I BRAND DI SUCCESSO

Arrivano i ‘cobot’ pizzaioli
La robotica collaborativa
cambia il mondo dell’automazione

Francesco Gerardi
BOLOGNA

IN QUESTI ultimi anni si è fatto un gran parlare di temi come l’Industria 4.0, l’automazione industriale e l’intelligenza artificiale, è vero, ma mai come adesso si inizia a percepire netta la sensazione che certi scenari futuristici raccontati dai film hollywoodiani come ‘Blade Runner’, ‘L’uomo bicentenario’ e ‘Io, robot’ siano molto meno improbabili e distanti di qualche tempo fa. «C’è ancora un po’ di strada da fare, certo, ma ormai non ci siamo poi così lontani», conferma Alessio Cocchi, ingegnere bolognese e country manager della parte italiana del colosso Universal Robots, l’azienda leader a livello mondiale nella robotica collaborativa. I ‘cobot’, come sono chiamati in gergo, sono dei robot in grado di lavorare a stretto contatto con gli operatori, senza barriere protettive e in assoluta sicurezza. «Grazie alle dimensioni e al peso ridotti queste macchine offrono una flessibilità operativa e applicativa senza pari e, soprattutto, garantiscono un rapidissimo ritorno sull’investimento, che già di per sé è piuttosto contenuto», spiega Cocchi.

Una rivoluzione…

«Sì, in effetti la Universal Robots negli ultimi 10 anni ha rivoluzionato il mondo dell’automazione e della robotica in particolare, creando un nuovo paradigma. Facciamo robot molto semplici da utilizzare, adatti alle piccole e medie imprese oltre che, naturalmente, alle grandi multinazionali come quelle dell’automotive o dell’elettronica. Questa idea ha stravolto il modo di intendere macchine che, prima di noi, erano viste come complicate, difficili e da tenere ben separate degli operatori umani per ragioni di sicurezza ».

Si può dire allora che nel vostro campo avete fatto quello che Apple ha fatto nella telefonia?

«È proprio così: i nostri robot hanno avuto nel settore della robotica la stessa portata rivoluzionaria degli smartphone: molto più user-friendly, performanti e flessibili. Prima di noi, i prodotti della generazione precedente erano ingombranti e difficili da programmare. I nostri hanno invece un’interfaccia molto semplice. Anche temporalmente ci siamo con il paragone: il primo robot collaborativo lo abbiamo inventato nel 2008. In più oggi abbiamo sviluppato un intero ‘ecosistema’ di accessori plug&play un po’ come le app sui telefonini e i tablet ».

Quindi anche imprese molto piccole e familiari possono gestirli?

«Assolutamente. La mia soddisfazione è proprio quella di vedere tante micro imprese dotarsi delle nostre tecnologie. Sono reduce da due fiere, la Pharmintech di Bologna e la Sps IPC Drives di Parma, e più di una volta è successo che mi si sia avvicinato qualche cliente titolare di aziende familiari che mi ringraziava perché i nostri robot gli rendono il lavoro più facile. Vuol dire che davvero sono facili da usare e alla portata di tutti».

Quali sono gli ambiti produttivi che più acquistano i vostri robot?

«Sono soprattutto l’automotive, l’elettronica e il packaging, oltre al carico e scarico».

Rispetto al mercato della robotica tradizionale quanto vale quello della robotica collaborativa?

«Vale circa il 4% ma cresce a ritmi vertiginosi, del 50% l’anno. Quindi molto presto saremo di fronte a percentuali più cospicue e importanti. Tenga presente che si stanno aprendo anche mercati inaspettati al di fuori del mondo industriale. Abbiamo robot che lavorano nell’architettura, nell’edilizia, e persino nella gastronomia. Ad esempio alcuni esemplari in un ristorante di Parigi fanno la pizza, altri il caffè o altri ancora le omelette in un hotel di Singapore. Stiamo transitando dalla robotica industriale a quella umanoide e di servizio».

Nak Fashion Le scarpe di lusso vegane ora parlano italiano

MILANO

LE SCARPE di lusso vegane ora parlano italiano. Grazie a Giulio Gallazzi, 55 anni, bolognese, fondatore e principale azionista di Sri Group, società di investimenti che l’anno scorso ha rilevato la maggioranza di Nak Fashion, una startup nata a Londra nel 2015 che ha dedicato i primi due anni ad attività di ricerca e sviluppo su materiali ‘cruelty free’. Nak (acronimo di No Animal Killed – nessun animale è stato ucciso) è un marchio diventato un punto di riferimento nel panorama della moda ecosostenibile grazie all’impegno dimostrato nella ricerca e nell’utilizzo di materiali innovativi che ricordano la pelle, per caratteristiche e aspetto, ma che sono al 100% vegani. «La nostra missione – spiega Sarah Palestrini, direttore generale di Nak Fashion – è stata trovare una valida alternativa alla pelle e abbiamo scoperto un prodotto che crediamo sia di qualità superiore. Il materiale utilizzato da Nak non solo è incredibilmente morbido, ma anche traspirante, impermeabile e tre volte più leggero della pelle animale. Per noi, l’estrema cura nel creare ogni scarpa è importante quanto la sua bellezza. Per questo abbiamo scelto di lavorare con i migliori artigiani italiani, in grado di realizzare a mano ogni singola nostra scarpa e di valorizzarne il design ».

LA FASE di startup di Nak Fashion si è conclusa con l’approvazione (in utile) del bilancio 2018, mentre per l’anno in corso la previsione è di triplicare i ricavi. Ciò anche grazie all’aumento di capitale da 800mila euro già deliberato dall’assemblea dei soci, che consentirà di investire nelle risorse umane, di sviluppare stile e materiali sempre più innovativi e a migliorare la piattaforma commerciale digitale, specie in proiezione 5G. Nak sta valutando anche di crescere per acquisizione, «se si trovassero – conclude Gallazzi – startup o early stage valide nel cruelty free fashion, settore che sta crescendo nel mondo, specie nei mercati anglosassoni e nordeuropei».

Di |2019-06-03T14:00:38+00:0003/06/2019|Imprese|