Green economy, le aziende investono
Ma in Italia non cresce abbastanza

Generati oltre tre milioni di posti di lavoro

C’è ’fame’ di energia: serve un cambio di passo per raggiungere gli obiettivi europei del 2030

di Elena Comelli
ROMA

Il dibattito sul Green New Deal, lanciato dalla legge finanziaria 2020, deve fare i conti con le due facce del Paese. Da un lato ci sono 432mila imprese che investono nella green economy, generando oltre 3 milioni di green jobs, come racconta l’ultimo rapporto Green Italy della Fondazione Symbola di Ermete Realacci. Lo sforzo delle imprese verdi verso uno sviluppo sostenibile, però, deve superare le molte barriere di un’Italia che perde terreno sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica, sull’innovazione ambientale, sul consumo di suolo e sulle emissioni di gas serra che non calano. È questo il quadro emerso a Ecomondo dalla relazione sullo stato della green economy portata dal presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi, agli Stati generali della Green Economy, la manifestazione di riferimento del settore, promossa dal Consiglio Nazionale, che è composto da 66 organizzazioni di imprese della green economy in Italia, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente. È un’Italia fragile quella che esce dalla relazione, minacciata dai cambiamenti climatici, che già si fanno sentire con l’aumento delle temperature e degli eventi meteorologici estremi, ma porteranno danni economici ancora più gravi nella seconda metà del secolo, con perdite di Pil di più dell’8% e l’aumento del cronico gap Nord-Sud, che peggiorerà del 60% per la crisi climatica, in base ai calcoli dell’European Institute on Economics and the Environment. La fotografia scattata da Ronchi non è lusinghiera. Dopo il boom dei primi anni di questo decennio, in cui l’Italia si era posizionata all’avanguardia delle fonti rinnovabili in Europa, negli ultimi cinque anni la quota di energia pulita sul mix italiano è cresciuta solo di un punto percentuale. Nel resto d’Europa invece ha continuato a correre, tanto che ormai la Germania ha superato l’Italia nella produzione elettrica verde. Non a caso, le emissioni di gas serra in Italia non calano dal 2014, e i dati del primo semestre del 2019 indicano addirittura un aumento rispetto all’anno precedente. «Tra il 2014 e il 2017, con una ripresa economica modesta, il consumo interno lordo di energia è tornato a crescere, e nel 2018 il fabbisogno energetico è aumentato di quasi il 2%, a fronte di una crescita del Pil dello 0,9% – ha detto Ronchi –. La spesa pubblica in ricerca e sviluppo ambientale in Italia è scesa del 17% dal 2010 al 2017 e quella pro-capite è di soli 8,7 euro, al di sotto della media della zona euro, che è di 14,4 euro, e ben lontana dalla Germania che è di 25 euro». Per non parlare della digitalizzazione, in cui l’Italia si colloca al 24° posto fra i 28 membri dell’Ue. Sul fronte dell’inquinamento dell’aria, l’Italia è il Paese europeo con la quota più alta di auto, 644 per 1.000 abitanti. Nei primi otto mesi del 2019, le emissioni medie specifiche delle nuove auto sono aumentate a quasi 120 grammi di CO2 per chilometro, il 5,5% in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa. La penetrazione di auto elettriche è scarsa: 5.000 vendute nel 2018 contro 68.000 in Germania, mentre la maggior parte dei bus pubblici sono alimentati ancora a diesel. La buona notizia, ha rilevato Ronchi, è che «per la prima volta nella legge finanziaria 2020 c’è un articolo specifico dedicato al Green New Deal e ci sono diversi fondi per la decarbonizzazione dell’economia, per l’economia circolare, la rigenerazione urbana, l’adattamento e la mitigazione climatica». Per avviare un vero Green New Deal però «serve un programma decennale di ampio respiro, con obiettivi strategici chiari, che va definito con un vasto percorso di partecipazione ». Per questo, la Fondazione per lo sviluppo sostenibile propone una serie di obiettivi strategici al 2030 da sottoporre al confronto pubblico, a partire da obiettivi climatici ambiziosi, aumentando l’impegno di riduzione delle emissioni di gas serra, parametro indicativo di tutti i progressi ambientali, dal 37% al 50% nel Piano nazionale energia e clima, per riuscire ad azzerare le emissioni nette entro il 2050, come previsto dall’Accordo di Parigi. Conseguenza immediata è il secondo punto: rilancio della transizione ad un’energia efficiente e rinnovabile. Il terzo punto è accelerare il passaggio all’economia circolare, con il rapido recepimento del pacchetto di direttive europee. Poi la Fondazione chiede di puntare sulla rigenerazione urbana e sulle green city, fino all’introduzione di una carbon tax che tagli in modo consistente il cuneo fiscale. In base ai calcoli del Fmi, una carbon tax di 75 dollari a tonnellata porterebbe in Italia a una riduzione delle emissioni di circa il 20% entro il 2030. Sono tutti temi di largo respiro, ma serve un dibattito politico approfondito se l’Italia vuole un vero Green New Deal.