GUIDARE CHI VUOLE RISPARMIARE

Sfida tra robot e consulenti
La rivoluzione negli investimenti
ha bisogno del fattore umano

Andrea Telara

MILANO

ROBO-ADVISORY o robo for advisor? Ecco l’interrogativo che si pongono molti addetti ai lavori nel settore bancario e nella consulenza finanziaria, di fronte a un’innovazione che promette di rivoluzionare il mondo del risparmio, in Italia come all’estero. Sitratta di una consulenza finanziaria robotizzata (in inglese robo advisory) che permette agli investitori di costruirsi da soli un portafoglio di azioni, obbligazioni o più spesso di fondi comuni, senza l’intervento di un professionista in carne e ossa. Con la robo-advisory, insomma, le figure dei vecchi funzionari di banca e dei consulenti finanziari si evolvono o addirittura scompaiono, sostituite da un algoritmo che costruisce i portafogli in automatico, semplicemente raccogliendo un po’ di informazioni sull’investitore: sui suoi obiettivi di rendimento e sulla sua predisposizione al rischio.

LA SOCIETÀ PIONIERA che, per prima, ha lanciato un servizio di questo tipo è senza dubbio Moneyfarm che, dal 2011, offre un servizio di consulenza finanziaria online e di robo-advisory, con commissioni annue comprese tra lo 0,3 e l’1% (più Iva) del patrimonio investito dal cliente. Partono dallo 0,3% del capitale anche i costi applicati ogni anno da Yellow Advice, piattaforma di consulenza online di CheBanca! (gruppo Mediobanca). Sono invece due i servizi di robo-advisory della torinese Online Sim, società specializzata nella vendita di fondi comuni attraverso internet, che opera in partnership con altri due operatori (Alfa Scf e Ambrosetti Am), applicando commissioni comprese tra lo 0,5 e lo 0,9% del patrimonio. Si tratta di oneri abbastanza contenuti, se si considera che in banca o nelle reti dei consulenti finanziari, quando vengono acquistati una polizza o un fondo comune, gli investitori pagano balzelli ben più salati, che partono da almeno l’l-2% del capitale. Questa differenza di costi, ovviamente, ha una ragion d’essere ben precisa: utilizzando un canale di vendita diretto come internet, senza una nutrita squadra di consulenti in carte e ossa, le piattaforme di robo-advisory hanno ovviamente una struttura snella che consente loro di offrire servizi a buon mercato.

MA VALE DAVVERO la pena di rinunciare al contatto umano con un professionista di fiducia per risparmiare sugli oneri di gestione del portafoglio? Le grandi reti di consulenti finanziari ovviamente pensano di no, ritenendo che per i clienti sia ancora indispensabile avere un contatto umano con chi amministra i loro risparmi. Per questo hanno sposato un altro modello di business che viene definito robo for advisory (cioè al servizio del consulente), in cui sono gli stessi professionisti della rete – e non gli investitori finali – a usare le nuove tecnologie per costruire i portafogli, con piattaforme software e appositi algoritmi. Hanno fatto questa scelta alcuni big del mercato come Fineco (con la piattaforma Fineco Plus),Banca Generali (Bg Personal Advisory) e Banca Mediolanum (5D Mediolanum Strategy). Tutti i capi della grandi reti come Massimo ed Ennio Doris, amministratori delegati di Banca Mediolanum o Alessandro Foti, numero uno di Fineco, hanno sempre sostenuto che, con le nuove tecnologie, i consulenti finanziari diventeranno più produttivi perché costruiranno i portafogli più velocemente e avranno maggiore tempo da dedicare alle relazioni con i clienti e all’ascolto delle loro necessità.

VA INFATTI RICORDATO che ci sono dei momenti delicati, per esempio quando le borse crollano o cambiano rotta, in cui il consiglio di un professionista è assai prezioso. Non a caso, anche una società che opera online come Moneyfarm offre ai clienti dei servizi di consulenza a distanza, telefonica o via chat, per rimodellare il portafoglio di fronte alle mutate condizioni dei mercati.

 

Contro corrente di ERNESTO PREATONI

CERVELLI IN FUGA SPRECO ITALIANO

L’ ITALIA è davvero un Paese per vecchi. I giovani, infatti, sono spariti dall’orizzonte dei sindacati la cui base di iscritti è ormai rappresentata dai pensionati. Ma anche dei partiti che si ricordano di loro solo in campagna elettorale per accusarsi reciprocamente del fatto che un ragazzo su tre è disoccupato. Il tema, invece, meriterebbe di essere messo in testa a qualunque programma elettorale.

SECONDO i dati ufficiali, nel 2016 gli italiani, soprattutto ragazzi,  che si sono trasferiti sono stati 114.000. Una città come Trento o Vicenza scomparsa in un anno. Giovani e meno giovani, persone laureate o solo diplomate, tutte unite da un unico desiderio: il lavoro. Già così ci sarebbe da riflettere. Ma in realtà le cose stanno anche peggio. Tanto per capirci: dal 2012 al 2016, secondo l’Istat hanno lasciato l’Italia per la Germania poco più di 60.000 persone. All’ufficio tedesco ne risultano 274.000, quattro volte e mezzo di più. 

LA SPIEGAZIONE è semplice. Mentre in Italia non c’è obbligo a dichiarare l’espatrio a Berlino per lavorare o affittare casa serve la residenza. Un altro esempio? Nel 2015 risultavano partiti per la Gran Bretagna poco meno di 40.000 italiani. Peccato che agli inglesi ne risultassero quasi 160.000. Tutto questo significa che i 400 mila che hanno fatto la valigia fra il 2008 e il 2016 vanno moltiplicati per tre o per quattro.

SONO i nostri figli che scappano per avere un lavoro e una retribuzione adeguata ai loro studi e ai sacrifici che ha fatto la famiglia per fornire loro un livello adeguato di istruzione. L’euro, infatti, ha svalutato il capitale umano: non potendo abbattere il cambio sono stati tagliati i salari. Così invece si esportare più merci regaliamo alla concorrenza internazionale i nostri cervelli.

Di | 2018-05-14T13:14:01+00:00 09/05/2018|Dossier Economia & Finanza|