sviluppate danno segnali tranquillizzanti a livello macroeconomico, con gli indicatori Usa che rimangono robusti e l’Europa che si caratterizza solo per un rallentamento leggero delle previsioni di crescita. Sono confermate anche le stime positive di inflazione, sia per gli Usa, sia per l’Eurozona. Diverso è il discorso per le economie emergenti, che hanno indicatori meno positivi del previsto».

Alla luce di questo scenario, come consiglierebbe a un investitore di muoversi?

«Per quanto riguarda l’azionario, il consiglio è di orientarsi verso i Paesi sviluppati rispetto all’azionario dei Paesi emergenti, che è più a rischio di perdita e meno propenso a sovraperformare nei prossimi mesi. Per quanto riguarda l’obbligazionario, invece, è meglio preferire le scadenze brevi, vista la fase di rialzo dei tassi, già avviata o comunque in fase di lancio da parte delle banche centrali. Dipende dalla linea che si vuole tenere, se conservativa o più aggressiva».

Facciamo entrambi gli esempi.

«Per quanto riguarda le nostre due linee di gestione più prudenti, la scelta cade sulle obbligazioni Usa con scadenza media a 2 anni e con un rendimento medio superiore al 2,5%. In contemporanea suggeriamo la vendita parziale di bond europei, che hanno rendimenti meno remunerativi. Sulle linee più aggressive, come le dicevo, riduciamo l’esposizione all’azionario dei paesi emergenti e reinvestendo nei mercati dei paesi sviluppati. Puntiamo anche sulle società che operano nel settore delle materie prime, viste le stime globali di inflazione in crescita».

IL DIZIONARIO DELLA FINANZA

Buy-back

Acquisto di azioni proprie da parte di una società quotata effettuato o sul mercato o con trattativa diretta o con un’Opa. È finalizzato o alla riduzione del capitale sociale, in caso di successivo annullamento dei titoli, oppure a sostenere il corso del titolo, ad impiegare la liquidità in eccesso o a creare una riserva di azioni

Diritto di prelazione

Diritto secondo il quale al possessore di titoli azionari devono essere offerti titoli di nuova emissione in proporzione al numero di titoli posseduti. Questa regola viene applicata negli aumenti di capitale e garantisce agli azionisti la possibilità di mantenere inalterati i rapporti delle quote di capitale avente diritto di voto.

Golden share

La traduzione letterale è ‘quota dorata’: indica l’istituto giuridico in forza del quale uno Stato, durante o a seguito di un processo di privatizzazione (o vendita di parte del capitale) di un’azienda pubblica, si riserva dei poteri speciali, indipendentemente dall’effettivo numero di azioni da esso possedute.

Green shoe

La green shoe è un’opzione che permette, all’atto del collocamento dei titoli di una società finalizzato all’ingresso in Borsa, la facoltà per l’emittente di aumentare la dimensione dell’offerta nel caso la domanda di titoli da parte degli investitori si riveli molto più sostenuta di quanto preventivato all’inizio.

Di | 2018-07-31T09:37:37+00:00 31/07/2018|Dossier Economia & Finanza|