GRANDI TRASFORMAZIONI

Oltre 6 milioni di metri quadri da costruire
«Un giro d’affari da 13 miliardi di euro»

Luca Zorloni

MILANO

dosage of benadryl 25 mg ENTRO IL 2020 a Milano si costruiranno 6,2 milioni di metri quadri di nuove case, uffici, negozi e alberghi, per un investimento che Scenari immobiliari, società specializzata in consulenza sul mattone, stima in 12,5 miliardi di euro. Ci sono grandi trasformazioni, come le aree ex Falck a Sesto San Giovanni, un tempo cattedrale dell’acciaio, o il completamento del quartiere Santa Giulia. C’è Milano e c’è la corona dei Comuni che la circondano. Punteggiata da uno o più buchi, aree abbandonate, edifici dismessi a cui si tenta di dare una seconda vita.

«MILANO cresce un po’ dappertutto, è un elemento positivo. Cresce in città e anche fuori – osserva Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari -. Abbiamo fatto un conteggio delle iniziative di sviluppo in corso e valgono 12 miliardi di euro. Poi ci sono gli investimenti esteri e italiani per acquisti di immobili che già ci sono. Milano da sola fa il 60-70% del mercato dinamico dei grandi investitori».

Perché Milano vive questo momento di magia?

«Milano anticipa le tendenze – spiega Breglia – dei mercati italiani. Quest’anno cresce più velocemente per effetto dell’Expo, per via del miglioramento della città, dell’offerta dei servizi e dell’immagine. Specie se confrontata con Roma. Per l’investitore internazionale o italiano, gli investimenti sono divisi tra Milano e Roma. E Roma è al minimo storico per i servizi, mentre Milano è al massimo. Expo è stato un evento positivo, la campagna dell’Ema è stata sfortunata ma ha contribuito all’immagine. Milano ha investito durante la crisi immobiliare, che in città è finita mentre in Italia ha lasciato alcuni strascichi. Porta Nuova e CityLife sono due progetti arrivati quasi a conclusione nei periodi di crisi e ora si prendono l’onda positiva».

Milano rischia una fase di declino dopo questa botta di entusiasmo?

«Ancora per due o tre anni il mercato sarà positivo, perché Milano ha molte iniziative. Il Pil milanese va benissimo perché vanno bene le attività produttive che hanno a che fare con Milano: la logistica, il farmaceutico, la nuova finanza, la ristorazione, la meccanica di precisione, il mondo delle fiere e della moda, l’indotto del mobile. La grande forza di questa città è la sua capacità di innovarsi, da città di operai è diventata una città di impiegati e ora una città di ricercatori. Abbiamo contabilizzato 44 iniziative immobiliari di grande e media importanza su Milano. Non penso ci arrivino tutte le altre città italiane messe insieme. È una città che dà soddisfazione agli investitori».

Come valuta il progetto per il dopo Expo?

«Conosco Carlo Ratti, è una persona in gamba. Ha preso il meglio di quello che ci può essere intorno. L’ area è sfortunata dal punto di vista della qualità e ci sarà il problema di come riconvertire gli immobili che rimangono vuoti in città. Io non avrei usato in quel modo l’area Expo, perché a mio parere è votata per la logistica. È il mio pensiero, ma portare gli studenti in mezzo ai camion non mi piace».

Quali difetti identifica nella capacità attrattiva della città?

«Milano è ancora poco internazionale. Ha le sedi italiane di molte multinazionali, ma stenta ad avere quelle europee. In questo senso aver perso Ema è un fattore negativo. Nel complesso le grandi aziende si stanno riposizionando su Milano, dove hanno la capacità di trovare le persone di cui hanno bisogno».

Come si riflette questo boom sul residenziale?

«Di sicuro Milano aumenterà i suoi residenti. Il tema però è utilizzare meglio quello che oggi è dismesso. C’è un grande patrimonio di un milione di metri quadri di uffici non utilizzati, ed è una stima a ribasso. Inoltre Milano ha una grande domanda di case in locazione da parte dei giovani. Servono case piccole, centrali e in affitto».

IL DENARO NON DORME MAI
di GI– USEPPE TURANI
DEBITO ITALIANO TUTTI I PREMIER SPENDACCIONI

VISTO che il nostro debito pubblico ci costa ogni anno (adesso che i tassi sono molto bassi) il 5 per cento del Prodotto interno lordo, circa 80 miliardi, forse può essere curioso sapere come sono andate le cose. La prima da ricordare è che nel corso degli ultimi 20 anni esso è aumentato di poco più di mille miliardi di euro, passando da un totale sopra 1170 miliardi a oltre 2200. Il debito pubblico pro-capite (quello che ci toccherebbe se lo dividessimo fra tutti gli italiani) venti anni fa era pari a poco più di 22 mila euro e oggi è arrivato a 36 mila euro. Si può anche fare una specie di classifica dei presidenti del Consiglio più austeri e più spendaccioni. Mario Monti, che è passato alla storia come sinonimo di severità finanziaria (in effetti ha avuto la mano pesante, basti pensare alle pensioni) ha speso soldi con una certa allegria: ha infatti aumentato il debito di 7,5 miliardi al mese. Enrico Letta, noto come bravo ragazzo risparmioso, è stato solo un po’ meno spendaccione: 6,5 miliardi al mese di debiti in più. Berlusconi durante il suo primo governo ci ha dato dentro con energia: ha aumentato il debito pubblico di 6,2 miliardi al mese. Renzi, che forse per colpa dei molti bonus distribuiti, si è fatto una certa fama di gran spenditore, è stato invece parco e misurato: ha accresciuto il debito solo di 3,7 miliardi al mese.

ALLA FINE i mille giorni di Renzi sarebbero costati, in termini di debito pubblico, solo 122 miliardi di euro. Naturalmente queste sono solo curiosità statistiche. Spesse volte un presidente del Consiglio si trova a dover far fronte a spese già decise tempo prima dal suo predecessore oppure le lascia in carico al successore. E quindi vanno prese più come curiosità che altro. Il dato impressionante rimane il primo. Nel giro di due decenni il debito pubblico italiano è raddoppiato. Il che significa che il sistema politico ha avuto scarsa capacità di auto-controllo e che la macchina amministrativa dello Stato non è stata capace di porre dei paletti, dei limiti al desiderio di spesa dei governanti. E nemmeno, per la verità, abbiamo ascoltato le proteste dell’opposizione. Sullo spendere denaro pubblico (che non c’era e che non c’è) si sono sempre trovati accordi, sopra o sotto il banco. Il risultato è che oggi abbiamo 36 mila euro a testa di debito pubblico e che presto arriveremo a 40 mila.

 

Di |2018-05-14T13:14:18+00:0012/12/2017|Primo piano|