Il tempio Mediobanca
cerca nuovi sacerdoti
Il patto è già il passato

Camilla Cresci

MILANO

SAREBBE irrealistico chiamarla ancora la galassia del Nord, ma c’è da giurare che sull’asse MediobancaGenerali ci sarà un certo movimento nei prossimi mesi. Il prossimo 28 ottobre, l’assemblea di Piazzetta Cuccia eleggerà il nuovo cda. Come da programma, l’appuntamento non riserverà sorprese visto che ai vertici verranno confermati ancora una volta gli ex delfini di Enrico Cuccia, l’amministratore delegato Alberto Nagel e il presidente Renato Pagliaro, custodi da quasi un quinto di secolo del tempio della finanza italiana. O, almeno, di quel che ne rimane. L’ingresso nel board di Cesar Alierta (ex numero uno della spagnola Telefonica) e di Massimo Tononi (attuale presidente di Prysmian) o l’uscita di Gilberto Benetton e di Tarak Ben Ammar saranno avvicendamenti fisiologici che poco cambieranno negli equilibri di potere interni. In prospettiva però le novità non mancheranno. In primo luogo perché nelle scorse settimane la Pirelli, storico socio di Mediobanca, ha disdettato il patto di sindacato che dal 1958 blinda il controllo dell’istituto e che arriverà a scadenza a fine anno. L’uscita della Bicocca (attribuibile principalmente a ragioni di carattere industriale, visto che è in corso il processo di quotazione) è solo il primo atto di un cambiamento che, nel giro di un biennio, manderà in pensione l’intero patto. Secondo il nuovo sistema di governance monistico recentemente adottato, infatti, la lista di maggioranza sarà prerogativa del cda uscente e non più dei grandi soci.

LIBERI tutti dunque? Forse, anche se non è ancora dato sapere cosa faranno storici azionisti come Vincent Bollorè o Mediolanum. La tesi ripetuta dai vertici del gruppo è che la svolta rafforzerà la continuità strategica e l’indipendenza manageriale, potenziando il ruolo delle minoranze. Viva il mercato, dunque. Ma le novità non sono certo finite. Una seconda rivoluzione riguarda il principale gioiello custodito nello scrigno di Mediobanca: Generali. Per migliorare i requisiti patrimoniali, Piazzetta Cuccia vuole cedere il 3% della compagnia triestina entro giugno 2019, mossa che la farebbe scendere al 10% del capitale. L’idea piace al mercato, ma non tanto a certe anime di Mediobanca, non solo perché Generali fa quasi un terzo del risultato, ma anche perché quella quota da sempre significa potere. Al punto che, durante la sua breve e attivissima presidenza, Cesare Geronzi accarezzò perfino l’idea di una fusione tra la banca e la compagnia. Anche se la cessione del 3% resta lo scenario più probabile, non mancano ipotesi suggestive, come quella che prevederebbe il conferimento dell’intera partecipazione in Generali in una subholding controllata da Mediobanca, ma partecipata da altri soggetti. Si vedrà.

DI SICURO qualsiasi decisione dovrà passare al vaglio di Unicredit, primo socio del patto Mediobanca all’8,6%. Secondo alcune correnti di pensiero, Unicredit potrebbe rispondere alla discesa di Mediobanca in Generali cedendo l’intera quota detenuta in Piazzetta Cuccia e sciogliendo così l’ennesimo nodo della finanza italiana. Certo è che, liberata dal presidio di Milano, Trieste potrebbe risvegliare quegli appetiti internazionali di cui si favoleggia da anni. I sospetti non mancano, da Axa ad Allianz e, in un periodo in cui l’industria italiana è terreno di conquista, lo scippo del big assicurativo nazionale è un rischio che la politica non vuole correre. Meglio limitare al minimo il riassetto della galassia e lasciare che i delfini di Cuccia continuino a custodire la soglia del tempio.


Crediti deteriorati La Bce insiste, le banche salvate rischiano altri naufragi

MILANO

LA DOCCIA gelata non è stata solo per le banche, che saranno costrette a rivedere profondamente le strategie. Le nuove richieste della Bce in tema di crediti deteriorati (i non performing loans) hanno spiazzato le diplomazie europee; rischia di aprirsi un pericoloso vulnus istituzionale. Francoforte ha messo in consultazione un documento (consultivo nella forma, coercitivo nella sostanza) che chiede alle banche vigilate di svalutare completamente dopo due anni tutti i crediti deteriorati non garantiti e dopo sette quelli garantiti. La misura potrebbe penalizzare non solo gli istituti di credito, costretti a una pericolosa stretta sul capitale, ma soprattutto l’economia reale visto che, a quel punto, gli impieghi sarebbero centellinati e costerebbero molto più che adesso. In una fase di debole ripresa economica, il provvedimento della Bce può trasformarsi in un boomerang micidiale per l’Italia. Ma c’è di più. L’organo guidato dalla francese Danielle Nouy sconfessa nei fatti la linea dell’Ecofin che, nei mesi scorsi, aveva impostato una strategia assai più conciliante sui crediti deteriorati, valorizzando le garanzie e concedendo un più ampio periodo transitorio.

LA CONTROVERSIA è stata sollevata dal presidente del parlamento Ue, Antonio Tajani, in una lettera indirizzata alla Bce e rischia di trascinarsi per qualche tempo. Diversi osservatori sono convinti che, per ricucire lo strappo, Francoforte potrebbe fare un parziale passo indietro e ammorbidire il documento. Se così avvenisse, il vulnus per l’istituzione resterebbe e a pagarne le conseguenze potrebbe essere la stessa Nouy. Se invece la normativa entrasse in vigore così com’è, le banche italiane avrebbero una bella grana. E questo malgrado i sostanziali progressi fatti, con la stagione dei salvataggi e l’avvio di quel mercato di crediti deteriorati invocato per anni.

Camilla Cresci